giovedì 5 marzo 2015

L'ULTIMA Libera dalle mafie

da il manifesto
L'ULTIMA

Libera dalle mafie

Storie. Omissioni, aggiunte, sostituzioni. Al processo contro l’ex sindaca antimafia di Capo Rizzuto Carolina Girasole si smontano le intercettazioni sui favori ai clan
­Nessuno riu­scirà mai a spie­gare a Josef K. il motivo del pro­cesso che un’autorità giu­di­zia­ria incal­zante gli ha inten­tato. Nean­che prima del tra­gico epi­logo, quando il pro­ta­go­ni­sta del romanzo di Franz Kafka verrà giu­sti­ziato. Nella nar­ra­zione gli spi­ra­gli che sem­brano illu­mi­nare la realtà sono subito oscu­rati da una penom­bra che non si dile­gua, da una mac­china della giu­sti­zia fosca ed impe­ne­tra­bile che anni­chi­li­sce il pro­ta­go­ni­sta in una con­di­zione di grot­te­sca semi­li­bertà vigi­lata. Invece, Caro­lina Gira­sole, già sin­daco di Isola di Capo Riz­zuto e per anni con­si­de­rata testi­mo­nial dell’antimafia, refe­rente di Libera, i capi d’imputazione per cui è a pro­cesso da più di un anno a Cro­tone, e prima ancora agli arre­sti, li cono­sce eccome. Ma tanto l’attività inve­sti­ga­tiva quanto il dibat­ti­mento stanno dimo­strando come a volte la giu­sti­zia può farsi ingiu­sti­zia e mostrare il suo volto peg­giore. Quello dell’errore giu­di­zia­rio e, chissà, per­sino della trappola.
Il 4 dicem­bre 2013 Gira­sole e suo marito Franco Pugliese ven­gono tratti in arre­sto. La custo­dia cau­te­lare si pro­trarrà per 8 lun­ghi mesi. La tesi accu­sa­to­ria è descritta dall’informativa della guar­dia di finanza e poi ripresa dall’ordinanza di custo­dia cau­te­lare. In sin­tesi: «Il sin­daco Gira­sole attra­verso suo marito avrebbe chie­sto alla cosca Arena i voti in cam­bio di favori. I voti li avrebbe otte­nuti nella misura di almeno 1350. Il sin­daco avrebbe favo­rito i mafiosi per­ché invece di distrug­gere i finoc­chi nelle terre con­fi­scate li ha messi all’asta». Que­sta tesi infa­mante sarebbe «pro­vata» da due «fon­da­men­tali» inter­cet­ta­zioni di con­ver­sa­zioni tra mafiosi, in cui que­sti, par­lando tra loro e delle loro cose, met­te­reb­bero in campo noti­zie «indu­bi­ta­bili» atte a pro­vare la tesi dell’accordo tra Gira­sole e la cosca Arena. In una prima si par­le­rebbe di mille voti. In una seconda di 350 voti. Non­chè la sot­to­li­nea­tura, ripe­tuta più volte, che tutta la fami­glia Arena si sarebbe atti­vata a favore dell’ex sin­daco per­ché, come dice uno dei mafiosi, «Pasquale Arena, facendo favori ai cri­stiani (alla gente, ndr) rac­co­glieva i voti». Infine, la con­vin­zione espressa dal capo­ma­fia Nicola Arena che «se il sin­daco poteva fare qual­cosa l’avrebbe fatta (a pro­po­sito dei ter­reni con­fi­scati, ndr)». In realtà, tutte le inter­cet­ta­zioni risul­tano «sostan­zial­mente mani­po­late» nella loro tra­scri­zione: omis­sioni, aggiunte ine­si­stenti, tra­sfor­ma­zioni del maschile in fem­mi­nile, sosti­tu­zioni di ter­mini. Ciò lascia intra­ve­dere un «dise­gno ideo­lo­gico» — secondo la difesa — atto ad inca­strare Gira­sole e farla cadere ai tempi in cui le inter­cet­ta­zioni ven­nero cap­tate. Ovvero sul finire del 2010, quando era chiaro il suo orien­ta­mento di affi­dare a Libera le terre con­fi­scate piut­to­sto che ad asso­cia­zioni locali pro­ba­bil­mente col­le­gate agli Arena. Le inter­cet­ta­zioni rite­nute «fon­da­men­tali» dall’accusa sono del tutto inat­ten­di­bili. Dall’ascolto della prima risulta falso che la parola «1000 voti» sia stata pro­nun­ciata (il mafioso dice «‘na vota», volendo affer­mare che avrebbe par­lato «non solo una volta» con il marito di Gira­sole: al posto di «’na vota» l’informativa della gdf scrive «1000 voti»).
Anche l’altra inter­cet­ta­zione è fal­lace. I 350 voti di cui si parla sono chia­ra­mente rife­riti alle ele­zioni pro­vin­ciali di Cro­tone e sareb­bero stati rac­colti non per Gira­sole, che non par­te­cipò a quella com­pe­ti­zione elet­to­rale, ma per un signore (di cui peral­tro si sente il nome e cognome), vitu­pe­rato come «mer­doso» e «ric­chiu­neddu» e per­ciò detto anche «fim­mina». Anche que­sta con­ver­sa­zione risulta mani­po­lata: il discorso è tutto chia­ra­mente al maschile (lui… iddhu etc), a un certo punto viene intro­dotto il ter­mine «sin­daco» e facendo rife­ri­mento all’espressione «fim­mina» si declina tutto al fem­mi­nile. Insomma, un pastic­cio inve­sti­ga­tivo in cui si scam­biano le iden­ti­fi­ca­zioni dei sog­getti (Pasquale Arena di cui si legge nell’ordinanza non è il figlio del boss ma solo un omo­nimo), ci sono aggiunte male­vole, omis­sioni par­ziali. Un blob di 15 inter­cet­ta­zioni in cui mai si ascolta la voce del sin­daco Gira­sole o del marito ma solo con­ver­sa­zioni tra mafiosi. E in cui mai risulta che gli Arena abbiano dato un solo voto a Girasole.
Per la difesa è stata costruita ai suoi danni «una vera e pro­pria trap­pola per ostruirle la car­riera poli­tica e rovi­narle la vita». Esi­ste, peral­tro, una docu­men­ta­zione cospi­cua for­nita dalla difesa al tri­bu­nale che atte­sta «l’attività di con­tra­sto» di Gira­sole alla ‘ndran­gheta e agli Arena. A par­tire dal fatto incon­tro­ver­ti­bile che i 100 ettari sono stati sot­tratti alla dispo­ni­bi­lità del clan solo gra­zie alla capar­bietà del sin­daco. Che, se avesse voluto, avrebbe potuto con­se­gnare i ter­reni ad asso­cia­zioni locali, cosa gra­dita al boss Nicola Arena come pur si sente nelle inter­cet­ta­zioni. Il sin­daco, invece, in accordo con la pre­fet­tura, li ha con­se­gnati a Libera di don Ciotti.
Il dibat­ti­mento in corso sta smon­tando il castello accu­sa­to­rio pezzo per pezzo. Una cosa è certa: l’odissea giu­di­zia­ria ha distrutto la car­riera poli­tica di Gira­sole. Non è più sin­daco e non ha più ambi­zioni nazio­nali. Ora Isola di Capo Riz­zuto è in mano alla destra. Il nuovo sin­daco è di Forza Ita­lia e si chiama Gian­luca Bruno, gio­vane e aggres­sivo con la foto di Dell’Utri nell’album di face­book. Molta voce in capi­tolo hanno le Mise­ri­cor­die di don Edoardo Scor­dio, un par­roco potente e discusso che mal ha dige­rito l’arrivo in paese di don Ciotti e di Libera, spon­sor Gira­sole. Bruno per anni è stato nel con­si­glio diret­tivo delle Mise­ri­cor­die. Un pozzo di danaro, la con­fra­ter­nita. La posta di bilan­cio più alta è l’appalto del Cie/Cara Sant’Anna, un fiume milio­na­rio. L’anno scorso l’ex mini­stra Kienge vide coi suoi occhi le con­di­zioni fati­scenti del campo. Il Cie è stato chiuso dopo le rivolte dei migranti. Rimane il cen­tro d’accoglienza più grande d’Europa che, a dispetto del nome, è tutt’altro che acco­gliente. Qual­che giorno fa una dele­ga­zione della cam­pa­gna Lascia­te­CIEn­trare lo ha visi­tato. «Appena entrati ci siamo diretti verso il Campo A che da più di 10 anni si trova lì e si com­pone di tanti con­tai­ner di ferro al cui interno dimora una doz­zina di asia­tici e maliani in con­di­zioni igie­ni­che insane — rac­con­tano Cic­cio Gau­dio e Yasmine Accardo — l’assistenza sani­ta­ria è penosa per­ché è dif­fi­cile incon­trare i medici. Il cibo è insuf­fi­ciente, senza né gusto né sapore, oltre che non avere nes­suna indi­ca­zione se sia o meno halal, nel caso si tratti di carne. Ogni migrante è costretto ad accet­tare le con­di­zioni del campo per paura o per ricatto, visto che gli si dice “o così o niente per­messo di sog­giorno”. La sto­ria più tri­ste è quella di una donna maroc­china che ha par­to­rito nel campo dopo una lunga sof­fe­renza e che ora ha una figlia malata di 4 mesi, nata dopo un inter­vento den­tro al Cara, senza aver mai visto l’ospedale. Siamo poi giunti al posto di prima iden­ti­fi­ca­zione dove abbiamo tro­vato più di 50 per­sone tra uomini, donne e bam­bini tutti siriani, appena arri­vati da Lam­pe­dusa. Sta­vano tutti den­tro un capan­none, un posto dav­vero inde­gno per una prima acco­glienza. Ci siamo avvi­ci­nati a un gio­vane, che aveva la stan­chezza trac­ciata pesan­te­mente sul viso. Sta­vamo scam­biando due chiac­chiere quando è arri­vato un fun­zio­na­rio che ha comin­ciato a gri­dare. Diceva che noi non pote­vamo stare lì e chia­mato la poli­zia, l’esercito, i cara­bi­nieri per impe­dirci di restare seb­bene auto­riz­zati. Quindi siamo stati accom­pa­gnati fuori e dopo un po’ siamo stati richia­mati da un siriano. Vole­vano costrin­gerlo a pren­dere le impronte con la forza. Così siamo entrati di nuovo, però la poli­zia ci ha impe­dito di par­lare con loro, che erano già in scio­pero della fame. Abbiamo spie­gato che non pote­vano pren­dere le impronte con­tro la volontà dei migranti, che già erano arri­vate segna­la­zioni di per­cosse ai siriani. Abbiamo chia­mato un avvo­cato ma non è stato fatto entrare. Poi è arri­vata un’altra atti­vi­sta. È entrata anche lei, ma non le è stato per­messo di vedere i siriani. Si tratta nient’altro che un campo di vergogna».
Nono­stante da oltre dieci anni il Sant’Anna sia nell’occhio del ciclone, non viene mai chiuso e l’appalto è sem­pre rin­no­vato. Le Mise­ri­cor­die con­ti­nuano a sguaz­zare nel busi­ness dell’accoglienza e hanno un sin­daco nella loro orbita. Nel men­tre, la loro avver­sa­ria, Caro­lina Gira­sole, vive un dramma giu­di­zia­rio da oltre un anno. Intrap­po­lata in una mac­china giu­di­zia­ria sorda e kafkiana.


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