sabato 21 marzo 2015

Lupi lascia, Ncd a pezzi

da il manifesto
POLITICA

Lupi lascia, Ncd a pezzi

Governo. L’addio in un’aula semivuota. La struttura di missione passa a palazzo Chigi, guidata da Lotti. Presto il nuovo ministro. In pole Cantone e Delrio, ma Renzi pensa anche a Gratteri. Il partito di Alfano verso lo sfarinamento


Graziano Delrio e Luca Lotti

Esce «a testa alta e guar­dan­dovi negli occhi». Esce per­ché que­sto è «nell’interesse del bene comune» ma con­vinto di subire un’ingiustizia grave, un’offesa cocente. Esce con sde­gno, ripe­tendo che non deve «difen­dersi dalle accuse che nes­suno mi ha rivolto» e tut­ta­via giu­sti­fi­cando poi tutto. Il famoso oro­lo­gio, che diventa quasi una patacca, un rega­lino «da 3.500 euro». Le fre­quen­ta­zioni dub­bie: ami­ci­zie di tutta una vita. Il lavoro fatto: ottimo e spec­chiato, «pec­cato dover­sene andare pro­prio adesso che ini­ziano a vedersi i risultati».
Le dimis­sioni di Mau­ri­zio Lupi sono una sce­neg­giata nota in anti­cipo, né potrebbe essere diver­sa­mente, avendo il mini­stro scelto di annun­ciarle di fronte alle tele­ca­mere di Vespa. E’ un copione pre­ve­di­bile e pre­vi­sto sin nei minimi par­ti­co­lari. La foga dell’innocente costretto al bel gesto. L’encomio di Spe­ranza per il Pd: ma che mira­bile senso delle isti­tu­zioni, caro ex mini­stro! Le brac­cia aperte di Bru­netta per Fi che rigira il col­tello nello squar­cio: lo vedi che hai fatto male a fidarti, Mau­ri­zietto. La col­lera mal repressa di Cic­chitto, Ncd. L’aula semi­vuota.
La suspence ini­zia solo quando la messa in scena stan­tia delle dimis­sioni chiude i bat­tenti. E qui gli inter­ro­ga­tivi sono nume­rosi. Chi met­terà Mat­teo Renzi al posto del defe­ne­strato, e quando? Fino al pome­rig­gio pareva che il pre­mier mirasse a tenere l’interim fino a dopo le regio­nali, per inchio­dare per­cen­tuali alla mano l’Ncd alla pro­pria incon­si­stenza. Ma sarebbe come dover dimo­strare che il mare è bagnato e la figura non sarebbe delle migliori. Così nel pome­rig­gio Renzi cam­bia idea e annun­cia che il nuovo mini­stro arri­verà a giorni, anche se il suo dica­stero sarà depu­rato dal fiore all’occhiello, l’unità di mis­sione. Pas­serà in forze a palazzo Chigi sotto la guida di Luca Lotti. La rosa dei papa­bili pare ristretta a due nomi: Raf­faele Can­tone, in pole posi­tion che un magi­strato a ripu­lire il mini­stero più oscuro ci sta bene e fa con­senso, oppure Gra­ziano Del­rio, qua­lora il timo­niere deci­desse di dare una smossa alla ciurma affi­dando alla Boschi il sot­to­se­gre­ta­riato alla pre­si­denza e pro­muo­vendo Qua­glie­riello mini­stro delle Riforme, che tanto ormai c’è pochis­simo da fare.
In realtà ieri sera spun­tava, sia pur poco quo­tata, anche una terza chance: un altro magi­strato, Nicola Grat­teri. Tra i togati è lui il vero punto di rife­ri­mento di Renzi, che lo avrebbe voluto mini­stro della Giu­sti­zia e dovette rinun­ciare solo di fronte al fer­mis­simo no di Napo­li­tano, che non voleva affi­dare la Giu­sti­zia ita­liana a un magi­strato col­lo­cato all’opposto esatto delle garan­zie. Grat­teri è anche uno degli idoli dell’M5S, il che potrebbe tor­nare molto utile qua­lora il governo si tro­vasse a corto di mag­gio­ranza al Senato. Pro­spet­tiva tutt’altro che irreale.
Il colpo mici­diale inflitto al par­tito di Lupi non resterà senza con­se­guenze. L’autorevolezza di Alfano, accu­sato di pie­garsi sem­pre ai voleri di Renzi, sta un po’ sotto la can­tina. Lo sfa­ri­na­mento a breve è nell’ordine delle cose. «L’Ncd non c’è più: è morta», ripete da giorni ad amici e nemici Nun­zia Di Giro­lamo. In effetti le ten­ta­zioni sono un lungo elenco: c’è chi, come l’ex mini­stra in que­stione, guarda alla casa­ma­dre azzurra. Chi, come l’ancora mini­stra Bea­trice Loren­zin, già si com­porta come se avesse una tes­sera bene­me­rita del Pd in tasca. Chi, nella truppa par­la­men­tare, pensa all’astro nascente leghista.
Il dis­sol­vi­mento del par­tito nato da una costola di re Sil­vio non cree­rebbe alcun pro­blema alla Camera. Al Senato le cose stanno diver­sa­mente, non solo e non tanto nei momenti topici del voto di fidu­cia quanto nella palude minac­ciosa del giorno-per-giorno. Per que­sto Renzi potrebbe guar­dare ora con mas­simo inte­resse al plo­tone folto di fuo­ri­su­citi dall’M5S, per i quali i nomi sia di Can­tone che di Grat­teri sareb­bero una sicura garanzia.
Intanto, però, all’Ncd un mini­stero in cam­bio di quello appena perso biso­gnerà pur dar­glielo. Certo di tutt’altro peso. Il mirag­gio cen­tri­sta di con­qui­stare la Pub­blica istru­zione suona più o meno come una bar­zel­letta. Il pre­mier aveva pro­po­sto alla Di Giro­lamo quello delle Pari oppor­tu­nità, e si può facil­mente imma­gi­nare la rispo­sta. Quindi è pas­sato a cal­deg­giare gli Affari regio­nali per Qua­glia­riello, che accet­te­rebbe volen­tieri ma solo con tanto di pas­sag­gio della delega per il Sud da palazzo Chigi a quel mini­stero. Cosa rispon­derà Renzi non si sa, ma che metta dav­vero il Meri­dione nelle mani del morente e chiac­chie­rato par­tito di Alfano è quasi fuori discussione.

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