venerdì 20 marzo 2015

Lupi perde il pelo ma non il vizio

Lupi perde il pelo ma non il vizio (Marco Travaglio).

MannelliChe Maurizio Lupi se ne dovesse andare – per il lombrosario di cui si è circondato, per le balle che ha raccontato, per i favori che ha chiesto e ottenuto per il figlio e per quelli che ha accettato per sé e per la moglie, per i suoi interventi a favore di Perotti, per la sua conclamata incompetenza che faceva di lui il burattino nelle mani di Incalza & his band senz’alcuna possibilità di controllo, alla faccia del “primato della politica” – era ovvio. E infatti oggi se ne andrà, ora che è stato scaricato non solo da Renzi, ma pure da Alfano che non può permettersi di perdere la ragione sociale del suo partito: le poltrone di governo e sottogoverno. Ma, se il premier pensa di cavarsela con così poco (l’eventuale testa di Lupi), sbaglia di grosso. Spetta a lui, infatti, e non solo a Lupi, spiegare in Parlamento alcune cosucce.   1) Perché un ministero-chiave del suo governo come le Infrastrutture, gran mangiatoia di spesa pubblica, era rimasto nelle mani di Ercole Incalza che, oltre alle 14 indagini collezionate in trent’anni, era indagato dall’ottobre 2013 per il Tav Firenze-Bologna, per tacere della casa della figlia pagata in gran parte dalla Cricca della Protezione civile. 
  2) Perché un anno fa il suo neonato governo, con il suo consenso, rinnovò a Incalza la consulenza ministeriale con un concorso su misura.   3) Perché, oltre a confermare Lupi alla guida (si fa per dire) del dicastero, Renzi gli affiancò due sottosegretari che Incalza si vanta di avere personalmente scelto (Nencini e Del Basso de Caro, il primo in rapporti con la Cricca della Protezione civile, il secondo ex avvocato di Craxi e indagato a Napoli per peculato): per la cronaca, i sottosegretari non li nomina il ministro, e neppure il capo dello Stato, bensì il presidente del Consiglio.   4) Perché, quando a fine anno scadde anche l’ultimo contratto annuale di co.co.co al pensionato Incalza, il governo gli consentì di scegliersi il successore, nella persona di Paolo Emilio Signorini, noto alle cronache giudiziarie del Mose per essersi fatto pagare le vacanze al mare da Giovanni Mazzacurati.   5) Perché nessuno, nemmeno l’Autorità Anticorruzione diretta dal galantuomo Cantone, aveva scoperto che la direzione lavori di quasi tutte le opere pubbliche (roba da 25 miliardi) era nelle mani di Stefano Perotti, socio di Incalza e amico di famiglia dei Lupi, con costi gonfiati fino al 40% (e non solo per le mazzette).
Se invece Renzi se la caverà rimpiazzando Lupi con un simil-Lupi, magari renziano, magari toscano, sarà solo un’operazione di facciata che lascerà tutto com’è, all’insegna della rottamazione gattopardesca di cui Renzi s’è dimostrato fin qui maestro. L’inchiesta di Firenze ha smascherato una serie di grandi opere inutili macostosissime, dunque dannose: è lesa maestà chiedere che vengano ridiscusse e possibilmente   bloccate con un bel decreto Blocca-Italia? Il Tav in alcune tratte è utile, in altre è criminale e criminogeno. Per dire: la vogliamo piantare con la Torino-Lione?   E dell’autostrada Orte-Mestre, che fa ridere il mondo e costerebbe 10 miliardi di euro, ne vogliamo parlare? Il proprietario è Vito Bonsignore, condannato vent’anni fa per tentata corruzione, ora di nuovo indagato, uno dei tanti affaristi che nei ritagli di tempo fanno anche politica, nella fattispecie nell’Ncd. Lupi, che a stento sa dov’è Orte, difese quel progetto in una memorabile intervista del novembre 2013 definendolo “un’opera strategica perché si aggancerà al corridoio europeo Baltico-Adriatico”. In effetti erano anni che ci domandavamo cosa aspettasse il governo a collegare Orte con Danzica e Tallin.   Le ultime intercettazioni, poi, rivelano che, mentre la Casta lacrimava in favore di telecamera per gli “angeli del fango” di Genova, la Banda Larga li derubava dirottando sul Terzo Valico (altra opera assurda) i fondi destinati agli alluvionati. Oltre a cambiare qualche faccia, peraltro dopo l’arrivo dei carabinieri e mai prima, non sarebbe il caso di cambiare anche la testa? La scelta e le procedure delle grandi opere, macchine mangiasoldi che prosciugano l’Erario da decenni, sono ancora quelle concepite dai governi del Caf a fine anni 80 (come dire nel Mesozoico) e perfezionate da B. sulla famosa lavagna di Vespa e nella famigerata “legge obiettivo” di Lunardi & C. Intanto il mondo è cambiato, la crisi finanziaria ha ribaltato la scala delle priorità e oggi le esigenze di trasporto sono opposte a quelle di trent’anni fa. Renzi se ne rende conto, o intende sostituire Lupi con un altro cantore dello “sviluppo pesante”, tutto cemento, asfalto e cattedrali nel deserto? Siccome pare che il Parlamento non sia stato ancora abolito, è forse il caso di avviarvi un serio dibattito, dando la parola anche agli altri tecnici ed esperti, fautori del modello alternativo: quello dello “sviluppo pensante”, leggero, economico, ecologico, fondato sulle piccole opere di manutenzione che costano e inquinano poco, risistemano il territorio, prevengono le emergenze, creano molto lavoro e sono poco appetibili dai tangentari, al contrario di quelle grandi che costano e inquinano troppo, non servono a nulla, devastano il territorio e producono mazzette, sciagure e disoccupati, perciò andrebbero fermate in attesa di accertamenti. Perdere il Lupi e il suo pelo serve a poco, se resta il vizio.
Da Il Fatto Quotidiano del 20/03/2015.

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