domenica 1 marzo 2015

L’URLO DEL FASCIOLEGHISTA SALVINI: “VAFFANCULO ZECCHE”

L’URLO DEL FASCIOLEGHISTA SALVINI: “VAFFANCULO ZECCHE” (Fabrizio d’Esposito).

SalviniIN PIAZZA DEL POPOLO LA CALATA DEI VENTIMILA “CAMERATI” (SECONDO LA DIGOS) IL CONTADINO: “ENTRO GIUGNO NIENTE PANE”. IL PESCATORE: “FINITO PURE IL PESCE”.
Lo spettro lugubre di una carestia apocalittica aleggia subito dopo che i fascisti di Casa Pound sono calati dal Pincio, disposti militarmente, con stendardi e bandiere. Sul palco il rappresentante dei contadini annuncia che in Italia, al massimo entro giugno, finiranno pane, latte e carne. Conclude e salgono due pescatori liguri, padre e figlio. De profundis anche per l’italico pesce. Poi è il turno di Simone Di Stefano, vicecapo di Casa Pound, che grida: “In Italia non produciamo più acciaio”. La colpa è “dell’Unione Sovietica Europea”, come dice in un videomessaggio Marine Le Pen, icona europopulista.   I sogni son desideri:   ”Siamo centomila”   Alle 14 e 40, quando mancano venti minuti all’inizio della manifestazione, Piazza del Popolo è piena a metà, fino all’obelisco.
Mezzavuota,quindi.Trentaminuti e arrivano almeno tremila militanti neri di Casa Pound. I numeri dell’invasione fascioleghista di Roma sono bassi. Non più di ventimila persone, secondo fonti ufficiose della Digos. Cinque volte tante per gli organizzatori. Metafisica pura. Un anno fa, a maggio, per il comizio conclusivo di Matteo Renzi, per le Europee, erano diecimila. Due anni fa, invece, Silvio Berlusconi riempì Piazza del Popolo con 100 mila persone. Il debutto romano della destra blu, questo il colore predominante sul palco, copiato dal lepenismo transalpino, non ha numeri esaltanti. Un mezzo flop, in cui peraltro c’è di tutto. I salviniani di Orte, per fare un esempio, e quelli della Puglia e della Campania.Unmiscugliodidialetti.Il tricolore e la bandiera del secessionismo padano. Le famigliole con la colazione al sacco e le auto blu di chi ha una poltrona come Calderoli o Maroni.   Il discorso: un’insalata russa da Panagulis alla Fornero   Il discorso di Salvini è peggio: un’insalata russa (mentre sventolano i vessilli russi con l’aquila degli zar) con decine di ingredienti inconciliabili. Don Milani, don Sturzo, gli immigrati da stendere senza pietà se ti entrano in casa, il turpiloquio continuo, il genocidio degli armeni, le foibe, la prostituzione che esiste da duemila anni e quindi viva le case chiuse. Salvini è un Renzi del populismo trasversale . Due orecchianti quarantenni dal Pantheon a grandezza variabile, che mutuano, entrambi, il culto televisivo della personalità del pioniere Silvio Berlusconi. Prima dell’inizio, due maxi-schermi diffondono il verbo salviniano estrapolato dai talk show. Ma il contrasto più stridente è tra l’evocazione di Alekos Panagulis e i saluti romani dei fascisti. Panagulis, compagno di Oriana Fallaci, combattè il regime greco dei colonnelli. La liturgia fascioleghista è estenuante, sotto il sole di fine febbraio. Sul palco, intervengono gli esodati, i genitori separati, i medici, gli agricoltori, i pescatori, gli studenti, i poliziotti. È la società civile.   Giorgia Meloni nella parte   del “gruppo spalla”   Quella politica, poi. Armando Siri, il teorico dell’aliquota unica del 15 per cento, che candida “Matteo” a presidente del Consiglio; la rediviva Souad Sbai, ex finiana; il già citato Di Stefano; la Meloni ridotta al ruolo di gruppo spalla o apri-concerto che azzecca la battuta finale, “L’unico Nazareno che rispettiamo è Gesù”; infine Luca Zaia, il governatore veneto che termina così: “Torneremo in Regione e gli faremo un culo così”. Chiaro il riferimento al nemico interno Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona, che ascolta da lontano, vicino al “Bolognese”, storico ristorante di piazza del Popolo. Bossi, Calderoli e Maroni sono invece sul palco. Tra fumogeni verdi e petardi e sulle note assordanti di una marcia che è un misto dei Carmina Burana e di Braveheart, il comizio di Salvini comincia alle 16 e 39. “Perché ogni volta che dico Renzi dite vaffanculo?”. La piazza esplode. Altri fumogeni e petardi. “Renzi, Renzi, vaffanculo”. E poi Alfano,sempre “vaffanculo”. Linguaggio cupo, oltre che volgare. “Questi infami che governano l’Italia”. “La legge Fornero la cancelleremo e vaffanculo alla Fornero”. “Cazzo, abbiamo una crescita dello 0,1 per cento”. “Prenderemo a calci in culo i falsi invalidi”. “Nella nostra Italia non c’è spazio per i campi Rom. Vai a fare il Rom da qualche altra parte”. “Se entri in casa mia per rubare devi sapere che puoi uscirne steso”.   “Renzi servo sciocco dell’Ue” “Chi non salta comunista è”   Nel suo cocktail postideologico, Salvini s’improvvisa pacifista contro gli “esportatori di democrazia”. Poi riprende il ritmo: “I moderati non esistono. Esistono normali borghesi che ne hanno le palle piene”. “Ognuno è libero di spendere i suoi soldi come cazzo vuole”. “Renzi è un servo sciocco dell’Ue”. “Vi faremo un mazzo così”. “Anche se non sbaglio nulla, mi rompono lo stesso i coglioni”. Resuscita, Salvini, persino il termine “zecche” che sta per “comunisti”. Ovviamente: “Chi non salta comunista è”, come un tempo saltellava Silvio Berlusconi, mai nominato ieri. Sulle alleanze, Salvini non si sbilancia: “Vedremo cosa farà Forza Italia, non sono io a mettere veti”. Per il momento il fascioleghismo attende e punta al 51 per cento per governare. Alla fine, sul lato a destra del palco, quattro giovani padani in carne chiedono a Mario Borghezio di posare per un selfie. Borghezio li guarda e dice: “Vedo che siete anche voi esili come me. Provassero a venire questi quattro black bloc del cazzo”. O quattro “barboni” secondo la versione di Salvini. Anche senza Berlusconi, la destra italiana è tutta pancia. E tante parolacce.
Da Il Fatto Quotidiano del 01/03/2015.

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