domenica 29 marzo 2015

Mentana e la riforma a metà “Sulla Rai mi aspettavo di più a capo azienda un under 50”

Mentana e la riforma a metà “Sulla Rai mi aspettavo di più a capo azienda un under 50” (ANNALISA CUZZOCREA).

MentanaROMA – «Da Renzi mi sarei aspettato una riforma di sistema, non un disegno di legge che – sul rapporto tra politica e Rai – di fatto non cambia nulla». Enrico Mentana, che nella televisione pubblica è cresciuto e che da cinque anni dirige il tg de La 7, sprona il governo a fare di più. E invita il premier a favorire il ricambio: «Scelga qualcuno sotto i 50 anni».
Cosa pensa del ddl del governo?
«Quello che non si può dire è che rivoluzioni il rapporto tra la Rai e la politica. Eccetto il singolo membro del nuovo cda nominato dai dipendenti della Rai, tutto il resto fa ancora parte dell’antico metodo di scelta di quello che poi è il collegio decisionale. Il fatto che si crei un capo azienda nella figura dell’ad sicuramente renderà la Rai più competitiva, ma questa è un’altra cosa rispetto a renderla indipendente dai partiti ».
La scelta però la faranno le Camere, non arriverà attraverso i bilancini della commissione di Vigilanza.
«Avventuriamoci nell’altra scelta forte fatta dal governo: l’Italicum. In base alla nuova legge elettorale, dopo il voto ci sarà un esecutivo politico con una maggioranza forte nell’unica camera elettiva e con grande voce in capitolo nel Senato delle regioni. La maggioranza di governo avrà la possibilità di scegliere almeno metà dei membri del cda di emanazione parlamentare, oltre a quelli che spettano direttamente all’esecutivo. È evidente che la scelta dell’ad non sarà mai neutra rispetto al governo».
Cosa serviva?
«Ho sempre ritenuto che un servizio pubblico radiotelevisivo realmente autonomo dalla politica debba avere un grado in più di separazione rispetto al Parlamento e al governo, una camera di compensazione. La politica può benissimo scegliere di nominare tre saggi, i quali poi fanno le scelte sul board di direzione e sull’ad».
Crede che questa riforma non salvi la Rai dalla lottizzazione perpetua?
«Guardiamo onestamente ai direttori dei tg: Orfeo, Masi, Berlinguer, Maggioni. Veramente possiamo parlare di lottizzazione come quando c’erano Vespa, La Volpe e Curzi? No. Già molta acqua è passata sotto i ponti. Il problema – e lo dico io che non voto non è la separazione dalla politica in quanto passione politica. Il problema è la presa di distanza della gestione della Rai dalla politica».
Qual è il meccanismo migliore?
«Un meccanismo che metta una parte della Rai sul mercato. Oggi è mastodontica. La situazione attuale è un monstrum determinato dall’anacronistica suddivisione Berlino est-Berlino ovest della tv. Per questo, sarebbe stato il caso di affrontare tutti gli aspetti del sistema televisivo che paradossalmente la Gasparri aveva affrontato. Sono passati 11 anni, i programmi si guardano sui telefonini, il duopolio non ha ragione di esistere. Eppure, non si pensa a cosa fare col canone, con i tetti pubblicitari, a quanti canali ha senso tenere, a cosa possono fare Mediaset, Sky, quanto devono essere grandi».
Cosa pensa dei nomi circolati come ad: Andrea Guerra, Antonio Campo Dall’Orto?
«Qui non si tratta di nomi, non voglio dare giudizi sulle persone perché il punto è la visione che si vuole dare. Appartengo a una generazione in cui i nomi sono sempre gli stessi. La generazione giornalistica tra i 55 e i 65 anni non si è mai alzata. L’unica cosa che direi a Renzi è: basta cinquantenni. Devi garantire il ricambio, lo devi incentivare. Se non comincia dai vertici, se non lo fa lui, allora chi?».
Da La Repubblica del 29/03/2015.

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