mercoledì 11 marzo 2015

Niente ripresa “made in Renzi”. L’Italia non riparte

da il manifesto
ECONOMIA

Niente ripresa “made in Renzi”. L’Italia non riparte

Produzione giù. Brusca diminuzione dell'indice Istat in gennaio: industria -0,7%. Male anche i prestiti alle famiglie e alle imprese: -1,8%. E allora non resta che sperare nel "mitologico" piano Juncker

Il presidente del consiglio Matteo Renzi
La ripresa non è così facile come sem­bra. In gen­naio, secondo l’Istat, la pro­du­zione indu­striale ita­liana ha subito una bru­sca bat­tuta di arre­sto, rag­ge­lando le spe­ranze di un’accelerata del Pil: l’indice desta­gio­na­liz­zato è sceso dello 0,7% rispetto allo stesso mese del 2014, una mar­cia indie­tro piut­to­sto mar­cata e anche ina­spet­tata. Ma non basta: un altro dato che segna le dif­fi­coltà della nostra eco­no­mia, lo ha dif­fuso Banca d’Italia, e regi­stra un aumento della con­tra­zione dei pre­stiti alle imprese e alle famiglie(-1,8%) e una cre­scita delle sof­fe­renze ban­ca­rie (+15,4%).
Tutto que­sto men­tre alcuni com­parti della nostra indu­stria, al con­tra­rio, cor­rono: e con uno svi­luppo note­vole, a dop­pie cifre. È il caso della pro­du­zione di auto­vei­coli (che in Ita­lia vuol dire pra­ti­ca­mente Fca/Fiat), bal­zata in alto del 35.9%. Come dire, Ser­gio Mar­chionne ha deci­sa­mente il vento in poppa — è «gasa­tis­simo», direbbe il pre­mier Mat­teo Renzi. A mag­gior ragione se si pensa che le assun­zioni che la Fca dovrà fare in forza di que­sta cre­scita della pro­du­zione, coste­ranno deci­sa­mente meno rispetto al pas­sato, gra­zie agli incen­tivi pre­vi­sti da legge di sta­bi­lità e Jobs Act.
Tanto Qe ma poco credito
Dall’altro lato, va ricor­dato, la dif­fi­coltà del mondo ban­ca­rio ci rimanda al Quan­ti­ta­tive easing lan­ciato dalla Bce lunedì scorso, ma già annun­ciato da tempo. Evi­den­te­mente, sep­pure i mutui e le com­pra­ven­dite di case stiano segnando già una ripresa, que­sto non basta: o per­lo­meno in gen­naio ancora non bastava. Gli isti­tuti di cre­dito restano ancora con il brac­cino corto, soprat­tutto nei con­fronti delle imprese: que­ste ultime vedono i pre­stiti dimi­nuire del 2,8% rispetto a un anno fa, men­tre le fami­glie dello 0,5%.
Un impulso alla ripresa eco­no­mica potrebbe venire — almeno così pen­sano a Bru­xel­les — dal piano Junc­ker: inve­sti­menti annun­ciati per 300 miliardi di euro, ma non certo nel senso che i sin­goli stati euro­pei met­tono sul piatto l’intera somma; piut­to­sto si spera sulla cosid­detta “leva finan­zia­ria”, ovvero una catena di sant’antonio che dovrebbe par­tire una volta che il pub­blico ci abbia messo una pic­cola base di suo. Il pri­vato dovrebbe vuo­tare le tasche, anche aiu­tato — e qui Bru­xel­les si incro­ce­rebbe con Fran­co­forte — dalla mag­giore dispo­ni­bi­lità ban­ca­ria favo­rita dal Qe di Draghi.
Ieri il piano Junc­ker ha avuto il suo bat­te­simo, con l’Ecofin che ha appro­vato il rego­la­mento di isti­tu­zione del cosid­detto Efsi (Euro­pean fund for stra­te­gic invest­ments). La Ger­ma­nia inve­stirà più soldi di tutti (avendo anche il mag­gior Pil e la mag­gior quota di par­te­ci­pa­zione alle spese euro­pee), ovvero 10 miliardi. Ita­lia e Fran­cia met­te­ranno 8 miliardi cia­scuna, la Spa­gna 1,5 miliardi. L’Italia inve­stirà attra­verso la Cassa depo­siti e pre­stiti, così da non dover iscri­vere la somma a defi­cit e non pesare sul debito pubblico.
I 315 miliardi dei miracoli
Il fondo Junc­ker parte da 21 miliardi ini­ziali (16 dal bilan­cio Ue e 5 dalla Banca euro­pea degli inve­sti­menti) che faranno da garan­zia per mobi­li­tare fino a 315 miliardi di euro. Il fondo sarà gestito da uno stee­ring board che fis­serà le linee guida degli inve­sti­menti e il pro­filo di rischio, e da una “Com­mis­sione per gli inve­sti­menti indi­pen­dente” che sele­zio­nerà i pro­getti da finan­ziare. Entrambi i board saranno com­po­sti da fun­zio­nari della Bei e di Bruxelles.
Il pros­simo pas­sag­gio pre­vede che la pre­si­denza let­tone avvii il nego­ziato con il Par­la­mento Ue per arri­vare all’approvazione defi­ni­tiva, che la Ue spera possa arri­vare entro l’estate in modo da avere il fondo ope­ra­tivo a par­tire da settembre-ottobre. Ma la Bei ha già detto di essere dispo­sta ad anti­ci­pare e in aprile dovrebbe pre­sen­tare la lista dei primi pro­getti che è dispo­sta a cofinanziare.
Renzi ha annun­ciato sui social la noti­zia degli 8 miliardi stan­ziati dall’Italia, spie­gando che nell’ultimo anno «l’Europa è cam­biata. Le parole d’ordine che prima erano sta­bi­lità e auste­rità sono diven­tate cre­scita, riforme e inve­sti­menti». Pronta la rispo­sta del “falco” Jyrki Katai­nen, vice­pre­si­dente della Com­mis­sione Ue e sovrin­ten­dente a tutti i capi­toli eco­no­mici: «Grande noti­zia! Gra­zie mille mat­teo­renzi», ha twittato.

Il tutto men­tre la Cgil quan­ti­fi­cava in 290 miliardi il peso dell’economia ita­liana som­mersa: con un’evasione totale di 93 miliardi, un man­cato get­tito di 55, dei quali 14 pos­sono essere recu­pe­rati. E magari reinvestiti.

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