sabato 28 marzo 2015

«Non è un voto di coscienza». Minoranza Pd nel vicolo cieco

da il manifesto
POLITICA

«Non è un voto di coscienza». Minoranza Pd nel vicolo cieco

Democrack. Scintille sui regolamenti, la sinistra bersaniana verso l'astensione. Boschi: «Prematuro parlare di fiducia». Renzi è sicuro di stravincere e ora vuole che il dissenso si pesi. «Saremo più di quello che crede»

Non è ancora lunedì, e cioè il giorno in cui alla riu­nione della dire­zione Pd Renzi si godrà la vit­to­ria schiac­ciante alla conta fra chi sta con lui e chi no. Ma le mino­ranze sono già spac­cate e si com­bat­tono a colpi di dichia­ra­zioni. Da una parte i ber­sa­niani intran­si­genti, con a capo lo stesso Pier Luigi Ber­sani che per una volta abban­dona l’obbedienza «alla ditta» e si dichiara deciso a non votare l’Italicum se non verrà modi­fi­cata la quota dei ’nomi­nati’. Con lui anche Gianni Cuperlo e Rosy Bindi. C’è chi parla di una ven­tina, una tren­tina al mas­simo di depu­tati, «dipende dalla dram­ma­tiz­za­zione politica».
Dall’altra il capo­gruppo di Mon­te­ci­to­rio Roberto Spe­ranza (crea­tura di Ber­sani, che lo aveva scelto come por­ta­voce della corsa alle pri­ma­rie 2012), il mini­stro Mau­ri­zio Mar­tina, Cesare Damiano, e cioè i rifor­mi­sti di rito dia­lo­gante (con Renzi), oggi vicini all’ex segre­ta­rio Guglielmo Epi­fani. Che pun­tano ancora su un accordo. A loro parla la mini­stra Boschi quando, da Torino, accenna a uno spi­ra­glio per qual­che modi­fica dell’Italicum: «La legge elet­to­rale non è per­fetta ma è una buona legge. Si può sem­pre miglio­rare, ma senza per­dere di vista l’obiettivo di darsi una nuova legge in tempi brevi».
Ma gli spazi per il «tavolo» pro­po­sto da Ber­sani, fra sena­tori e depu­tati per con­cor­dare un pac­chetto minimo di modi­fi­che alle riforme, non ci sono. La richie­sta di Renzi di anti­ci­pare il voto sull’Italicum ne è la prova esibita.
«La legge elet­to­rale non è mate­ria di coscienza, è mate­ria poli­tica ed quindi neces­sa­ria un’intesa poli­tica. Sono con­vinto che sapremo con­fron­tarci come sem­pre abbiamo fatto e tro­vare una sin­tesi avan­zata», dice Spe­ranza. Anche i ren­ziani non vogliono sen­tire par­lare di «voto di coscienza». In realtà il rego­la­mento del gruppo Pd al Senato pre­vede libertà di voto «su que­stioni che riguar­dano i prin­cipi fon­da­men­tali della Costi­tu­zione» (art.2 comma 5 del rego­la­mento). Ma la legge elet­to­rale non è mate­ria di rango costi­tu­zio­nale, repli­cano dal Naza­reno. E in ogni caso lo sta­tuto del gruppo del Pd alla Camera di que­sta «libertà» non ha trac­cia. Que­stione chiusa?
No: una parte della mino­ranza invoca la legit­ti­mità del dis­senso per l’effetto del com­bi­nato dispo­sto Italicum-riforme sulla forma di governo. Spiega Fas­sina: «Sulla legge elet­to­rale ci sono dei punti che, nel qua­dro della revi­sione del Senato vanno modi­fi­cati, altri­menti sci­vo­liamo in un pre­si­den­zia­li­smo di fatto senza con­trap­pesi, squi­li­brato, dove una mino­ranza anche molto limi­tata, gra­zie al pre­mio di mag­gio­ranza attri­buito alla lista, domina l’unica camera elet­tiva, elegge da sola il pre­si­dente della Repub­blica, i mem­bri della corte Costi­tu­zio­nale, arri­vando ad un pro­fondo squi­li­brio nei rap­porti tra ese­cu­tivo e legi­sla­tivo a mio avviso peri­colo e da cor­reg­gere». Il voto di coscienza su que­ste mate­rie ha per­sino «un pre­ce­dente espli­cito nello sta­tuto del primo gruppo dell’Ulivo del 2006», argo­menta un altro ber­sa­niano rima­sto vicino all’ex segre­ta­rio, Alfredo D’Attorre.
Al di là del liti­gio a colpi di sta­tuto, il punto resta tutto poli­tico: lunedì una parte della mino­ranza abban­do­nerà il salone del terzo piano del Naza­reno per non rico­no­scere la legit­ti­mità del voto sul dispo­si­tivo finale. Un’altra parte voterà, entrando nella mag­gio­ranza ren­ziana. Il busil­lis della vigi­lia è tutto sul «peso» delle due parti.
Stessa cosa acca­drà poi in aula. Con l’aggravante del pos­si­bile voto a scru­ti­nio segreto. Gra­zie al quale i dis­si­denti Pd spe­rano di con­vin­cere molti col­le­ghi a dare «un segnale» al pre­si­dente del Con­si­glio. Nei fatti potrebbe avve­nire il feno­meno oppo­sto: lo scru­ti­nio segreto può con­vin­cere i dis­si­denti di Forza Ita­lia a votare a favore della riforma, nella spe­ranza di dis­sua­dere Renzi da qual­siasi ten­ta­zione di voto anticipato.

Il governo fa la fac­cia cat­tiva e lascia tra­pe­lare anche l’idea di un voto di fidu­cia finale, ai limiti dell’ammissibilità su una mate­ria così deli­cata. Non lo esclude la mini­stra Madia: «Cer­ta­mente l’obiettivo poli­tico è andare veloci». La cor­regge la mini­stra Maria Elena Boschi: «Par­lare di fidu­cia è pre­ma­turo». Più che pre­ma­turo, la fidu­cia potrebbe essere inu­tile. Renzi è con­vinto di stra­vin­cere in aula e vuole chiu­dere defi­ni­ti­va­mente la par­tita con la mino­ranza con una dimo­stra­zione di forza defi­ni­tiva. Sta­volta senza offrire a nes­suno l’alibi del voto di fiducia.

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