sabato 28 marzo 2015

Odevaine confessa: “Sì, Buzzi mi pagava perché ero il lobbista di Mafia capitale”

Odevaine confessa: “Sì, Buzzi mi pagava perché ero il lobbista di Mafia capitale” (CARLO BONINI).

OdevaineRoma, l’ex vice-capo di gabinetto di Veltroni ammette lo “stipendio” “Ricevevo 5mila euro al mese per facilitare gli affari della banda”.

ROMA – Quattro mesi di carcere convincono Luca Odevaine, già vice-capo di gabinetto di Veltroni sindaco, quindi capo della polizia provinciale di Roma e componente del tavolo di coordinamento nazionale per l’immigrazione del Ministero dell’Interno, a rompere il silenzio in cui si era chiuso dopo la grande retata con cui, in dicembre, la Procura di Roma aveva documentato il suo ruolo in “Mafia Capitale”.
A chiedere dunque un interrogatorio con il pm Paolo Ielo, per ammettere “spontaneamente”, durante quattro ore di contestazioni, il proprio rapporto “a catena” (suggellato da uno “stipendio mensile di 5 mila euro”) con Salvatore Buzzi, presidente della cooperativa sociale 29 Giugno e, soprattutto, Signore, con il “nero” Massimo Carminati, di quella Terra di Mezzo che aveva trasformato gli appalti del “terzo settore” e le politiche sociali del Campidoglio (con la Giunta Alemanno, prima, con alcuni consiglieri del Pd all’arrivo di Marino) in “cosa loro”.
Assistito dal suo avvocato Luca Petrucci, Odevaine dà insomma atto alla pubblica accusa di essere stato regolarmente a libro paga di Buzzi («È vero, venivo retribuito con 5 mila euro al mese»), della frequenza e solidità dei rapporti che li legavano. E tuttavia, se si sta a quanto riferiscono qualificate fonti inquirenti, l’ammissione (la prima messa a verbale da uno degli indagati dal giorno degli arresti) se è vero che segnala come qualcosa cominci a rompersi nel collettivo e significativo stato di ibernazione scelto sin qui da tutti gli arrestati, è altrettanto vero che lascia assai tiepida la Procura.
Nel difendersi dall’accusa di essere stato corrotto da Buzzi (circostanza che nega), Odevaine prova infatti a offrire una spiegazione alternativa di quello «stipendio» regolarmente percepito dal padrone della cooperazione sociale a Roma. Lo derubrica a compenso per il «traffico di influenze» che era in grado di assicurare con uomini e strutture della pubblica amministrazione. Capitolina e non solo. «Ero il suo lobbista», spiega. «E altro non sarei potuto essere — aggiunge, consegnando una serie di documenti al pm — perché il mio ruolo nel Tavolo di coordinamento nazionale per l’immigrazione al ministero dell’Interno era puramente tecnico, non politico. Non ero insomma in grado di assicurare od orientare alcuna decisione in favore di Buzzi».
Una difesa, insomma, che prova a smontare, insieme, le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso e corruzione, provando a chiamare le cose con un altro nome. A maggior ragione in vista della pronuncia del prossimo 10 aprile in Cassazione, quando verrà detta una parola conclusiva sui ricorsi presentati contro la decisione del Tribunale del Riesame di confermare la detenzione dei principali indagati di “Mafia Capitale”.
Una difesa, come si diceva, che non sembra aver fatto breccia nella Procura sia perché le parole di Odevaine non avrebbero aggiunto nulla al quadro probatorio, sia perché la dimensione del “lobbista” che ha accreditato farebbe a pugni non solo con la regolare dissimulazione con cui lo stesso Odevaine cercava di nascondere i suoi compensi (perché nasconderli, se innocui?), ma anche con il tono e il contenuto delle loro conversazioni intercettate.
Da La Repubblica del 28/03/2015.

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