domenica 1 marzo 2015

OPINIONE Trasparenza, la svolta che serve all’Italia

da l'Espresso
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Trasparenza, la svolta che serve all’Italia

Le ultime leggi hanno introdotto un modello avanzato ma è necessario integrarlo 
con sistemi simili 
al Foia statunitense

DI RAFFAELE CANTONE
Trasparenza, la svolta che serve all’Italia
''Ho letto con attenzione l’articolo de “l’Espresso” numero 7 che riproduceva un capitolo del libro di Alessandro Gilioli e Guido Scorza (“Meglio se taci”, Baldini& Castoldi) dedicato alla trasparenza pubblica, condividendo, ma solo in parte, la ricostruzione della situazione italiana. Intanto mi sembra un po’ ingeneroso dipingere il nostro modello di trasparenza come uno dei peggiori del mondo. Non è più così.

Già con il decreto n. 150 del 2009 si affermava la trasparenza come «accessibilità totale delle informazioni concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo di risorse pubbliche». In questo modo è cominciata una significativa correzione di rotta rispetto alla situazione precedente, nella quale, come ricordano gli autori, solo coloro che potevano vantare una situazione legittimante avevano diritto ad ottenere i documenti. Questa nuova tendenza si è rafforzata con la legge anticorruzione del 2012 e soprattutto con il decreto legislativo n. 33 del 2013, che coglie appieno la connessione tra trasparenza e lotta alla corruzione.

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LA NUOVA TRASPARENZA si fonda su una serie molto significativa di obblighi che ricadono direttamente sulle amministrazioni pubbliche, che devono pubblicare sul proprio sito istituzionale informazioni sulla loro organizzazione e sulle attività più rilevanti svolte. Dati aperti, accessibili gratuitamente, indicizzabili e riutilizzabili liberamente. Inoltre ogni cittadino ha possibilità di chiedere formalmente (“accesso civico”) la pubblicazione di atti da parte dell’amministrazione.

L’Autorità anticorruzione che io presiedo svolge una costante azione di vigilanza sui siti delle amministrazioni e attiva, attraverso proprie segnalazioni all’autorità competente (il Prefetto), l’irrogazione delle sanzioni previste in caso di mancata pubblicazione dei dati. E stiamo lavorando, in pieno accordo con il Ministero dell’Economia, per estendere il complesso dei soggetti tenuti al rispetto degli obblighi, che comprende tutta la galassia delle società e degli altri enti privati controllati o partecipati da pubbliche amministrazioni (anche locali).

Concordo, però, con Gilioli e Scorza sul fatto che i progressi, seppur innegabili, non siano sufficienti. Non basta cioè, puntare sui soli obblighi di pubblicazione, perché in tal modo si resta legati all’idea di trasparenza che ha il legislatore del momento nel definirli e si deve scontare una lunga opera per smuovere amministrazioni recalcitranti, perché abituate a decenni, se non secoli, di opacità. Occorre, quindi, completare il modello di trasparenza con il riconoscimento di un diritto di accesso in capo a qualunque cittadino. Un diritto di accesso “generalizzato” sul modello del Freedom of information act statunitense che assicuri la possibilità di ottenere su richiesta informazioni non pubblicate in virtù degli obblighi.

SI TRATTA PERÒ DI COMPLETARE il modello già introdotto, non di sostituirlo con un altro. Perché anche il Foia ha i suoi limiti. Ne cito solo tre. In primo luogo con il Foia si può accedere a dati e informazioni esistenti mentre il nostro modello si rivela migliore perché impone agli enti di organizzare o rielaborare i dati, proprio ai fini di una maggiore trasparenza (si pensi a tabelle riassuntive della situazione del personale o a schemi più facilmente comprensibili dei bilanci pubblici). In secondo luogo, l’esercizio del diritto di accesso generalizzato produce una trasparenza legata alle curiosità del cittadino, non organicamente programmata per dare luce all’intera amministrazione: nella metafora della “casa di vetro”, si rischia di illuminare solo le parti della casa che corrispondono alle richieste dei singoli cittadini.

Per la medesima ragione, infine, la conoscenza (e la comprensione) attivata dai meccanismi del Foia si realizza tendenzialmente solo per il richiedente, mentre l’immediata disponibilità di informazioni sui siti delle amministrazioni risponde meglio all’esigenza di garantire ai cittadini eguali ed effettive condizioni di accesso alle informazioni. Si ricordi, poi, che il bilanciamento tra trasparenza e privacy nel nostro modello è già definito nella legge (con un effetto di maggiore certezza), mentre in base al Foia va fatto caso per caso (e con esiti incerti). Infatti, ovunque (Usa, Gran Bretagna Spagna, Francia) i sistemi Foia stanno evolvendo proprio in questa direzione.

L’AUTORITÀ ANTICORRUZIONE, che è oggi a presidio della trasparenza amministrativa in Italia, è nettamente favorevole alla integrazione del modello attuale con l’accesso generalizzato tipico del Foia. In questo senso c’è già stata la proposta di una Commissione di studio, costituita per dare a Parlamento e Governo un contributo di idee alla riforma della pubblica amministrazione. Si tratta di una occasione storica, da non perdere, per allineare l’Italia ai modelli delle democrazie più avanzate e per realizzare quel controllo diffuso dei cittadini che costituisce uno degli strumenti più efficaci di prevenzione della corruzione.

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