venerdì 27 marzo 2015

Poletti: «No al reddito minimo» e promette misure contro la povertà

da il manifesto
LAVORO

Poletti: «No al reddito minimo» e promette misure contro la povertà

Robocoop. Sabato scorso il ministro del lavoro ha marciato con Libera contro le mafie e per il reddito minimo. Ieri lo ha bocciato: «Non ci sono risorse». Poi annuncia: «Nel 2015 boom dei contratti fissi (+79 mila)», anche se non conta quelli precari. E Renzi aziona la grancassa: «L’aumento dei contratti significa più diritti»

Il ministro del lavoro Giuliano Poletti
Dopo avere pas­seg­giato a Bolo­gna nel cor­teo di Libera sabato scorso che chie­deva, tra l’altro, l’introduzione del «red­dito minimo» in Ita­lia, in un’intervista rila­sciata a «Fami­glia Cri­stiana» cin­que giorni dopo il mini­stro del Lavoro Poletti ha detto «No al red­dito minimo» per­ché ha un costo di molti miliardi, inso­ste­ni­bile per l’attuale bilan­cio pubblico».
Poletti ha fatto rife­ri­mento alla pro­po­sta del Movi­mento 5 Stelle sui 780 euro al mese, attual­mente in discus­sione in Com­mis­sione lavoro al Senato insieme a quella pre­sen­tata da Sel che ha un importo infe­riore e un fun­zio­na­mento diverso, come pre­vi­sto dalla pro­po­sta di legge popo­lare soste­nuta dai movi­menti e asso­cia­zioni da cui è nata. Ma il «niet» di Poletti è esten­di­bile anche a quest’ultima e, in gene­rale, alla cam­pa­gna per il red­dito di «dignità» lan­ciata da Libera con il Bin e il Cilap, che cerca di met­tere attorno a un tavolo Cin­que Stelle Sel e Pd (che ha pre­sen­tato un’altra pro­po­sta) sulla base di quat­tro prin­cipi: il red­dito minimo dev’essere indi­vi­duale, suf­fi­ciente, con­gruo rispetto alle com­pe­tenze al red­dito e al lavoro pre­ce­dente e riser­vato a tutti i residenti.
La richie­sta sarà avan­zata dalla mani­fe­sta­zione di domani a Roma orga­niz­zata dalla Fiom che sostiene la cam­pa­gna «red­dito di dignità».
Il cer­chio si chiude.
Come pre­vi­sto ieri da il mani­fe­sto, Poletti sosterrà una misura con­tro la povertà asso­luta, coe­ren­te­mente con l’impostazione neo­li­be­ri­sta e cari­ta­te­vole dei governi dell’austerità: «Non nego l’esistenza di situa­zione estreme di povertà e disa­gio. Entro giu­gno pre­di­spor­remo un piano ope­ra­tivo per l’inclusione sociale», cioè un sus­si­dio con­tro le povertà sul modello fal­li­men­tare della «social card» o dell’irrisorio «Sia» voluto dal governo Letta (con 40 milioni di euro in tre anni). I fondi a dispo­si­zione sareb­bero di 1 miliardo nei pros­simi sei anni: 170 milioni circa all’anno. Una mise­ria per un sus­si­dio con­tro la mise­ria. Lo rico­no­sce lo stesso Poletti: «Ser­vono ulte­riori risorse».
«Un serio mini­stro del Lavoro — ha rispo­sto Nun­zia Catalfo, prima fir­ma­ta­ria della pro­po­sta M5S — dovrebbe met­tersi ad un tavolo per stu­diare le pro­po­ste esi­stenti. Le coper­ture finan­zia­rie della nostra sono state rite­nute ammis­si­bili dal Senato nella discus­sione sulla Legge di sta­bi­lità». I Cin­que Stelle sem­brano con­ver­gere sui prin­cipi della cam­pa­gna «red­dito di dignità» di Libera, Bin e Cilap, valo­riz­zando tra l’altro alcune carat­te­ri­sti­che della loro stessa pro­po­sta: ero­ga­zione indi­vi­duale del red­dito (e non al capo­fa­mi­glia come pre­ve­dono i sus­sidi con­tro la povertà); la con­gruità dell’offerta di lavoro con il Cv del beneficiario.
Ieri la gior­nata di Poletti è stata segnata dall’aumento di 79 mila posti di lavoro a tempo inde­ter­mi­nato. Il dato lo ha comu­ni­cato durante una con­fe­renza stampa alla regione Lazio sulla fal­li­men­tare «Garan­zia Gio­vani», men­tre una rap­pre­sen­tanza del labo­ra­to­rio romano per lo scio­pero sociale lo con­te­stava in via Cri­sto­foro Colombo. «Sono stati regi­strati nei due primi mesi del 2015. A gen­naio risul­tano atti­vati 40.500 con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato in più rispetto al gen­naio 2014. A feb­braio +38500.
Diversi gior­na­li­sti pre­senti hanno chie­sto a Poletti se i 79 mila nuovi con­tratti fos­sero nuove forme con­trat­tuali o sono vec­chi con­tratti tra­sfor­mati. Poletti ha rispo­sto di «non sapere rispon­dere in det­ta­glio». La fonte della noti­zia sareb­bero in realtà i dati sulle comu­ni­ca­zioni obbli­ga­to­rie del mini­stero del Lavoro. Dato che la decon­tri­bu­zione per le imprese con­te­nuta nel Jobs Act è entrata in vigore il 7 marzo, l’aumento sarebbe il risul­tato degli sgravi con­tri­bu­tivi stan­ziati dalla legge di sta­bi­lità. C’è tut­ta­via da con­si­de­rare i dati sul lavoro pre­ca­rio. A feb­braio su 558.802 atti­va­zioni com­ples­sive, ben 420.760 erano precarie.

Un dato pas­sato inos­ser­vato men­tre Renzi ha azio­nato la gran­cassa: «È solo l’inizio. Ci hanno detto di tutto in que­sti mesi, ci hanno accu­sato di voler ren­dere la nostra gene­ra­zione per sem­pre pre­ca­ria. È vero esat­ta­mente il con­tra­rio: stiamo dando diritti a chi non ne ha mai avuti». I diritti sareb­bero le «tutele cre­scenti» pre­vi­ste dal Jobs Act che pro­lun­gano sine die il pre­ca­riato di cui par­lano i dati.

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