domenica 8 marzo 2015

POLITICA Boldrini: «Su di me fantapolitica. Il mio lavoro mi basta»

da il manifesto
POLITICA

Boldrini: «Su di me fantapolitica. Il mio lavoro mi basta»

Intervista. Parla la presidente della Camera: «A Renzi dico: se non difendessi il parlamento sbaglierei». «Declinare al femminile sembra una cosa futile? Non lo è». «Nessuna crociata sulla lingua italiana, ma la mentalità che impone il maschile è quella che vuole le donne a casa»

La presidente della camera Laura Boldrini
Pre­si­dente Laura Bol­drini, a nes­suno ver­rebbe in testa di defi­nire «il can­tante» una donna che canta. Nella pre­ghiera «Salve Regina», che risale al medioevo e nasce in latino prima di essere tra­dotta in ita­liano, si parla di Maria come «avvo­cata nostra». Lei come si spiega le iro­nie, gli imba­razzi, insomma per­ché tante sto­rie quando lei chiede di essere defi­nita «la pre­si­dente» della Camera?
È una bella domanda. C’è una forma di resi­stenza dovuta al non voler pren­dere atto della realtà, come se que­sta realtà non pia­cesse, o si rite­nesse futile farci caso. Si ridi­co­lizza, si dice che sono altre le cose impor­tanti. Invece tutto si tiene, tutto è col­le­gato: se a una donna che svolge un ruolo non viene rico­no­sciuto il genere, la si masco­li­nizza. Le si dice di assu­mere un genere non suo per essere accet­tata in quel ruolo. È la stessa men­ta­lità per cui è nor­male che a parità di lavoro le donne rice­vano salari più bassi degli uomini, e che in tempi di crisi è meglio che lavori l’uomo anzi­ché la donna. Ma se una donna non ha l’indipendenza eco­no­mica, ha meno mezzi anche di fronte alla vio­lenza dome­stica, per­ché ha più dif­fi­coltà a libe­rarsi dall’uomo vio­lento. Ecco per­ché tutto si tiene.
Chi le dice che ci sono ’ben altri pro­blemi’ dice anche che sulla lin­gua ita­liana lei sta facendo ‘una cro­ciata’. Dica: sta facendo una crociata?
La mia non è una cro­ciata. È un dovere. Mi voglio fare carico di dare alle donne il rico­no­sci­mento che meri­tano. Le donne nel nostro paese svol­gono più di un ruolo: nella pro­pria fami­glia, in quella di ori­gine, nella società, nel lavoro. Mi metto a dispo­si­zione di tutte: per fare in modo che siano più rispet­tate e abbiano più pos­si­bi­lità di essere rico­no­sciute parte attiva della nostra società. Oggi (ieri, ndr) mi è pia­ciuto molto il discorso del pre­si­dente Mat­ta­rella che ha rico­no­sciuto alle donne il ruolo cen­trale che meri­tano. A me non piace essere un’eccezione. Non mi stanno sim­pa­ti­che le donne che arri­vano a un ruolo di ver­tice e vogliono restare casi iso­lati, e non fanno nulla per rimuo­vere gli osta­coli che hanno incon­trato sulla pro­pria strada per favo­rire quella strada anche ad altre donne. Mi spendo affin­ché tante altre donne pos­sano farlo, evi­den­te­mente quelle che meri­tano. Per­ché della pena­liz­za­zione delle donne paga il prezzo tutta la società. Quest’opinione è con­di­visa anche da Chri­stine Lagarde (diret­trice del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nare, ndr), che certo non può essere con­si­de­rata una mili­tante dei diritti delle donne, ma che ha par­lato di «cospi­ra­zione ai danni delle donne» per­ché tagliate fuori dal mondo del lavoro. Un’esclusione che costa di media ai paesi il 15 per cento di Pil potenziale.
Ci sono mini­stre che si nomi­nano al maschile, anche in que­sta legi­sla­tura. La sua col­lega Irene Pivetti, quando pro­nun­ciò il discorso di inse­dia­mento alla pre­si­denza della Camera, disse: «Io sono un cittadino».
Ognuna si defi­ni­sce come vuole, libere tutte di farlo. Ho man­dato una let­tera alle depu­tate e ai depu­tati e alla segre­ta­ria gene­rale della Camera per­ché si abbia rispetto del genere nel decli­nare gli inca­ri­chi e i ruoli nelle aule e negli atti par­la­men­tari. E le assi­curo che molte depu­tate mi fanno pre­sente che a loro non piace essere chia­mate al maschile. Que­sta let­tera inter­preta anche la richie­sta di molte di loro.
Chi la cri­tica forse lo fa per­ché c’è un fem­mi­ni­smo con­si­de­rato ’pia­gnone’, soste­ni­tore delle quote, e che seria­mente rischia di ricac­ciare le donne nell’eterna con­di­zione di vittima?
Io vit­tima non mi sento, e tanto meno pia­gnona. Io non sono una fan delle quote, non mi piace pen­sare che noi donne non pos­siamo com­pe­tere ad armi pari, né ne ho sen­tito mai biso­gno nella mia vita. Però devo fare i conti con la realtà del nostro paese. Nelle ele­zioni ammi­ni­stra­tive, quando non c’era un sistema di cosid­dette quote, le donne erano tre­men­da­mente svan­tag­giate. Per que­sto penso che per ora le quote sono un male da accet­tare, un prezzo che dob­biamo pagare per arri­vare a una società più pari­ta­ria. Quando acca­drà, quando ci si schio­derà dal 47 per cento di donne che lavo­rano, forse non sarà più necessario.
Il pre­si­dente Renzi, rom­pendo con una tra­di­zione ormai di legi­sla­ture, non ha nomi­nato una mini­stra delle pari oppor­tu­nità. È un male o una scelta coraggiosa?
Su que­sto ci sono opi­nioni molto diverse. Alcune donne con­si­de­rano ridut­tivo avere un mini­stero ’dedi­cato’, altre lo riten­gono neces­sa­rio per met­tere in atto le poli­ti­che che ci sono, spe­cie adesso che dob­biamo attuare la con­ven­zione di Istan­bul. Per me, in ogni caso, la cosa più impor­tante è che nei ter­ri­tori le donne non ven­gano lasciate sole. Ora c’è una dele­gata del pre­si­dente del Con­si­glio, Gio­vanna Mar­telli, che fa da rife­ri­mento per il net­work delle asso­cia­zioni pur non avendo un ruolo mini­ste­riale. E que­sto è un lavoro che serve, e che va svolto.
È dato di oggi che in Ita­lia, nono­stante la legge sul fem­mi­ni­ci­dio, le vio­lenze dome­sti­che aumen­tano. È sba­gliata, super­fi­ciale, la sen­sa­zione dif­fusa che per le donne le cose peggiorino?
È una con­si­de­ra­zione gene­rica. Le cose peg­gio­rano per certi aspetti, ma per molti altri miglio­rano. Non voglio igno­rare i pro­blemi ma sono por­tata a valo­riz­zare le solu­zioni e le buone pra­ti­che di que­sta legi­sla­tura. Abbiamo un par­la­mento com­po­sto al 30 per cento di donne, per la prima volta nella sto­ria ita­liana. Il primo atto legi­sla­tivo è stato l’adozione della Con­ven­zione di Istan­bul. C’è stato un decreto sulle misure penali per chi com­mette vio­lenza. La pro­po­sta di legge che dà alle madri la pos­si­bi­lità di dare il loro cognome ai figli è stata appro­vata dalla Camera e ora è al Senato. Nella riforma elet­to­rale uscita dal Senato e ora in Com­mis­sione a Mon­te­ci­to­rio c’è la dop­pia pre­fe­renza di genere, e nelle liste l’alternanza uomo-donna.
Per il pre­si­dente del Con­si­glio lei è «uscita dal suo peri­me­tro di inter­vento isti­tu­zio­nale» quando ha difeso la cen­tra­lità del par­la­mento. Secondo alcuni retro­scena Renzi la vedrebbe bene sin­daca di Milano. Forse il pre­mier la vuole vedere altrove rispetto al ruolo che ricopre?
Que­sta sto­ria di Milano è fan­ta­po­li­tica. È priva di ogni fon­da­mento. Non so da dove esca, ma è un modo per far per­dere tempo ai gior­na­li­sti e a me. Non mi inte­res­sano que­ste pole­mi­che. Io sono felice di quello che fac­cio, ono­ra­tis­sima di farlo, ho tanti pro­getti da por­tare avanti.
La segre­ta­ria della Cgil Susanna Camusso ha detto, pro­prio difen­dendo lei dalle accuse di Renzi, che il pre­mier ha «la ten­denza ad affer­mare che noi siamo una sorta di Repub­blica pre­si­den­ziale». In que­sta legi­sla­tura, il con­ti­nuo ricorso alla decre­ta­zione e all’iniziativa del governo, sta venendo meno la cen­tra­lità del parlamento?

L’eccesso di decreti è una pato­lo­gia che si tra­scina da molti anni. È dovere del pre­si­dente della Camera, in que­sto caso della pre­si­dente, riba­dire le pre­ro­ga­tive del par­la­mento. Sarebbe omis­sivo non farlo. Ritengo di aver fatto quello che dovevo, nel pieno rispetto del mio ruolo. E non ho altro da aggiungere.

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