giovedì 12 marzo 2015

POLITICA La festa di Berlusconi: mi ricandido

da il manifesto
POLITICA

La festa di Berlusconi: mi ricandido

Assolto. Folla davanti alla residenza romana, l’ex cavaliere rispolvera il repertorio preferito. A festeggiare anche i suoi avversari interni. E lui ringrazia tutti, perfino i magistrati. E chiede la modifica della legge Severino per poter tornare in parlamento. Ma i suoi guai giudiziari non sono affatto finiti

Silvio Berlusconi 
''Ma che siete qui per il bunga bunga?»: l’assolto nota tre ragazze pia­centi in mezzo alla qua­ran­tina di gio­vani che festeg­giano ban­diere al vento di fronte a palazzo Gra­zioli e, men­tre allunga le mani dall’altra parte della can­cel­lata per salu­tare com­mosso, non perde la bat­tuta. Tanto gli piace, anzi, che la ripete, rivolto sta­volta ai par­la­men­tari azzurri accorsi a festeg­giarlo: «Ogni scusa è buona per lasciare il Par­la­mento! Comun­que, ora basta com­mo­zione: bunga bunga per tutti». Sil­vio l’Incorregibile.
A festeg­giare, nel palazzo intorno al quale ruo­ta­vano un tempo i destini del Paese e dei pae­sani, ci sono tutte le bande azzurre, e per­sino Noemi Leti­zia, quella al cui diciot­te­simo com­pleanno l’allora poten­tis­simo aveva voluto pre­sen­ziare, inau­gu­rando così la serie disa­strosa dei guai legati alle sue fre­quen­ta­zioni fem­mi­nili. Ci sono i fede­lis­simi, col cer­chio magico quasi più felice del diretto inte­res­sato. I «ver­di­niani», gui­dati da Denis in per­sona, quello che appena ieri era con­si­de­rato con le vali­gie già pronte e il san­tino di Renzi in tasca. I «fit­tiani», senza don Raf­faele ma solo per­ché il viceré pugliese era di stanza a Stra­sburgo.
Unità fit­ti­zia, desti­nata a durare un giorno solo? Cer­ta­mente pos­si­bile, forse pro­ba­bile. Ma di sicuro la sen­tenza della Cas­sa­zione è una carta vin­cente, e Ber­lu­sconi non manca di gio­carla per recla­mare il ritorno all’unità del par­tito. E’ il solo tema su cui batte e ribatte nel discor­setto che improv­visa di fronte ai festanti: «Archi­viata que­sta tri­ste pagina sono di nuovo in campo per costruire, con Fi e con il cen­tro­de­stra, un’Italia migliore». E poi: «Ora basta litigi. Fi va rin­no­vata con il con­tri­buto di tutti. I mode­rati in Ita­lia sono maggioranza».
Nel giro di 24 ore Ber­lu­sconi ha otte­nuto due suc­cessi indi­scu­ti­bili: il voto pra­ti­ca­mente una­nime con­tro le riforme e un’assoluzione defi­ni­tiva che, se non blinda quell’unanimità, rende comun­que ben più dif­fi­cile rom­perla. In con­creto la situa­zione sua e del par­tito resta dif­fi­ci­lis­sima: pur nel momento di gioia, i suoi ammet­tono che le regio­nali pro­met­tono disa­stri. Per­sino l’ultima roc­ca­forte, quella cam­pana, vacilla di brutto, e Renzi sta spen­dendo tutte le sue note­voli armi di per­sua­sione non solo morale per con­vin­cere Alfano ad appog­giare De Luca e non Cal­doro. Le divi­sioni nel par­tito non sono pro­ba­bil­mente sana­bili, quelle nella coa­li­zione ancora di meno. Alfano si con­gra­tula per l’assoluzione, però cor­reda le feli­ci­ta­zioni con veleno puro: «Ora rompi con la Lega». Lo stesso oriz­zonte giu­di­zia­rio rimane tem­pe­stoso, con la nuvola nera del rin­vio a giu­di­zio per il Ruby-ter che incombe, anche se l’assoluzione nel pro­cesso Ruby rende quella minac­cia un po’ meno pericolosa.
Tutto vero, e dun­que tutto incer­tis­simo per l’ex cav. Resta il fatto che è soprav­vis­suto a una gior­nata cam­pale che avrebbe dovuto inflig­ger­gli il colpo di gra­zia, che è poli­ti­ca­mente vivo se non vegeto e che può quindi pro­vare una posi­zione di fatto unica: quella del solo lea­der del cen­tro­de­stra capace di rivol­gersi sia all’elettorato mode­rato che a quello radicale.
Ma la vera que­stione, ancor più delle bizze dei suoi e dell’odio che impera tra i fram­menti della sua antica coa­li­zione, è pro­prio que­sto: Ber­lu­sconi è ancora in grado di rivol­gersi con qual­che cre­di­bi­lità se non a tutto il suo vec­chio elet­to­rato almeno a una sua cor­posa parte?
Il nodo è lì, e il grande imbo­ni­tore lo sa. Quando dice «spe­riamo che adesso gli ita­liani si accor­gano di quello che ci hanno fatto e che si possa recu­pe­rare qual­cosa», è sin­cero, molto più di quando rin­gra­zia «i magi­strati che hanno dimo­strato corag­gio e indi­pen­denza», e dà voce a un rovello reale.
La sua vera forza, in que­sti vent’anni e passa, non è stata solo il con­trollo dei media. E’ stata la capa­cità di comu­ni­care con un Paese che voleva cre­der­gli a tutti i costi e si rispec­chiava non nei suoi pregi ma soprat­tutto nei suoi difetti. Quanto di quella magia il pre­sti­gia­tore sia ancora in grado di eser­ci­tare è forse la prin­ci­pale inco­gnita che grava sul suo destino politico.
La seconda inco­gnita riguarda il se e il quando gli sarà per­messo di tor­nare a usare le pro­prie arti. La con­danna è scon­tata. Uno dei pro­cessi più insi­diosi è finito in asso­lu­zione. Restano gli effetti deva­stanti di quella legge Seve­rino che non sarebbe mai pas­sata senza il suo via libera e che gli vieta ogni can­di­da­tura ancora per anni. Tutti gli azzurri, non­ché il fra­tello Paolo accorso anche lui a Roma per gioire con l’assolto, recla­mano una modifica.

Lui, Sil­vio il rea­li­sta, non si illude. A chi gliene parla replica: «Spe­riamo nel ricorso a Bruxelles».

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