venerdì 13 marzo 2015

POLITICA Nuovo senato, quel poco che si può cambiare

da il manifesto
POLITICA

Nuovo senato, quel poco che si può cambiare

Nuovo senato. Si sta perdendo l’occasione per quelle poche modifiche che erano utili. Resta da verificare il margine per evitare almeno i cambiamenti più incoerenti

Un altro pas­sag­gio nel cam­mino della riforma costi­tu­zio­nale si è con­su­mato. La Camera ha appro­vato, con limi­tate modi­fi­che, il testo già licen­ziato dal Senato con 357 voti favo­re­voli (pari al 56,6%) dei com­po­nenti. Siamo ben lon­tani dalla lar­ghis­sima con­di­vi­sione che si regi­strò alla Costi­tuente. Perso anche il prin­ci­pale alleato (Forza Ita­lia), que­sta risulta una riforma for­te­mente voluta soprat­tutto dal Pd (309 depu­tati) che si è mostrato com­patto: sol­tanto Civati, Boc­cia, Fas­sina e Pasto­rino non hanno votato. Cer­ta­mente, tra gli stessi “demo­cra­tici” ci sono molte voci cri­ti­che che con­ti­nuano a chie­dere modi­fi­che (del testo a favore del quale hanno votato); ma quali sono gli spazi resi­dui per miglio­rare la riforma?
L’articolo 104 del Rego­la­mento pre­vede che «se un dise­gno di legge appro­vato dal Senato è emen­dato dalla Camera dei depu­tati, il Senato discute e deli­bera sol­tanto sulle modi­fi­ca­zioni appor­tate dalla Camera, salva la vota­zione finale. Nuovi emen­da­menti pos­sono essere presi in con­si­de­ra­zione solo se si tro­vino in diretta cor­re­la­zione con gli emen­da­menti intro­dotti dalla Camera dei depu­tati». Essendo poche (e com­ples­si­va­mente mar­gi­nali) le modi­fi­che appor­tate dalla Camera al testo già appro­vato dal Senato lo scorso 8 ago­sto, quest’ultimo sem­bra quindi desti­nato a poter inter­ve­nire limi­ta­ta­mente. E non sugli aspetti di mag­giore rilievo, come la par­te­ci­pa­zione dei cit­ta­dini (negli isti­tuti di demo­cra­zia diretta e nelle ele­zioni delle Camere), la sem­pli­fi­ca­zione del pro­ce­di­mento legi­sla­tivo (che fini­sce per dive­nire più com­plesso) e la coe­renza tra riforma delle Camere e quella del titolo V (su cui si è caduti in aperta contraddizione).
Lo spa­zio a dispo­si­zione è quindi angu­sto. Oltre agli emen­da­menti modi­fi­ca­tivi (even­tual­mente anche per rin­viare l’entrata in vigore di dispo­si­zioni par­ti­co­lar­mente mal riu­scite), si potrebbe inter­ve­nire con alcuni emen­da­menti aggiun­tivi, anche in sede di dispo­si­zioni tran­si­to­rie, ma, all’interno di que­sto testo — e quindi di que­sto per­corso ri-costituente — sem­bra dif­fi­cile inci­dere, soprat­tutto a regime, sulle que­stioni più deli­cate e caratterizzanti.
In sostanza, una discus­sione fret­to­losa e disor­di­nata, tra i “can­guri” del Senato e il “fiume” (in piena) della Camera, sta con­so­li­dando un testo che, pur lar­ga­mente cri­ti­ca­bile e cri­ti­cato (ripe­tiamo: molto sin­go­lar­mente anche da chi lo ha votato), costrin­gerà pre­sto i par­la­men­tari a votare a favore o con­tro il com­plesso della riforma, secondo quanto pre­vi­sto per la seconda let­tura dai rego­la­menti di entrambe le Camere.

Come tra un com­ples­sivo e onni­com­pren­sivo ’sì’ o ’no’ saremo costretti a sce­gliere noi elet­tori nell’eventuale (ma molto pro­ba­bile) refe­ren­dum costi­tu­zio­nale. In quell’occasione, in defi­ni­tiva, potremo solo pren­dere o lasciare: cioè votare per una riforma costi­tu­zio­nale che rischia di ren­dere il fun­zio­na­mento delle isti­tu­zioni (e soprat­tutto del Par­la­mento) ancora più com­plesso, con­torto e incoe­rente o per il man­te­ni­mento del testo vigente che, pur avendo dato com­ples­si­va­mente buona prova di sé (a dif­fe­renza delle forze poli­ti­che), richie­de­rebbe di essere alleg­ge­rito nel numero dei par­la­men­tari, di essere reso più effi­cace nell’assunzione delle deci­sioni e nel con­trollo del Governo da parte del Par­la­mento, di favo­rire in modo più ade­guato la par­te­ci­pa­zione dei cit­ta­dini.
Per uscire da que­sta poco allet­tante alter­na­tiva non rimane che veri­fi­care in con­creto, attra­verso tutte le tec­ni­che a dispo­si­zione, quale sia il mar­gine per evi­tare almeno le modi­fi­che più con­torte e incoe­renti, nell’auspicio (che ha ormai dav­vero poche pos­si­bi­lità di rea­liz­zarsi) di poter arri­vare ad un dise­gno auten­ti­ca­mente rifor­ma­tore che, rispon­dendo agli unici impe­gni dav­vero assunti con gli elet­tori, dimi­nui­sca anzi­tutto il numero dei par­la­men­tari potendo, con que­sto e altri limi­ta­tis­simi inter­venti, miglio­rare la forza del Par­la­mento ren­den­dolo più effi­ciente. Ad oggi, tut­ta­via, pur­troppo, l’ipotesi di gran lunga più pro­ba­bile è che ancora una volta si perda l’occasione per una buona riforma costituzionale.

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