domenica 1 marzo 2015

POLITICA Un Tea Party con i fascisti

da il manifesto
POLITICA

Un Tea Party con i fascisti

A Roma. Un po’ di grillismo, un po’ di renzismo e tanto neo fascismo per la piazza del segretario leghista. Che comincia a imbarcare transfughi. E che tra don Milani e "fuori i Rom" si propone per guidare una destra maggioritaria

Un'immagine dalla manifestazione della Lega di ieri a Roma
Mar­ciano in bloc­chi, uno spez­zone con le ban­diere d’Italia, un altro con il ves­sillo dell’Unione euro­pea sbar­rato da una X rossa. Le stelle, il blu e il rosso nell’insieme ricor­dano la ban­diera sudi­sta, un acco­sta­mento che non è mai dispia­ciuto ai razzisti.
Sal­vini è un lea­der tele­vi­sivo. Al punto che men­tre si aspetta il comi­zio i maxi schermi riman­dano i talk show dove è stato ospite. Tutti. Lo si può applau­dire men­tre litiga da Vespa, da Flo­ris o da Gian­nini, il suo pub­blico lo rico­no­sce così. E quando appare sul palco — cami­cia bianca ma fuori dai pan­ta­loni e coperta da una t-shirt che inneg­gia a Gra­ziano Stac­chio, il ben­zi­naio vicen­tino col fucile — il segre­ta­rio della Lega ha l’iPad in mano e si mette a ripren­dere la folla. Men­tre la folla riprende lui.
È un one-man-show con alcune com­parse. Roberto Maroni e Luca Zaia sono sul palco. Maroni piut­to­sto ecci­tato come a far dimen­ti­care pre­ce­denti timi­dezze e peri­co­lose sim­pa­tie per il reprobo Fla­vio Tosi (il sin­daco di Verona alla fine è venuto, ma si è fer­mato ai piedi del palco); Zaia fa un discorso il cui unico senso è che l’hanno fatto par­lare per­ché è in cam­pa­gna elet­to­rale. Poi un altro po’ di vec­chi colon­nelli leghi­sti come Cal­de­roli o Castelli che aspi­rano al nuovo cer­chio magico. C’è anche il mal­con­cio Umberto Bossi che deam­bula lungo il pro­sce­nio, è assai fuori posto e fini­sce per inca­strarsi tra i tubi inno­centi. Il vec­chio sena­tùr sente ripe­tere il suo antico grido di bat­ta­glia — «iden­tità» — ma scan­dito in roma­ne­sco. Gior­gia Meloni grida alla dispe­rata: Sal­vini ha una maglietta per Stac­chio? Lei di più, vuole che al ben­zi­naio che ha ucciso venga data una meda­glia. La giunta lom­barda di Maroni ha deciso di coprire le spese legali di chi si fa giu­sti­zia da solo. «Non esi­ste l’eccesso di legit­tima difesa, se entri in casa mia in piedi sai che puoi uscirne oriz­zon­tale», rias­su­merà poi Salvini.
Quando attacca «le poli­ti­che mor­ti­fere» Marine Le Pen ce l’ha ovvia­mente con l’Unione euro­pea. L’alleata eccel­lente si uni­sce dal video alla com­pa­gnia e regala un pen­sie­rino: «La folle sot­to­mis­sione ai buro­crati ci sta ridu­cendo in schia­vitù». Il neo fasci­sta Di Ste­fano, vice capo di Casa Pound, dice che que­sta «è la più bella mani­fe­sta­zione mai vista a Roma» e si accoda a Sal­vini — «con­di­vi­diamo ogni sin­gola parola del suo pro­gramma» — con tre slo­gan: «No euro, stop immi­gra­zione e prima gli ita­liani». Pur­troppo per Bossi pro­nun­cia gli ita­gliani. Sven­to­lano ban­diere russe (nel nome di Putin) men­tre c’è spa­zio anche per l’ex depu­tata Souad Sbai, già ber­lu­sco­niana poi finiana. Sal­vini non è eclet­tico solo nelle let­ture — con­si­glia Anto­nia Arslan e Marco Pao­lini — o nella scelta dei punti di rife­ri­mento — da don Milani a Pana­gu­lis, ma cita anche don Sturzo -, lo è soprat­tutto nelle alleanze. Per lo sbarco al sud si è affi­dato agli ex di Fini ma anche di Di Pie­tro e di Grillo. Un po’ di gril­li­smo c’è nella sfi­lata delle testi­mo­nianze «sociali» — il medico, l’esodato, il geni­tore sepa­rato — e nel com­pia­ci­mento del «vaf­fan­culo». Ma Sal­vini è anche ren­ziano, quando spiega che non per­derà tempo die­tro accordi poli­tici (che magari farà, con Forza Ita­lia) per­ché punta a con­qui­stare il 51%. Ecco la destra a voca­zione mag­gio­ri­ta­ria che comin­cia rac­cat­tando tutto. Si intra­vede sul palco la depu­tata Bar­bara Sal­ta­mar­tini, fino a ieri con Alfano che qui si scrive Al-Fano e fa rima con «musul­mano».
Tra la folla le vec­chie abi­tu­dini popo­lari leghi­ste sco­lo­rano. C’è sem­pre la riffa con in palio una cucina com­po­ni­bile, un arredo bagno e un forno da incasso. Ma in un angolo deso­lato della piazza. Ci sono i vec­chi gad­get con l’Albertino e il sole delle alpi, ci sono i grem­biuli «cucina padana». Ma fini­scono tra­volti dalle magliette «Renzi a casa» con la firma di Sal­vini. C’è un solo cel­tico con elmo e corna ed è lui a inse­guire le tele­ca­mere. Casa Pound ha i due marò sullo stri­scione e un solo slo­gan auto­riz­zato: «Siamo qua tutti insieme a soste­ner Sovra­nità». Sca­val­cati a parole dai gio­vani padani dell’era Sal­vini, che hanno cucito un teschio al cen­tro del sole delle alpi e can­tano «comu­ni­sta figlio di put­tana» alter­nan­dolo con «clan­de­stino figlio di puttana».

Sal­vini parte dall’identificazione del nemico, anche in que­sto molto ren­ziano: «Quat­tro bar­boni con quat­tro petardi le hanno pro­vate tutte per non far riem­pire que­sta piazza». Ce l’ha con quelli del movi­mento, li chiama «zec­che» rubando il tempo a Gior­gia Meloni. Per il leghi­smo indi­pen­den­ti­sta delle ori­gini appena un omag­gio, quando spiega che pre­fe­ri­sce par­lare di «Ita­lie» per rispet­tare le dif­fe­renti iden­tità regio­nali. Il cuore è la vec­chia reto­rica delle par­tite iva nel frat­tempo — per la crisi — diven­tate «pro­dut­tori in dif­fi­coltà» o solo «lavo­ra­tori» da con­trap­porre ai «man­te­nuti e paras­siti», innan­zi­tutto immi­grati. E poi tutto il cam­pio­na­rio del Tea party, dal rifiuto delle tasse all’isolazionismo. E «scom­met­tiamo sull’uomo, il cit­ta­dino ha sem­pre ragione e lo stato sem­pre torto». Con un po’ di croci cel­ti­che attorno.
Andando via incro­ciamo un gruppo lom­bardo che torna ai pull­man (andata e ritorno 70 euro, ma per quelli del sud era tutto gra­tis). Sono fermi in piazza di Spa­gna alla fon­tana del Ber­nini per un sel­fie con il marmo scheg­giato dai tifosi del Feye­noord. E per un ultimo pen­siero agli olan­desi: «Barbari».

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