lunedì 30 marzo 2015

Poveri italiani, siete uomini di Neanderthal

Poveri italiani, siete uomini di Neanderthal (Ferruccio Sansa).

Il Caso Meredith, l’Airbus e i giudizi sugli altri popoli.

Un popolo di trogloditi. Leggi il reportage di Nina Burleigh che il settimanale americano Newsweek dedica al caso Meredith e questo ti sembrano gli italiani: poliziotti usciti da un film di Ciccio e Franco, una giustizia tribale, una stampa tipo il Papersera di Topolino. Quasi un’enclave di uomini di Neanderthal sopravvissuta in mezzo al mondo civile.
“Ho passato dieci mesi a Perugia”, ricorda l’autrice e ti stupisci come in tanto tempo sia riuscita a preservare una tale quantità di pregiudizi e luoghi comuni. Leggi stizzito e ripensi al mito del giornalismo americano modello di obiettività. Ti domandi se sia meglio la giustizia americana che ha rinchiuso nelle carceri la più alta percentuale di individui della storia (più dell’impero romano). Che non può rimediare ai propri errori perché nel frattempo l’innocente è stato fritto sulla sedia elettrica.
Ma non è questa la reazione giusta. Così cadi nello stesso errore. Il punto è un altro: l’articolo di Newsweek rivela soprattutto la tendenza forse insopprimibile a generalizzare. A giudicare in base a popoli e culture (no, non alle razze, è qualcosa di diverso, ma sempre insidioso). Ci cadiamo tutti: era successo con la Concordia, quando noi italiani siamo stati ridotti a un popolo di schettini, di capitani con i capelli impomatati che metterebbero a rischio una nave per una bravata. Poveri italiani, verrebbe da dire, vittime dei pregiudizi. Ma proprio lo stesso giorno sui nostri giornali ecco titoli a caratteri cubitali che sfottono i tedeschi per il pilota impazzito dell’Airbus: “Schettinen”. Uno pari, una partita di calcio. Come dire: noi le minchiate almeno le facciamo per fare colpo sulle bionde, i tedeschi sono tristi anche nelle pazzie. Per non dire di quei baffetti da Hitler che siamo sempre pronti a tirare fuori per mettere a tacere senza appello i cugini tedeschi. Che poi anche a loro ogni tanto gli scappa la copertina del giornale con la lupara e gli spaghetti.
Arabi, ebrei, africani, cinesi, non sfugge nessuno. E la stampa è solo lo specchio di un modo di ragionare: di un senso di appartenenza che sa esprimersi solo in negativo. Dell’incapacità di capire in profondità, di afferrare le complessità. Ma soprattutto, forse, è un bisogno di dividere tutto in categorie, perfino l’uomo: distinguere se stessi dagli altri per ribadire un’identità. Un istinto che può avere radici opposte: l’arroganza o l’insicurezza. Comunque l’ignoranza. Distinguiamo gli americani dagli europei, gli italiani dai tedeschi. E così via: la Lombardia dalla Sicilia, Pisa da Livorno, i Parioli da Tor Bella Monaca. Un gorgo senza fine, che dilaga tra fedi e partiti. Una febbre che in ultimo divide le famiglie. Finché restiamo di fronte a noi stessi. Diversi, è vero, da tutti gli altri. Non, però, per rivendicare una preziosa unicità, ma una smarrita e astiosa solitudine.
Da Il Fatto Quotidiano del 30/03/2015.

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