lunedì 9 marzo 2015

Quanto ci costa la Libia

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MONDO

Quanto ci costa la Libia

Investimenti sospesi. Contratti saltati. Crollo dell’export. Le aziende italiane perdono miliardi di euro

DI  FEDERICA BIANCHI
Quanto ci costa la Libia
L'impianto di Mellitah
Resta sulla carta l’autostrada dell’Amicizia che con i suoi 1700 chilometri avrebbe dovuto collegare l’Egitto con la Tunisia. Una commessa da un miliardo di euro per i primi 400 chilometri per il consorzio italiano guidato da Salini-Impregilo. Rimangono incompiuti il mega auditorium di Tripoli progettato dalla celebre architetta irachena Zaha Hadid e l’aeroporto di Kufra in mezzo al deserto. Fermo l’impianto di Abou-Aisha costruito dalla joint venture italo-libica Liatec (25 per cento Finmeccanica, 25 per cento Agusta-Westland e 50 per cento la Libyan company for Aviation) inaugurato nel 2010 per assemblare elicotteri ed addestrare piloti libici.

Sotto minaccia di attacco da parte dell’Is il gasdotto Greenstream che fornisce gas all’Italia dall’impianto dell’Eni di Mellitah, a ovest di Tripoli. Bloccato il centro di assemblaggio camion dell’Iveco. All’indomani del deterioramento delle condizioni di sicurezza della Libia e della chiusura a febbraio dell’ambasciata italiana, l’ultima tra le sedi diplomatiche a chiudere in seguito all’attacco dell’Is contro l’hotel Corinthia, gli investimenti e i contratti italiani in Libia sono sospesi. «Senza certezza non possiamo proseguire», fanno sapere dalla Salini-Impregilo.

Anche gli imprenditori e i tecnici italiani sono rientrati. Quantomeno la maggior parte, visto che almeno una cinquantina di irriducibili insistono a non abbandonare le posizioni conquistate a fatica nell’ultimo biennio. A perdere soldi sono soprattutto le piccole e medie imprese venute al seguito delle grandi commesse all’indomani della fine della Primavera libica, quando, con la morte del dittatore e l’instaurazione del governo di transizione, la Libia sembrava offrire - era il 2012 - infinite opportunità ad un Paese con cui ha condiviso la storia.

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Risalgono ai tempi dell’impero romano i rapporti tra Italia e Libia. L’imperatore Settimio Severo di Leptis Magna fu il primo africano a prendere le redini dell’impero romano. Diciotto secoli più tardi sarà l’Italia ad impossessarsi del deserto libico fino al 1943. Ma è soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, con la scoperta del petrolio, che i due Paesi hanno intrecciato i loro sentieri economici e Roma diventa per Tripoli il partner commerciale di riferimento. La battuta di arresto nei rappporti si ebbe nel 1970quando 20mila italiani furono costretti da Muammar Gheddafi ad abbandonare ogni bene e a lasciare il Paese. Sarà Silvio Berlusconi a ripristinare rapporti di ottimo vicinato con la Libia nel 2008 firmando quel “Patto dell’amicizia” con cui la Libia perdonava il massacro fascista e spalancava le porte agli italiani in cambio di investimenti infrastrutturali per oltre 5 miliardi di euro in vent’anni.

In quegli anni la Libia forniva all’Italia oltre un milione e 600 mila barili di petrolio al giorno, circa il 25 per cento del suo fabbisogno, due terzi in più di oggi. Eni, la più grande azienda italiana presente in Libia sin dal 1959, aveva sottoscritto con Gheddafi accordi per il rinnovo delle concessioni fino al 2042 per l’estrazione del petrolio e al 2047 per quella del gas, e si era impegnata in una serie di progetti di natura sociale in tutto il Paese.

Molte altre aziende erano convinte di rimanere in Libia per anni a venire: dalla Sirti, che aveva un contratto per la fornitura e messa in opere di settemila chilometri di cavi di fibre ottiche insieme alla francese Alcatel per un ricavo totale di 160 milioni di euro, alle aziende specializzate in impianti comeTechnimont, Techint, Edison e Gemmo; dalla Trevi Spache avrebbe dovuto costruire il nuovo hotel Al Ghazala a Tripoli alla parmense Cogel Spa che avrebbe dovuto restaurare alcuni vecchi palazzi italiani nel centro di Tripoli e altri edifici storici tra cui l’ex monopolio dei tabacchi, il vecchio castello e la Medina.

Il rapporto non era a senso unico. Gheddafi stesso attraverso il Fondo di investimenti libico aveva fatto shopping in Italia, acquistando piccole partecipazioni azionarie in aziende italiane come Finmeccanica (che nell’ambito dell’accordo avrebbe esportato armi in Libia), Unicredit e nella Juventus, oltre che investendo in una serie di proprietà personali per un valore complessivo di circa due miliardi di euro.

Anche i medi imprenditori italiani avevano preso a guardare dall’altra parte del Mediterraneo con interesse, aziende provenienti da ogni angolo dell’Italia come la Piacentini costruzioni, a capo di un consorzio che lavorava all’ammodernamento del porto di Al Zawra, sul confine tunisino, la Pascucci&Vannucci delle Marche, la genoveseTermomeccanica e l’udinese Enrico Ravanelli. Tanti i settori interessati oltre al petrolifero: quelli dell’edilizia e dell’impiantistica ma anche le telecomunicazioni, l’agroalimentare e la meccanica.

Poi il 17 febbraio del 2011 sboccia la Primavera libica e seguono sei mesi di passione terminati con l’uccisione del dittatore e la costituzione di un governo transitorio. Ma nel 2012 l’export stava già tornando ai livelli dei tempi di Gheddafi e nel 2013 sia gli investimenti che il commercio andavano a gonfie vele. Nuove aziende italiane avevano preso a cercare in una Libia da ricostruire (composta soprattutto da una fascia sociale di medio-alto livello, con un grande spirito imprenditoriale) quello che un mercato in recessione come il nostro non poteva più offrire. I lavori infrastrutturali erano ripresi. Secondo fonti diplomatiche, circa 100 aziende italiane erano attive nel Paese.

Fonte: ministero dello Sviluppo...
Fonte: ministero dello Sviluppo Economico
A dispetto dei timori iniziali, perfino i contratti firmati dall’ex dittatore erano stati riconfermati dal nuovo governo provvisorio. I vecchi crediti aziendali per un miliardo di euro vantati con l’amministrazione pubblica non parevano in pericolo. Il cambio di regime non sembrava porre il commercio italiano in particolare difficoltà. E la produzione petroliferaera risalita nei primi mesi del 2014 a un milione di barili dopo la battuta di arresto subita nel 2013 in seguito alle proteste e agli scioperi nei terminali tripolini. Tutto bene dunque, fino alla scorsa estate.

Il primo segnale negativo arriva con la distruzione dell’aeroporto di Tripoli a luglio, compiuta dalle milizie di Misurata in lotta con quelle di Zintan, una città a sud di Tripoli, tra le montagne di Nafusa. Il secondo campanello di allarme suona con la creazione di un doppio governo e di un doppio parlamento, sorretti da milizie in lotta tra loro. La certezza del disastro si è presentata ammantata di nero a bordo dei pick-up dello Stato Islamico prima a Derna, in Cirenaica, e poi a Sirte, la città natale di Gheddafi.

«Adesso gli investimenti sono fermi e gli scambi commerciali ridotti ai beni essenziali», sottolinea Gianfranco Damiano, presidente della Camera italo-libica. Nel porto di Tripoli l’attività non è completamente sospesa. Di merci ne arrivano ancora, di visitatori no.

Al contrario, circa un milione e mezzo di libici (un quinto della popolazione) ha lasciato il Paese per motivi di sicurezza riversandosi nella vicina Tunisia, in Italia o a Malta da dove continua ad occuparsi dei propri affari. Molte banche sono chiuse o operano da Tunisi. E perfino la Banca centrale libica si è spostata a Malta per rimanere indipendente, non essere assalita dalle milizie e continuare a pagare stipendi e sussidi a tutta la popolazione. Un compito non impossibile ma certamente arduo ora che le esportazioni libiche di greggio sono passate da 1,6 milioni a 400mila barili al giorno e le importazioni italiane dalla Libia, composte per oltre il 90 per cento da gas e petrolio, sono scese nel 2014 a 4 miliardi di euro rispetto ai 12 miliardi del 2010.

In termini di interscambio tra i due Paesi meglio ha tenuto l’export italiano, anche se il merito principale è stato dell’Eni, visto che la metà delle nostre esportazioni sono costituite da prodotti energetici raffinati dal colosso italiano, una vera certezza istituzionale in Libia anche in momenti di crisi.

È l’Eni infatti che fornisce luce alla Tripolitania e che ha continuato a farlo anche in assenza di pagamenti. L’Eni che, onshore o offshore, ha sempre i suoi uomini sul territorio e gode del rispetto delle milizie libiche. Secondo Alessandro Terzulli, capo economista di Sace, l’assicurazione delle società italiane esportatrici, i prodotti petroliferi hanno frenato il calo generale delle esportazioni nei primi 11 mesi del 2014, riducendosi solo del 6 per cento rispetto a settori che hanno perso tra il 30 e il 60 per cento. La caduta complessiva dell’export è stata infatti del 18,5 per cento rispetto ai primi 11 mesi del 2013, passando da due miliardi e mezzo a due miliardi di euro (erano 2,7 miliardi nel 2010).

«Il peggio però arriverà nei prossimi mesi, soprattutto se la situazione di caos perdura», sottolinea Terzulli. Se nel 2011 la guerra interna durò circa sei-sette mesi, ora non se ne vede la fine.

Ma non tutto il male viene per nuocere. Secondo Damiani l’arrivo dell’Is in Libia potrebbe aiutare i libici a ricompattarsi per sconfiggere un nemico comune e moltiplicare gli sforzi diplomatici degli europei. Italiani in testa. «Abbiamo bisogno di rientrare in Libia ma la politica italiana non ci sta aiutando», si lamenta Damiani: «Dovrebbe fare il possibile per imporsi in Europa e non solo. Inviare in Libia i suoi pezzi da Novanta, Prodi o D’Alema». Gli interessi economici in gioco sono troppo grandi perché il governo italiano non se ne faccia carico, e lasci che ad occupare le posizioni sul territorio - al momento semivuote - finiscano per essere gli avversari.

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