domenica 8 marzo 2015

QUEL SOTTOPOPOLO CHE SI AGITA NEL VUOTO

QUEL SOTTOPOPOLO CHE SI AGITA NEL VUOTO (Furio Colombo).

Anti salviniDOVE VIVIAMO
Il Paese del sottopopolo e la disciplina silenziosa.
Piazza del Popolo, a Roma, nel giorno di Salvini e di persone mai viste prima di CasaPound, ti metteva di fronte a una domanda: chi sono? Quando entrano in piazza quelli di CasaPound la domanda è la stessa e la risposta è più oscura. Sono pochi ma sono un nucleo organizzato che appare saldo e, in modi diversi, con una certa disciplina.
Perché passa attraverso la certezza che quelle persone, formate chissà come, chissà da chi, o restano ferme con i loro strani pensieri, che la storia avrebbe dovuto cancellare, o si muovono con la violenza piena e incontaminata, che è il senso – l’unico senso – di ciò in cui credono.
Sono pochi ma sono un nucleo organizzato che appare saldo e, in modi diversi, con una certa disciplina. Diciamo che la loro identità viene dal fatto che sai da dove vengono. Ma non potresti scommettere sul dove vanno, con chi, perché.
QUELLO stesso giorno, ricorderete, dall’altra parte di Roma, si muoveva un corteo molto più numeroso (forse il doppio): centri sociali, sinistre senza partito, operai senza fabbrica, precari senza scuola, esodati senza lavoro e senza pensione, frammenti di sindacati, No Tav, No autostrade, niente voto, schede bianche. È un nuovo fenomeno italiano, ora che i partiti si stanno a mano a mano sciogliendo: il sottopopolo. Economicamente non è una classe sociale inferiore a un’altra. Semplicemente è una massa divenuta folla che non ha un partito dove sostare, non ha un punto di guida a cui fare riferimento, non ha un programma o un manifesto da riconoscere come proprio. Ha un dirimpettaio, che però ha altri interessi che non un popolo da guidare: i partiti hanno staccato le locomotive, lasciando i vecchi treni fermi sui binari dove ormai cresce l’erba, hanno progetti che riguardano solo la squadra che una volta era “dirigente”. Adesso è un sorta di circolo ufficiali dove i vari livelli di ex comandanti si incontrano e si scontrano, senza riferimento alle ex truppe in attesa, piuttosto per esprimere sostegno o dissenso, ma sempre al coperto e al sicuro nel loro circolo, sempre interessati soprattutto al loro destino.
È una situazione strana perché sembra facile e inevitabile dire che i protagonisti del circolo dovranno pur rinnovare cariche e gradi. È vero. Ma è anche vero che hanno ragione ad avere fiducia. Quando uno dei loro più alti ufficiali (De Luca) ha avuto bisogno di voti per le sue primarie, subito si è schierato un battaglione di 170 mila voti venuti dal niente, nonostante una autorevole raccomandazione (Saviano) a stare alla larga da quel voto. Segno che la partecipazione non c’è e non è desiderata, tanto che tutti sostano fuori. Ma la disciplina è richiesta e, nel caso, si ottiene. La disciplina, senza partecipazione e senza dibattito, non è il segno di un buon partito e di una buona politica. Accade in politica ciò che accade in economia: la distanza fra i vertici e una base a cui, al momento giusto, comandare consenso, si fa sempre più grande. Loro non vivono in mezzo te e tu non vivi fianco a fianco a nessuno. E infatti il fenomeno si sdoppia e viene tenuto a bada in attesa di lontane elezioni. Prevale un “poi si vedrà”.
Intanto alcuni gruppi restano disponibili (in cambio di che cosa?) per lo spettacolo della disciplina di partito. E tutti gli altri sono i marciatori da una base perduta a punto d’arrivo che non conosce, se non come nostalgia. È il sottopopolo che non rinuncia a stare insieme (o a cercare di farlo) e, in assenza di un qualsiasi tipo di navigatore, si muove nel vuoto da niente a niente.
Fatti del genere possono continuare a lungo ma non per sempre, specialmente se accadono su un versante e sull’altro di ciò che un tempo si chiamavano destra e sinistra. Si direbbe che l’improvvisa e strana decisione di governare insieme (le “larghe intese”) che continua tuttora, sia pure in una sua versione parziale e stravolta, abbia creato una condizione di disabilità politica di ciascuna delle due parti, che adesso può funzionare solo con strappi violenti (prevalentemente strappi interni a ciascuna parte), e solo rinunciando a qualsiasi atto che un tempo si chiamava “politica”.
L’IMPEGNO adesso è di gestire una lista di impegni che non sono mai stati proposti da nessun a nessuno in alcuna elezione ma che sono diventati e proposti all’improvviso come doveri assoluti che (nelle parti in cui esiste ancora un partito) escludono ogni pretesa di autonomia, ogni decisione difforme, ogni interruzione di disciplina. Chi rifiuta la disciplina, anche per la naturale, istintiva ribellione agli ordini di provenienza sconosciuta, fluisce nel sotto-popolo che si impegna nel vuoto senza sapere da dove viene e dove va. Fatalmente le fila dei partiti regolari, anche di quelli che non subiscono evidenti frantumazioni, si assottigliano, benché mascherati dai sondaggi benevoli di cui non conosciamo la base sondata. Ciò che è probabile è (sarà) la scoperta che, pur mantenendo le indicazioni e il segno prevalente dei sondaggi, le proporzioni risultino diverse, ovvero drammaticamente rimpicciolite. Piccoli voti disciplinati per piccoli governi monogestiti intorno a programmi sempre più indicati da un punto altro (diventerà un gioco scommettere su “chi ha potuto volere una cosa simile”) sostenuti dalla piccola disciplina di un mono Parlamento sempre più pastorizzato, fin dalle liste, e debitamente sfoltito. Fuori continua la lunga marcia del sottopopolo. Fino a quando deciderà di accamparsi intorno alla cittadella, e di esigere una risposta.
Da Il Fatto Quotidiano del 08/03/2015.

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