giovedì 12 marzo 2015

Quella lucida difesa del Mattarellum. Leggere Magri nell’Italia renziana del 2015

da il manifesto
POLITICA

Quella lucida difesa del Mattarellum. Leggere Magri nell’Italia renziana del 2015

Il convegno. Alla Camera la presentazione degli atti parlamentari del deputato comunista

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente della Camera Laura Boldrini ieri alla Sala della Regina
C'è una ragione, forse una in par­ti­co­lare, che ha por­tato il pre­si­dente della Repub­blica Ser­gio Mat­ta­rella ieri mat­tina nella Sala della Regina di Mon­te­ci­to­rio all’affollata pre­sen­ta­zione dei due volumi sull’attività par­la­men­tare di Lucio Magri, fon­da­tore de il mani­fe­sto poi del Pdup poi ancora fra i pro­ta­go­ni­sti della prima Rifon­da­zione comu­ni­sta, depu­tato dal 1976 al 1994, scom­parso per sua volontà non ancora ottan­tenne il 28 novem­bre 2011. A rac­con­tarla, que­sta ragione, in parte a rive­larla, è «l’amico di una vita» Famiano Cru­cia­nelli, con Luciana Castel­lina e Aldo Gar­zia cura­tore del libro Alla ricerca di un altro comu­ni­smo (2012) con arti­coli e inter­venti dello stesso Magri. «Io cono­sco la sto­ria e so qual era il rap­porto fra l’allora ono­re­vole Mat­ta­rella e Magri».
La «sto­ria» ha a che vedere con legge elet­to­rale che porta il nome del Pre­si­dente, alla quale Magri «pre­stò una forte atten­zione e che fu fer­tile ter­reno comune con l’onorevole Mat­ta­rella». Il depu­tato comu­ni­sta fece parte del gruppo ristretto che discusse inten­sa­mente del testo. Un corpo a corpo su una legge dif­fi­cile da scri­vere, a valle del refe­ren­dum mag­gio­ri­ta­rio votato a furor di popolo qual­che mese prima. Poi la difese in aula con rea­li­smo: «Que­sta intesa avrebbe potuto essere migliore, ma con que­sti rap­porti di forza e que­sto pul­vi­scolo di inte­ressi in campo e sotto la pres­sione di un’opinione pub­blica appas­sio­nata ma male infor­mata sarebbe stato dif­fi­cile fare meglio», disse. Magri, rico­strui­sce Cru­cia­nelli (anche lui all’epoca depu­tato Prc, poi con Magri uscì dal par­tito con i ’comu­ni­sti uni­tari’), «si trovò come sem­pre a discu­tere su due fronti: quello di una parte con­si­stente del gruppo diri­gente di Rifon­da­zione comu­ni­sta che come una lita­nia ripro­po­neva il pro­por­zio­nale, con una straor­di­na­ria rimo­zione della realtà; e quello molto più potente del Pds, dei soste­ni­tori dell’ipermaggioritario che inten­de­vano can­cel­lare il sistema dei par­titi. La legge Mat­ta­rella rap­pre­sen­tava il punto più avan­zato: per un verso accet­tava il ver­detto del refe­ren­dum e per l’altro teneva aperto con quel 25 per cento di pro­por­zio­nale la pos­si­bi­lità di ridare un senso gene­rale ai par­titi e a un tes­suto demo­cra­tico che vive nella par­te­ci­pa­zione dei sog­getti orga­niz­zati». Aver­cela oggi, quella legge, al posto dell’incipiente Italicum.

Già da que­sto brano si capi­sce che la sala stra­piena non è una riu­nione di reduci accorsi a omag­giare la fami­glia e a rim­pian­gere i tempi andati. C’è, sì, la comu­nità dei «com­pa­gni del Pdup», la breve ma feconda espe­rienza del ’par­tito d’unità pro­le­ta­ria per il comu­ni­smo’, del mani­fe­sto e delle cin­quanta sfu­ma­ture della sini­stra di ieri e di oggi, da Nichi Ven­dola e tutto il gruppo di Sel a Fau­sto Ber­ti­notti, da Luciano Pet­ti­nari a Paolo Guer­rini a Lucio Mani­sco, Valen­tino Par­lato, Gianni Fer­rara; fino a Ste­fano Fas­sina, Roberto Spe­ranza, Nico Stumpo e Vale­ria Fedeli (Pd); ma anche ai cat­to­lici ex dc Gerardo Bianco e Nicola Man­cino (dalla Dc pro­ve­niva Magri, iscritto al Pci nel ’57 prima essere radiato nel ’69), il già socia­li­sta poi Fi oggi Ncd Fabri­zio Cicchitto.
Il ragio­na­mento che si svi­luppa negli inter­venti (Laura Bol­drini, Gianni Melilla, Paolo Fon­ta­nelli, Bianco, Castel­lina, Cru­cia­nelli) a par­tire dai discorsi del depu­tato Magri sulla rap­pre­sen­tanza e sulla «demo­cra­zia orga­niz­zata» (lui, autore di un sag­gio su «par­la­mento o con­si­gli» — i soviet — in rispo­sta a Pie­tro Ingrao sul mani­fe­sto del 1970, così defi­ni­sce quella che ora con for­mula fessa si chiama ’società civile’) parla dell’oggi. Coglie già «l’avvio della deriva oli­gar­chica», sot­to­li­nea nella pre­fa­zione dei volumi il costi­tu­zio­na­li­sta Ste­fano Rodotà. La pre­si­dente Bol­drini, padrona di casa, riflette invece su ’quel par­la­mento’: nel ven­ten­nio 76–94 «c’era una curio­sità per le opi­nioni diverse, oggi alla Camera non sem­pre accade». Si intui­sce il rife­ri­mento alle pole­mi­che degli ultimi giorni.

A leg­gere Magri di fine anni 80 si incro­cia l’Italia del 2015. Magri «indi­gnato con il nuo­vi­smo che carat­te­rizza lo scio­gli­mento del Pci», non per­ché «non inno­va­tore» ma per­ché «con­si­de­rava un grave errore poli­tico la reto­rica di un nuovo senza radici e senza futuro» (Cru­cia­nelli). Il ber­sa­glio di ieri è il «nuo­vi­smo» occhet­tiano; ma le parole non cal­zano bene per «la rot­ta­ma­zione» ren­ziana? A leg­gere Magri del ’93 si incon­tra il tor­mento della sini­stra di governo: «L’unica strada per­cor­ri­bile è quella non dell’improvvisa scom­parsa dei par­titi poli­tici ma delle gra­duali e pro­gres­sive coa­li­zioni fra gli stessi con piat­ta­forme pro­gram­ma­ti­che defi­nite». E cosa c’è di più attuale e più coevo della crisi di rap­pre­sen­tanza della sini­stra? «Magri rap­pre­senta un punto di vista, una parte certo di mino­ranza», dice Melilla, già Pdup-manifesto oggi depu­tato di Sel, «ma non fu mai mino­ri­ta­rio. Amava una frase di Teresa di Lisieux: ’so che niente dipende da me, ma parlo e agi­sco come se tutto dipen­desse da me’».

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