lunedì 9 marzo 2015

Responsabilità dei giudici, appello a Mattarella: non firmi quella legge

da MicroMega

Responsabilità dei giudici, appello a Mattarella: non firmi quella legge


Caro Presidente Mattarella, dopo il viaggio a Berlino e Bruxelles, comincia, di fatto, il suo vero e fondamentale lavoro di garante della Costituzione. Apprezzo molto il suo stile. Sobrietà. Rigore. Poche parole, chiare, incisive. La mia fiducia è grande. Ma, va detto, prove difficili la attendono. Fortemente politiche, perché – al di là delle vuote chiacchiere – interessa la Polis (dunque la Politica) la firma di leggi che rispettino la lettera e lo spirito della Costituzione.

Molti dibattiti hanno preparato la Carta e infinite sono le divergenze ermeneutiche dei nostri giorni. È un continuo pronunciarsi da destra, centro, sinistra. Anche lei (soprattutto lei) è chiamato a interpretare la Costituzione. A partire da un contesto. Da convinzioni. Idee. Categorie concettuali. Come si muoverà? Posto che ogni giudizio porta con sé un – inevitabile – elemento di soggettività (Protagora non è passato in vano) quale sarà il suo punto di vista?

Prendiamo la legge sulla responsabilità civile delle Toghe. La politica, la stampa, l’opinione pubblica si dividono. Alcuni sostengono che Renzi abbia agito pensando che i magistrati, come tutti, debbano essere responsabili delle loro azioni. Altri che la legge incrini (eccome!) la loro serenità di giudizio, che un magistrato intimidito dai ricorsi, per “travisamento dei fatti e delle prove”, non è libero nella sua attività giudicante.

Come si orienterà, Presidente, quando dovrà pronunciarsi? Seguirà la Costituzione. Giusto. Ma quale interpretazione? Cosa significa, qui, “autonomia della magistratura”? È lei che decide: “autonomia condizionata” dai ricorsi, dalla ricchezza e dal potere degli imputati? O “autonomia assoluta”? (ab-soluta: sciolta da ogni condizionamento). La decisione dirà che tipo di Presidente avremo.

La gente è stanca, caro Mattarella, la distanza tra le parole e i fatti è enorme. Penso a Renzi. Non le faccia velo il ruolo avuto nella sua elezione. Il terreno è minato: doppi giochi, interessi, inganni, tradimenti. Valuti con cura – al rientro da Bruxelles – prima di firmare le leggi. Non solo il Jobs Act. Renzi ha detto che obbiettivo prioritario del governo è la lotta alla corruzione, all’evasione fiscale, alle mafie. Quello che ha fatto – lo vediamo – è un attacco ai magistrati che corruzione, evasione, mafie devono combattere.

Che giustizia è questa? Al vecchio adagio: “Tutti i nodi vengono al pettine”, Leonardo Sciascia aggiunse: “Quando c’è il pettine”. Ecco: hanno indebolito la funzione giudicante. Il magistrato sa, da oggi, che ogni condannato lo sottoporrà a giudizio; che da giudice diverrà imputato. Può essere tranquillo? L’esercizio (“difficile e terribile”) della giustizia richiede assoluta serenità: non le sembra – Presidente – che sia proprio ciò che la nuova legge toglie ai magistrati?

La serenità dei giudici. Questo conta. Oggi che la politica li pone sotto scacco; che Riina vuole uccidere Di Matteo; che il mondo di mezzo (non solo Carminati) dilaga; oggi che il Parlamento – il Parlamento, non un’assemblea condominiale – è ricattato di scioglimento. È in questo contesto che pensa di firmare la legge che depotenzia i magistrati?

Il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, denuncia da giorni le storture e i paradossi della legge Orlando. La grande stampa – filogovernativa, prona al potere – minimizza. Elude i fatti con risposte che parlano d’altro e occulta l’essenza del problema: l’intimidazione, l’attacco alla libertà dei giudici.

È una falsificazione dei dati reali, un’interpretazione astratta della legge che non tiene conto di cause, motivazioni politiche, contesto, effetti. È un inganno. Che pone sotto scacco la magistratura. A lei il compito di decidere, Presidente, se smascherarlo. Si faccia guidare dalla filosofia. Jacques Derrida ha scritto “del rapporto con il testo come interlocutore muto potenzialmente esposto al malinteso”. Anche il nostro testo (la Costituzione) può essere frainteso nella sua essenza se si dimentica che i magistrati rischiano la pelle e vanno protetti, non indeboliti. L’idea che si possa, in qualche modo, intimidire un giudice è la negazione del diritto. Spero, caro Mattarella, che non avalli questo errore. Per lei. Per la sua storia. Per il nostro umiliato – e amatissimo – Paese.

Nessun commento:

Posta un commento