domenica 22 marzo 2015

Riunite sì, unite mai, le sinistre Pd

da il manifesto
POLITICA

Riunite sì, unite mai, le sinistre Pd

Democrack. La convention delle minoranze dem a Renzi: ora un tavolo sulle riforme. Ma Guerini: Matteo ha stravinto, fatevene una ragione. I consigli del D’Alema «extraparlamentare». Cuperlo sbotta: pensa a quando eri al potere tu.

Massimo D'Alema
Le sini­stre Pd si riu­ni­scono, ma di qui a unirsi ce ne corre. Il ren­zi­smo è una sirena che si sente anche dall’Acquario di Roma, bell’edificio di fine 800 a un passo da piazza Vit­to­rio scelto per l’assemblea «A sini­stra nel Pd». Un ritorno sul luogo del delitto: qui si è con­su­mata l’infelice attesa elet­to­rale il 24 feb­braio 2013, qui un tra­mor­tito Ber­sani due giorni dopo pro­nun­ciò quel «siamo primi, ma non abbiamo vinto»: l’inizio della fine. Sono pas­sati due anni, ma le cose non vanno meglio.
La pro­po­sta è affi­data all’apertura di Alfredo D’Attorre, ber­sa­niano ala radi­cale: a tutte le mino­ranze pre­senti (ber­sa­niani di osser­vanze diverse, cuper­liani, dale­miani, bin­diani, civa­tiani, fa capo­lino anche qual­che raro let­tiano non ren­ziz­zato) l’idea non è quella di un car­tello di «anti», ma di «un gruppo con­giunto camera-senato per modi­fi­care le riforme isti­tu­zio­nali e la legge elet­to­rale». «Un coor­di­na­mento par­la­men­tare», amplia lo spet­tro Ste­fano Fas­sina. «Un tavolo», spiega Miguel Gotor, che a mar­gine ragiona: «Abbiamo un mese di qui all’approvazione delle riforme. Met­tiamo tutto il Pd intorno ad un tavolo. Renzi non vada a cer­care i voti da Ver­dini e dai resi­dui fram­menti di patto del Naza­reno: parli con noi». Ber­sani guarda in pro­spet­tiva: «Fac­ciamo qual­cosa in estate in un luogo che asso­mi­gli a un palaz­zetto per lan­ciare alcune idee basiche».
Ma se deve essere il giorno dell’unità delle sini­stre Pd, pre­sto il film diventa un altro. Quello di Spe­ranza con­tro Cuperlo, di Cuperlo con­tro D’Alema, di D’Alema con­tro tutti. Il colpo d’occhio già dice molto: in prima fila Ber­sani, Fas­sina, D’Attorre (che hanno for­tis­si­ma­mente voluto que­sto appun­ta­mento), D’Alema, Bar­bara Pol­la­strini. Epi­fani ascolta per cor­te­sia il primo inter­vento e va via. Cesare Damiano non c’è. Roberto Spe­ranza c’è ma si smarca dalla com­pa­gnia e siede in disparte. Altri ber­sa­niani «dia­lo­ganti» (con Renzi) giron­zo­lano a tiro d’uscita. Resta in fondo l’ex ’tor­tel­lino magico’ Miglia­vacca. In piedi il dale­miano Spo­setti. Di lato Pippo Civati, ma si nota per­ché non governa l’insofferenza con chi pre­dica però vota sem­pre sì. Dal palco dice: «La riforma costi­tu­zio­nale non va bene dall’inizio, l’Italicum è con­tra­rio a quello che abbiamo sem­pre soste­nuto, il jobs act andava fer­mato prima di andare in aula. Ma noi siamo alter­na­tivi o com­pa­ti­bili con il ren­zi­smo? E il ren­zi­smo è com­pa­ti­bile con la sini­stra?». La pre­si­denza annun­cia «l’ospite» Nicola Fra­to­ianni di Sel. E Erne­sto Car­bone, «ospite» pure lui: di un ’par­tito fra­tello’: il Pd di Renzi.
Quand’è il suo turno, Spe­ranza chia­ri­sce che i toni anti­ren­ziani non gli piac­ciono: «Mi sono stan­cato di sen­tirmi chie­dere se fac­cio la scis­sione: no, no, no. Noi ci siamo nella bat­ta­glia di un Pd di sini­stra, ma anche in quella di un Pd unito». Tra­dotto: pro­viamo a cam­biare l’Italicum, ma niente voti in libertà. Quando torna al posto Car­bone gli fa le feste. Allora Fra­to­ianni chiede: «Come si fa a met­tere insieme una sfilza di ana­lisi tal­volta anche più cri­ti­che delle nostre sulle poli­ti­che di Renzi e poi non essere con­se­guenti in par­la­mento?». Gli risponde Rosy Bindi, che la mat­tina è stata a Bolo­gna in piazza con don Ciotti con­tro la mafia: «Non posso ras­se­gnarmi a chia­mare di sini­stra un governo che non fa le cose di sini­stra. Il 28 sarò in piazza (con la Fiom, ndr) e se non si faranno modi­fi­che alla riforma isti­tu­zio­nale e all’Italicum non le voto. E se ci sarà il refe­ren­dum sarò dalla parte di chi vuole abrogarle».
La pla­tea con­fusa e infe­lice si scalda solo quando arriva Mas­simo D’Alema e «con­si­glia» unità alle cor­renti: «Io non sono par­te­cipe di nes­suno dei rag­grup­pa­menti in cui si sud­di­vi­dono le mino­ranze del Pd e non approvo che sia più di una. Diciamo che fac­cio parte della sini­stra extra­par­la­men­tare». È in forma, ne ha per tutti. Innan­zi­tutto per Renzi, che governa «con un certo carico di arro­ganza» un Pd che è «la più grande mac­china redi­stri­bu­trice del potere, che ne fa la più grande forza di attra­zione del tra­sfor­mi­smo ita­liano». Ma ce n’è anche per i com­pa­gni: «Non serve pro­nun­ciare ulti­ma­tum, quando serve si danno colpi». Smor­fia di Ber­sani in prima fila. Poi pro­pone «una grande asso­cia­zione per il rin­no­va­mento e la rina­scita della sini­stra», «non un nuovo par­tito» ma «uno spa­zio di par­te­ci­pa­zione ai cit­ta­dini, del Pd o no». Si torna ai tempi rug­genti di Red? Forse c’è una mali­zia in più: il pre­si­dente di Ita­lia­nieu­ro­pei non può non sapere che si chiama pro­prio così, Asso­cia­zione per il rin­no­va­mento della sini­stra, l’Ars del ’comu­ni­sta demo­cra­tico’ Aldo Tor­to­rella, che nel 2000 riunì i dis­si­denti Ds: che poi non entra­rono nel Pd.

Su twit­ter Lorenzo Gue­rini replica: «Renzi ha stra­vinto il con­gresso, qual­cuno se ne fac­cia una ragione». E l’ex dale­miano Orfini bolla i toni di D’Alema come «degni di una rissa da bar». In sala invece c’è chi si spella le mani. Non Gianni Cuperlo, il ’suo’ Cuperlo, l’ultimo rima­sto dei suoi. Che per la prima volta pub­bli­ca­mente gli sbotta con­tro: cose «giu­stis­sime», risponde, «però dovre­sti chie­derti, con rispetto per la tua sto­ria, per­ché la sini­stra ha ceduto cul­tu­ral­mente negli anni in cui ha avuto il potere. Noi oggi cer­chiamo l’unità della sini­stra con fatica. Ma se tu e gli altri ave­ste fatto il vostro dovere forse oggi la mon­ta­gna sarebbe stata più facile da sca­lare». Renzi può stare tran­quillo, e infatti ci sta: prima di fare i conti con lui, la sini­stra Pd deve fare i conti con se stessa.

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