mercoledì 11 marzo 2015

Sanità, le regioni rosse non amano il pubblico

da il manifesto
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Sanità, le regioni rosse non amano il pubblico

Addio solidarietà. L’universalismo nella sanità è un dovere costituzionale, oggi compromesso dalle politiche che risolvono in modo controriformatore il rapporto tra solidarietà e risorse

Addio soli­da­rietà. A rimet­tere in discus­sione il fon­da­mento della nostra sanità pub­blica sono quelle Regioni che Ivan della Mea nel 1969 avrebbe cata­lo­gato tra le cose che si stin­gono cam­biando di colore «il rosso è diven­tato giallo» e che oggi altro non sono se non Regioni senza scru­poli che col­pi­scono alle spalle l’etica egua­li­ta­ria del wel­fare. Sono le stesse Regioni che rispetto all’universalismo sono state di esem­pio a tutti. Vale a dire Emi­lia Roma­gna e Toscana, ma anche Ligu­ria e anche altre.
Messe alle corde dalle restri­zioni finan­zia­rie, stanno aprendo la strada alla pri­va­tiz­za­zione della sanità, inca­paci di tro­vare solu­zioni alter­na­tive pur aven­done a dispo­si­zione un bel po’. Tra­di­menti quindi, cioè con­tro­ri­forme, in nulla giu­sti­fi­cati dai con­te­sti avversi e che si spie­gano con la mala­fede poli­tica, la diso­ne­stà intel­let­tuale, i limiti cul­tu­rali, lo spi­rito con­tro­ri­for­ma­tore del tempo e un cedi­mento al pen­siero spe­cu­la­tivo dell’intermediazione finanziaria.
La Toscana, la regione con il più alto tasso di copay­ment cioè di com­par­te­ci­pa­zione alla spesa pub­blica da parte dei cit­ta­dini, è anche la Regione che di fatto ha pra­ti­ca­mente appal­tato la dia­gno­stica e buona parte della spe­cia­li­stica ambu­la­to­riale ai pri­vati, inco­rag­gian­doli a pro­porsi con prezzi com­pe­ti­tivi e pro­mo­zio­nali per bat­tere il pub­blico, oggi alle prese con un rior­dino espli­ci­ta­mente con­tro riformatore.
L’Emilia Roma­gna, da tempo al lavoro per costruire fondi inte­gra­tivi, recen­te­mente ha rag­giunto un’intesa con Coop e Uni­pol per for­nire sistemi assi­sten­ziali paral­leli e lo stesso pre­si­dente Bonac­cini nel suo pro­gramma poli­tico ha dichia­rato di voler «spez­zare la con­ce­zione ideo­lo­gica che con­trap­pone pub­blico e pri­vato». La Ligu­ria è sulla mede­sima strada e da tempo.
Che senso hanno que­ste poli­ti­che? Met­tere in con­flitto due generi di soli­da­rietà: quella mutua­li­stica che dipende dai red­diti delle per­sone e che per sua natura è discri­mi­na­tiva e quella pub­blica che dipende dai diritti delle per­sone e che per sua natura è egua­li­ta­ria. Cioè stanno con­trap­po­nendo la dise­gua­glianza alla egua­glianza facendo della prima un valore e della seconda un disva­lore. Un gioco aper­ta­mente neo­li­be­ri­sta a somma negativa.
C’è da chie­dersi con una certa urgenza cosa fare per com­bat­tere que­ste ten­denze. Rodotà recen­te­mente con un suo libro (“Soli­da­rietà, un’utopia neces­sa­ria” Laterza 2014) dice che oggi «è necessario…riprendere con deter­mi­na­zione il tema dei prin­cipi». Ma cosa vuol dire «seguire la via del costi­tu­zio­na­li­smo» per riba­dire «la con­nes­sione tra prin­cipi e diritti» per non «ras­se­gnarsi alla subor­di­na­zione alle com­pa­ti­bi­lità eco­no­mi­che»? A che serve riba­dire il valore della soli­da­rietà quale “prin­ci­pio gene­rale” quando esso è già nor­mato, e quando il vero pro­blema che abbiamo è la sua inos­ser­vanza se non la sua nega­zione? Temo che la strada dei prin­cipi non basti.
In sanità come dimo­strano le “Regioni gialle” la rot­tura del legame soli­da­ri­stico ini­zia dai limiti anche cul­tu­rali di una classe diri­gente che non è capace di prov­ve­dere ad un pen­siero rifor­ma­tore e che vede nella con­tro­ri­forma l’ unica pos­si­bi­lità di gestire un limite eco­no­mico. In sanità la soli­da­rietà è in crisi per tante ragioni: eco­no­mi­che , cul­tu­rali, sociali filo­so­fi­che e antro­po­lo­gi­che, poli­ti­che . Il più grande sin­da­cato dei medici di medi­cina gene­rale al suo ultimo con­gresso si è dichia­rato favo­re­vole a ridurre la soli­da­rietà dello Stato ai soli indi­genti. Il sin­da­cato con­fe­de­rale si trova den­tro una con­trad­di­zione imba­raz­zante: da una parte difende il sistema sani­ta­rio soli­dale e uni­ver­sale e dall’altra per via con­trat­tuale sti­pula per le “cate­go­rie forti” accordi per l’assistenza mutualistica.
La più grande rot­tura della soli­da­rietà nel mio campo si ha con la cre­scita espo­nen­ziale del con­flitto tra società e sanità, defi­nita altri­menti “con­ten­zioso legale”. I cit­ta­dini malati por­tano i medici in tri­bu­nale cioè rom­pono i legami di soli­da­rietà che li ha sem­pre giu­stap­po­sti ai pro­pri tera­peuti per mil­lenni. Que­sti anti­chi legami si sono rotti anche per­ché l’uso della medi­cina oggi è for­te­mente con­di­zio­nata da com­por­ta­menti aper­ta­mente anti­so­li­da­ri­stici degli ope­ra­tori come sono quelli agiti in modo oppor­tu­ni­stico a difesa dei rischi pro­fes­sio­nali (medi­cina difensiva).
La soli­da­rietà sino ad ora in sanità è stata vista, soprat­tutto da sini­stra, come di tipo fon­da­men­tal­mente fiscale ma in realtà di soli­da­rietà ve ne sono tante e quello che ci manca è un pen­siero rifor­ma­tore in grado di ricom­pren­derle in un nuovo discorso che oltre che di diritti parli anche di doveri pro­prio nel senso indi­cato dall’art 2 della Costi­tu­zione. Non sono d’accordo con le “Regioni gialle” che ricon­du­cono tutto ad una que­stione di scar­sità delle risorse ma nean­che con coloro che par­lano del con­trollo delle risorse come una prio­rità costituzionale.
Lorenza Car­las­sare, ad esem­pio, ci pro­pone di distin­guere «fondi dove­rosi» «desti­na­zioni con­sen­tite» e «desti­na­zione vietate»(Costituzionalismo.it,1,2013)…ma in sanità le dif­fe­renze tra necessario/essenziale/utile/primario/secondario costi­tui­scono un campo minato e poi allo­care risorse con que­sta logica non è molto diverso da chi pro­pone di finan­ziare la sanità per prio­rità che come è noto è il pre­sup­po­sto di par­tenza dell’universalismo selet­tivo. Se ragio­niamo per “prio­rità” addio solidarietà.

Penso che la con­trad­di­zione solidarietà/risorse sia inne­ga­bile ma non giu­sti­fica il “tra­di­mento” delle regioni nei con­fronti dell’universalismo. L’art 2 della costi­tu­zione ci invita a con­si­de­rare la soli­da­rietà come «dovere», men­tre le regioni si sot­trag­gono a que­sto dovere.

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