venerdì 13 marzo 2015

Se Renzi fa 
l’asso pigliatutto

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OPINIONI

Luigi VicinanzaLuigi Vicinanza

Editoriale

Se Renzi fa 
l’asso pigliatutto

Syriza in Grecia e Podemos in Spagna intercettano il malcontento verso i partiti tradizionali. Da noi invece è il premier a occupare anche quello spazio

Se Renzi fa 
l’asso pigliatutto
Regola ferrea della politica: i rapporti di forza. La conosce bene e la applica ancor meglio Matteo Renzi. E la subiscono con nervosa rassegnazione dissidenti interni al partito, alleati di governo e nazareni di complemento. Ce ne parla Marco Damilano nell’anticipazione del suo libro “La Repubblica del Selfie”: «Il Populista che costruisce il suo Popolo», svuotando ogni altra forma di opposizione antagonista.

Da Roma allora siamo andati in Spagna, con il nostro Alessandro Gilioli. Per capire invece che cosa c’è dietro Podemos, il partito nato appena un anno fa, dato in inarrestabile crescita dai sondaggisti. È la nostra storia di copertina, alla ricerca di nuove identità e nuovi volti di sinistra: il madrileno Pablo Iglesias come il vincitore ateniese Alexis Tsipras. Con una sorpresa: gli spagnoli di Podemos studiano Antonio Gramsci e inseguono quell’egemonia culturale teorizzata dal fondatore del Partito comunista italiano. Bisogna ribaltare l’egemonia, è una delle loro frasi preferite. Bravi come sono a comunicare con gli elettori spagnoli attraverso nuovi e vecchi media.

Una prassi – comunicare la politica – nella quale eccelle il nostro Renzi. I rapporti di forza in questa fase sono tutti a suo favore. Dall’elezione del nuovo inquilino del Quirinale alle riforme istituzionali, passando per il Jobs Act con l’articolo 18 ridotto a pezzettini, il premier-segretario procede con una determinazione e un’energia che spaventano gli oppositori («Un uomo solo al comando», copyright poco originale di Laura Boldrini) ed esaltano i soccorritori del leader vincente («Entriamo in maggioranza ma dateci un ministero», l’inelegante baratto proposto dal senatore ex grillino Lorenzo Battista).

Renzi ha dimostrato finora di avere i numeri in Parlamento per far passare le sue riforme. Anche quelle meno sensate. Come l’abolizione – mutante - del Senato, trasformato in una Camera delle Regioni e dei Comuni dalle funzioni e dai poteri incerti. Intendiamoci: giusto e necessario superare il bicameralismo perfetto, ovvero quel sistema che ha regolato il potere legislativo dal 1948 a oggi. Lento e dispersivo. Ma che senso ha riciclare nel “nuovo” Senato 95 tra consiglieri regionali e sindaci – protetti dalla preziosa immunità – nella fase in cui è più bassa la fiducia verso l’istituzione regionale e più alti gli episodi di malcostume? E senza neppure dare al cittadino-elettore la soddisfazione di votarli e quindi scegliere, dal momento che i futuri senatori saranno nominati dai parlamentini regionali. Insomma una cadrega a Roma per accontentare un bel po’ di notabilato lungo tutto lo stivale.

Il voto di martedì 10 marzo a Montecitorio ha rappresentato un passaggio importante per il governo. Al netto del solito psicodramma dentro il Pd, del voltafaccia di Berlusconi riabilitato, che pure è coautore della riforma, e del plateale abbandono dell’aula da parte dei deputati 5 Stelle. L’iter parlamentare, come si sa, non è concluso: le modifiche della Costituzione – e che modifica, in questo caso – richiedono doppia lettura, per evitare colpi di mano di chi detiene al momento la maggioranza parlamentare. Ma il messaggio è chiaro: è in atto quel cambiamento che nessuno ha avuto il coraggio di osare. Un Paese più semplice e più giusto – annuncia un tweet renziano – sembra a portata di mano.

Eccolo in azione il populismo riformista del premier. Quella miscela frizzante di speranza e interventi che ha depotenziato il populismo incattivito di Grillo e spinge Salvini sempre più verso il rinnovato fascismo europeo. L’eterogenesi dei fini: per esorcizzare il fantasma che si aggira in tutta Europa – che di nazione in nazione prende forme anti-istituzionali e antagoniste – il nostro premier deve dar corpo a una leadership popolare e populista capace di procurargli consenso ampio, mantenere un segno di sinistra e sfondare nell’elettorato orfano di Berlusconi. Progetto complesso quanto preciso, ben delineato e argomentato nell’intervista rilasciata all’“Espresso” la scorsa settimana.

Il partito di Renzi – pur tra le inevitabili contraddizioni, in special modo quando da Roma ci si trasferisce nei territori: la Campania ne è il concentrato – punta alla sua egemonia culturale. Per ora non si intravede spazio politico per altri competitori. Men che mai a sinistra, come spiega Massimo Cacciari, nonostante la Boldrini, Landini e i pezzi di apparato dei fatui partitini di quell’area. Piaccia o meno, qui non Podemos. O no?

Twitter @VicinanzaL

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