domenica 1 marzo 2015

Si chiama Europa il nemico d’Europa

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OPINIONI

Luigi VicinanzaLuigi Vicinanza

Editoriale

Si chiama Europa il nemico d’Europa

Nessuna politica estera comune: né sulla crisi libica, né sull’immigrazione, né di fronte alle minacce dell’Is. Ogni governo va per conto suo, ciascuno dietro i propri presunti interessi. Il migliore regalo a chi non crede nell’Unione

Si chiama Europa il nemico d’Europa
La dissoluzione della Libia fa risaltare l’inconcludenza dell’Europa. Di fronte alle minacce dell’autoproclamato Stato islamico - tanta propaganda, altrettanta insicurezza - le potenze del Vecchio Continente hanno reagito come sanno meglio fare in queste circostanze: ciascuna per proprio conto. Dunque, nulla di concreto. Così, se quindici giorni fa sembrava imminente un improvvisato intervento militare sull’altra sponda, ora tutto è rinviato alla complessa trattativa Onu. Illuminante l’intervista a Bernardino Leon, il diplomatico spagnolo cui è affidata la missione di metter pace tra le tribù.

Intendiamoci: ha fatto più che bene Renzi ad ancorarsi alla realpolitik frenando le voglie interventiste del ministro degli Esteri Gentiloni e della sua collega alla Difesa Pinotti. Tornare, cent’anni dopo, a Tripoli bel suol d’amore sarebbe, ed è, impresa tragica e sciagurata.

Al tempo stesso avvilisce l’assenza in questa crisi libica di un pensiero dell’Europa, di cui invano si ricerca una politica estera e una difesa comuni. Se un decimo dell’impegno profuso per arginare il “contagio” greco e riportare a più miti consigli le ambizioni socialisteggianti di Alexis Tsipras venisse speso per studiare una linea di azione comune per contrastare le violenze delle bande islamiche, forse avrebbe finalmente un senso sentirsi cittadini europei. Accomunati dai valori di tolleranza, libertà di espressione, diritti civili.

Abbiamo la moneta unica, tuttavia. Ma sempre più spesso agiamo in maniera divergente. L’Italia, avamposto del fronte sud, ha patito a sue spese l’isolamento nel fronteggiare gli sbarchi dei disperati provenienti dalle coste africane. Profetica l’inchiesta pubblicata appena un mese fa su “l’Espresso” (n. 4). Abbiamo documentato come, su 170 mila stranieri sbarcati in Italia nel corso del 2014, ben 100 mila siano sfuggiti ai controlli; diretti per lo più in Germania, Svezia e Francia, le mete più ambite. Sono stati spesi solo l’anno scorso per vitto e alloggio 483 milioni, generando sprechi, imbrogli, tensioni sociali e legittime paure. E ora, con la guerra civile nella Libia inferocita, rischiamo una nuova incontrollabile ondata. Alla quale ancora una volta arriviamo impreparati. Inquietante, nella sua esemplarità, l’episodio della motovedetta della Guardia costiera costretta, sotto la minaccia delle armi, a restituire un’imbarcazione ai trafficanti di esseri umani.

Non sappiamo dunque se e come ci sarà una missione militare d’oltremare, ma sappiamo della inadeguatezza non solo in campo offensivo all’estero, ma persino difensivo in patria. Lo ha evidenziato il generale dell’aeronautica Leonardo Tricarico, intervistato nel numero scorso dal nostro Gigi Riva. E ripreso in un’analisi di Angelo Panebianco sul “Corriere della Sera” di lunedì 23 febbraio. Per anni abbiamo tagliato fondi alla difesa - perché portava consenso a sinistra ma anche a destra - e ora scopriamo con angoscia che non sappiamo come difenderci da pericoli potenziali. Mentre tiriamo le somme delle perdite subite dalle aziende italiane a partire dal 2011, da quando sono esplose le rivoluzioni arabe.

La solidarietà tra gli stati europei è durata una domenica di gennaio quando capi di Stato e premier - anche tanti giunti dall’Africa - sfilarono gli uni sotto il braccio degli altri per le strade di Parigi, dopo le stragi di “Charlie Hebdo” e del supermercato ebraico. Poi di nuovo divisi ciascuno seguendo i propri interessi. Se dovessimo abbozzare un quadro delle relazioni tra gli stati europei in questi agitati due mesi dell’anno, si delinea un forsennato attaccamento al valore dei soldi rispetto ai valori delle idee. Ilvo Diamanti su “Repubblica” ha raccontato come l’antieuropeismo - alimentato dalla sfiducia generata dalla moneta comune - stia diventando sentimento diffuso pressoché in tutti i paesi e come stia mettendo sotto pressione i sistemi politici di ciascuna nazione. Insomma il più insidioso attacco all’Europa sembra venire dal cuore dell’Europa stessa. È un regalo che mai avremmo immaginato di poter fare ai tagliagole al di là del Mediterraneo.

Twitter @VicinanzaL

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