domenica 8 marzo 2015

Sul ponte maledetto con gli angeli custodi del reverendo King “Qui cambiò l’America”

Sul ponte maledetto con gli angeli custodi del reverendo King “Qui cambiò l’America” (ALBERTO FLORES D’ARCAIS).

Il ponte
SELMA – «EDMUND Pettus, lo sai chi era? Te lo dico io. Un generale confederato, un senatore, ma soprattutto un bianco suprematista». Marvin ha quasi ottant’anni, il fisico asciutto e il volto rugoso di chi nella vita ha mangiato poco e lavorato come un mulo e in quella domenica di cinquant’anni fa era anche lui su quel ponte a «urlare come un animale per la mia libertà». Dopo le manganellate e i gas — «quella polizia era brutale, sai?» — se ne era andato al nord, a cercare fortuna («anche a Chicago, ma Obama forse non era ancora nato») e adesso, all’ombra di un cartellone su cui qualcuno ha vergato a mano un gigantesco “black lives matter”, osservando da lontano le arcate di uno dei ponti più famosi nella storia d’America scuote ripetutamente la testa.
È in fila dalle sette del mattino, anche lui come migliaia di altri è tornato a Selma mezzo secolo dopo, perché «è cambiato tanto, non lo nego, ma per noi niggers — dice proprio così, usando quella parola ormai messa al bando — la strada è ancora molto lunga ». Quel nome dato al “nostro ponte” non gli va giù e non è l’unica cosa: «Fatti un giro, vai a vedere la statua di quel figlio di buona donna di Nathan Bedford Forrest. Anche lui un bel generalone sudista, ma per non farsi mancare nulla era anche un capoccia del Ku Klux Khan. Uno che i nostri li trattava peggio degli animali ».
Non c’è il tempo per andare a vederla, perché il lungo serpentone inizia a muoversi in direzione dell’Edmund Pettus Bridge, sotto il vigile sguardo dei poliziotti dell’Alabama, ancora oggi in maggioranza bianchi. «Io volevo entrare in polizia, mio padre me lo ha proibito, se penso a Ferguson forse aveva ragione lui». A parlare è un giovane sui trent’anni, lui di quel Bloody Sunday ha sentito solo i racconti, «in famiglia, certo non me lo hanno spiegato a scuola». Dice che qui le scuole sono ancora “segregate”, non perché siano ancora in vigore leggi razziste ma «semplicemente perché i bianchi se ne sono andati da tutte le scuole pubbliche ». Razzisti? «Forse no, forse i loro genitori, non so, certo che qualche domanda dovrebbero farsela».
A un tratto la folla ondeggia, «sta arrivando Bernice» grida qualcuno, mentre altri circondano un uomo che a Selma è quasi una leggenda. Tucker era una delle guardie del corpo di Martin Luther King, «dovevo fargli da scudo se qualcuno gli avesse sparato », ricorda quasi commosso. Bernice non si riesce ad avvicinare, lei di “angeli custodi” ne ha diversi anche oggi, perché tutti vogliono onorare la figlia del reverendo King, che in quel marzo del 1965 — quando il padre, due settimane dopo il Bloody Sunday , diede il via alla marcia verso la capitale dell’Alabama Montgomery — era una bambina che aspettava il suo ritorno a casa.
Per ricordare quel giorno «che cambiò la storia dell’America» Barack Obama è arrivato a Selma con l’intera First Family. Cinquant’anni fa, dopo che i poliziotti brutalizzarono centinaia di neri che marciavano pacifici sul ponte, arrivarono qui in 30mila da ogni parte degli States, sconvolti da quelle immagini in bianco e nero che la tv aveva portato in ogni casa. Erano in tanti, studenti di college, pastori di chiese diverse, uomini d’affari e operai, donne e giovani, neri ma anche bianchi. «Ci ricorda che la storia d’America non appartiene a un gruppo o ad un altro, ma è una storia che appartiene a tutti noi», ha ricordato Obama.
Ad accoglierlo, quando arriva a Selma nel primissimo pomeriggio, sono migliaia proprio come mezzo secolo fa, perché il presidente, questo presidente, è la prova vivente di quanto le cose siano cambiate da allora. «Ci sono momenti e luoghi in America che hanno cambiato il destino della nostra nazione. Selma è uno di questi. In un pomeriggio di esattamente cinquant’anni fa, tante cose della nostra turbolenta storia — la macchia della schiavitù e l’angoscia della guerra civile, il giogo della segregazione e la tirannia di Jim Crow (le leggi razziste, ndr), la morte delle quattro bambine di Birmingham e il sogno di un pastore battista — si sono incontrate su questo ponte. Non fu uno scontro tra eserciti ma tra visioni». Un ringraziamento particolare Obama lo riserva a John Lewis, oggi deputato al Congresso (per la Georgia) e mezzo secolo fa in prima fila sul ponte maledetto. È Lewis che lo introduce («se qualcuno mi avesse detto quel giorno che ci sarebbe stato un presidente afro-americano gli avrei dato del matto»), «sei uno dei miei eroi», risponde Obama, «se Selma ci insegna qualcosa è che il nostro lavoro non è mai finito».
In mezzo alla folla le parole del presidente si perdono qua e là, tra chi applaude, chi piange compostamente e chi abbraccia tutti dicendo «viva l’America, viva l’America». Marvin scuote ancora la testa, borbotta «la verità è che Selma ha fatto molto per il mondo e il mondo non ha fatto nulla per Selma», ma anche a lui scappano un paio di lacrimucce.
Da La Repubblica del 08/03/2015.

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