sabato 7 marzo 2015

UCCIDERE DI MATTEO: “UNA CARNEFICINA DENTRO IL TRIBUNALE”

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UCCIDERE DI MATTEO: “UNA CARNEFICINA DENTRO IL TRIBUNALE” (Giuseppe Pipitone e Sandra Rizza)

IL PENTITO GALATOLO RACCONTA IN 117 PAGINE DOVE AVREBBERO PIAZZATO IL TRITOLO: “FACEMMO I SOPRALLUOGHI ANCHE NEL PALAZZO DI GIUSTIZIA. ERA TUTTO PRONTO”
Per uccidere il pubblico ministero Nino Di Matteo, i killer di Cosa Nostra fecero un sopralluogo dentro il Palazzo di Giustizia, a pochi metri dalla stanza del magistrato, alla ricerca di un posto dove piazzare il tritolo. Ormai erano a un passo da quella che sarebbe stata una strage probabilmente senza precedenti.
“Ci siamo visti dentro il Tribunale di Palermo e se le telecamere funzionano ci hanno ripreso: siamo io e Vincenzo Graziano. Lui mi disse: io lo vorrei mettere là. Parlava della strada, dove appoggiare un furgone. Io risposi: ma come facciamo a metterlo là ché succede una catastrofe? Passano macchine, scendono bambini. È impensabile’’.
È il racconto di Vito Galatolo: qualcosa come 117 pagine che ricostruiscono, sequenza dopo sequenza, il piano di morte per eliminare il magistrato della trattativa. È il primo verbale del neo-pentito, riempito il 14 novembre scorso davanti ai pubblici ministeri di Caltanissetta e depositato durante l’ultima udienza del processo in corso nell’aula bunker dell’Ucciardone. Agli atti del dibattimento anche l’interrogatorio del 10 febbraio scorso di Carmelo D’Amico, l’ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto, che ha riferito agli inquirenti le confidenze ricevute nel carcere di Opera dal boss Nino Rotolo sul ruolo di “ambasciatore di Riina, Provenzano e Ciancimino’’ attribuito ad Antonino Cinà nel dialogo tra i capimafia e le istituzioni.
Con alcuni particolari del tutto inediti sull’elenco delle richieste di Cosa nostra, il cosiddetto “papello”, che D’Amico invece definisce “bigliettino’’: “Rotolo mi disse che Riina non si fidava di Ciancimino, perché era sbirro, però il bigliettino scritto da Bernardo Provenzano, sotto dettatura di Riina, alla fine è stato portato a don Vito”.
Il racconto di Galatolo, che dice di essersi pentito per “dare un futuro’’ ai suoi figli, parte dalle lettere di Matteo Messina Denaro a Girolamo Biondino: nella prima, spedita nel settembre 2012, il latitante suggerisce che Vito “assuma il ruolo di capo-mandamento di Resuttana’’, in sostituzione del padre Vincenzo. Nella seconda, recapitata a dicembre, il boss scrive al gruppo dei fedelissimi composto da Galatolo, Graziano, Biondino e Alessandro D’Ambrogio: “Carissimi fratelli, mi auguro di vero cuore che stiate bene, spero che un giorno vi possa incontrare di persona… Oggi stiamo arrivando al dunque di una decisione, se ve la sentite di fare un attentato, perché si sta andando oltre e non è giusto’’.
Dopo il preambolo, il riferimento al bersaglio della strage: “C’e’ questo signore, Di Matteo, sta andando oltre e si deve fermare. Se volete qualche uomo, ve lo posso dare. Ma non posso venire personalmente perché non mi trovo in Sicilia’’.
Da quel momento, racconta il pentito, parte la raccolta dei fondi necessari all’acquisto del tritolo: “Ci volevano – dice Galatolo – qualcosa come cinquecento mila euro, io ne misi 360 mila e gli altri 70 mila ciascuno’’. L’esplosivo, 200 chili, arrivò dalla Calabria: ma 100 chili vennero rispediti indietro perché contenuti in un cilindro di acciaio che era “umido di salsedine’’; il resto fu messo al sicuro da Graziano e ancora oggi non è stato localizzato. Poi si passò allo studio delle modalità dell’attentato. “Ho pensato che poteva succedere in una traversa del Tribunale – dice ai pm – dove voi entrate con la macchina’’. Ma Galatolo non vuole fare una strage che coinvolga passanti e bambini. Cosi’ i killer ipotizzano un secondo scenario, la borgata di Santa Flavia, dove il pm trascorre le vacanze. Poi la conclusione: ‘’La vita di Di Matteo è ancora in pericolo, perchè c’e’ il tritolo a Palermo’’.
Nei verbali di D’Amico, invece, il racconto della prima fase della trattativa conosciuto per bocca di Rotolo. Si scopre così che Riina non si fida di Ciancimino ed è restio ad avviare il canale di dialogo con lo Stato e che Provenzano si adopera per convincerlo. Binnu alla fine “lo convince e gli dice: dato che vogliono trattare con noi, sistemiamo queste cose: revocare il 41 bis, e alleggerire la legge sul sequestro dei beni’’.
Rotolo, infine, racconta a D’Amico i suoi sospetti sul ruolo di Provenzano “nella cattura di Salvatore Riina’’ e sulla latitanza di Binnu, coperta “da forze armate dello Stato’’.

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