domenica 1 marzo 2015

Un terremoto lungo un anno: è Renzi

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OPINIONI

Piero IgnaziPiero Ignazi

Potere&Poteri

Un terremoto lungo un anno: è Renzi

Ha messo a tacere la dissidenza interna al Pd. 
Ha usato Berlusconi per poi gettarlo 
alle ortiche. 
Ma soprattutto ha liberato la sinistra di governo dal senso di inferiorità rispetto al Paese reale. Bilancio di dodici mesi

Un terremoto lungo un anno: è Renzi
Un anno vissuto fortunatamente, quello di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Arrivato alla Presidenza del consiglio con una classica congiura di palazzo, smentendo il fedifrago “stai sereno” rivolto a Enrico Letta, Renzi ha fatto dimenticare tutto questo in un fiat. Il suo dinamismo, la sua iconoclastia, la sua onnipresenza hanno travolto le resistenze di chi si era adagiato sulle mosse felpate e i toni bassi del duo Monti-Letta. Il passaggio di stile e di modi, più ancora che di contenuti, segna uno spartiacque nella politica italiana. Per certi aspetti sembra di essere ritornati ai tempi del craxismo imperante di trent’anni fa. Ma con una differenza sostanziale. Il leader socialista era un prodotto degli anni Cinquanta, socializzato al mondo delle grandi fabbriche e delle lotte operaie, delle diseguaglianze sociali e territoriali. Quando cavalcava spavaldamente la Milano da bere e aderiva a stili di vita e prospettive postmoderne interpretava una parte non sua. Rincorreva il nuovo, ma aveva la testa ancora rivolta al Novecento.

Renzi arriva da un altro pianeta ed è figlio di un’altra epoca. È il primo leader politico senza ideologia né riferimenti politico-culturali. Persino Berlusconi li aveva, seppure in pillole: un anticomunismo da maggioranza silenziosa unito ad un neoconservatorismo in salsa italiota, preparato da qualche spindoctor in circolazione tra Segrate e le redazioni dei suoi giornali. Renzi non ha retroterra, al di là di uno scautismo da amici miei. È un politico puro, “volpe e lione” quando serve. Un politico che non si fa irretire da nessuna posizione di principio, da sacri testi o da valori irrinunciabili. Si può trattare su tutto, purché vi si possa incidere il suo marchio di fabbrica: il cambiamento. I primi ad accorgersi della mutazione antropologica che la vittoria di Renzi imponeva nel partito e nel governo sono stati i suoi compagni democrat. Tanto per far capire come fosse cambiata la musica all’interno del Pd il nuovo segretario ha prima varato una segreteria da seminario di formazione, e poi un governo di cari amici - con l’unica, inevitabile, eccezione di Pier Carlo Padoan. Ma tutto questo è stato fatto tranquillamente digerire al partito a suon di insulti (gli avversari sono ferrivecchi che vogliono usare il gettone per chiamare con lo smartphone), minacce (chi vota contro va fuori), e successi (il 40,8 per cento alle Europee).

Messo a tacere in un modo o nell’altro il dissenso interno, Renzi è passato a sistemare il secondo forno della sua politica, quello berlusconiano. Il Cavaliere si era illuso di poter contare sulla benevolenza del Presidente del consiglio. Non aveva capito l’asimmetria della loro relazione. Quando non serviva più, è stato gettato alle ortiche. Mai un D’Alema o un Bersani lo avrebbero trattato così. Ma Renzi viene da un altro mondo: vive di tatticismi e si fida esclusivamente del suo giglio magico; fuori esistono solo nemici o alleati temporanei, utili di volta in volta al perseguimento di un obiettivo.

Il vortice creato dal dinamismo e dall’irruenza del premier ha investito e scosso il sistema partitico: Pd si è imposto al centro del firmamento politico come una gigantesca nova, sciogliendo a sinistra quel poco che era rimasto e mandando in tilt le fila berlusconiane. Anche il M5S, da tempo senza guida e senza prospettive, ha risentito della forza attrattiva del partito di maggioranza. Solo Salvini riesce, per ora, a salvarsi. Ma persino il Veneto diventa contendibile se non si ricompone la faida interna alla Lega. Lo spappolamento delle opposizioni di fronte ad un governo a guida Pd è lontano anni luce dalla lotta senza quartiere che gli esecutivi di centro-sinistra, soprattutto quelli guidati da Romano Prodi, hanno dovuto subire.

In realtà, è proprio questo il dato “epocale” della leadership di Matteo Renzi: aver liberato la sinistra di governo da quella sottile, persistente patina di inferiority complex, di inadeguatezza al ruolo, di minorità e inadeguatezza rispetto al Paese reale. Ora è il Pd - grazie anche al suo leader - che guida le danze. E questo piace immensamente ai suoi sostenitori, compresi i volontari delle feste dell’Unità con una antica tessera Pci in tasca.

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