sabato 28 marzo 2015

“VOTATECI L’ITALICUM E VI DIAMO UN TERZO DEI NOSTRI CAPILISTA”

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“VOTATECI L’ITALICUM E VI DIAMO UN TERZO DEI NOSTRI CAPILISTA” (Wanda Marra)

I renziani continuano a corteggiare la minoranza di Bersani per avere il via libera alla legge elettorale a inizio maggio. Sul piatto anche le Infrastrutture.
Se ci votate l’Italicum così com’è vi diamo 30 posti in lista per le prossime elezioni. Con quella legge, possiamo votare nel 2016 e voi evitate di essere asfaltati”. Raccontano deputati bersaniani che era questa l’offerta che un alto dirigente democratico andava ripetendo in questi giorni a Montecitorio. La trattativa è a tutto tondo, le promesse e i trabocchetti si moltiplicano esponenzialmente.
Renzi ha chiesto (e ottenuto) da Montecitorio la calendarizzazione dell’Italicum prima delle Regionali (il 27 aprile). Lunedì ha convocato la direzione del Pd: vuole un voto sulla legge elettorale, che la blindi, evitando ulteriori passaggi al Senato, dove i numeri sono risicatissimi. Strategia preventiva, anche perché i sondaggi sul tavolo del premier relativi al voto delle Regioni non sono così entusiasmanti. E allora, meglio prevenire l’eventualità che le minoranze si sentano legittimate a rialzare la testa.
In direzione, il voto è bulgaro, a Montecitorio gli sgambetti, soprattutto visto che ci saranno voti segreti, sono sempre possibili. Tant’è vero che si fanno velate minacce e meno velate pressioni. Per dirla con Matteo Or-fini: “La libertà di coscienza ci può essere sulla materia costituzionale. Non c’è invece sulla legge elettorale, che è un tema politico”. La stessa linea del premier, che pensa pure alla fiducia (dibattito in corso tra i costituzionalisti, se sia possibile o meno). Come dire che chi vota contro si mette automaticamente fuori dal partito. Trattative e pressioni vanno avanti soprattutto su Roberto Speranza e Area Dem. Che finora – nonostante grandi dichiarazioni di guerra – hanno sempre consentito ai provvedimenti del governo di passare. E anche questa volta potrebbero farlo, uscendo dall’Aula. Il tentativo di Renzi è sempre lo stesso: detronizzare il dissenso, indebolendolo e inglobandolo. È aperta la questione ministero delle Infrastrutture. Che va assegnato. Uno dei nomi in corsa è quello dello stesso Speranza (in questo schema senza l’unità di missione che andrebbe a Palazzo Chigi sotto Luca Lotti). Sarebbe un modo per accontentare un pezzo di minoranza (e un pezzo di potere rosso, che fa capo a Pier Luigi Bersani ).
Una merce offerta per garantirsi in cambio i voti non solo sull’Italicum, ma su tutto. A partire dalle riforme costituzionali, che da Palazzo Madama ci devono passare. “Noi non accettiamo nessuna offerta di posti sicuri”, dice Nico Stumpo, autorevole esponente di Area Dem. Offerta respinta al mittente dunque. “Anche questa voce di Speranza al ministero è messa ad arte, per farci passare come quelli che vogliono solo i posti”. A definire quello sulla legge elettorale “un dibattito strumentale” era stato Matteo Richetti a Repubblica lunedì. Esplicito: “La minoranza vuol solo garantirsi posti in lista”. Il premier non l’ha smentito nonostante richiesta formale da parte di Gianni Cuperlo & co. Evidentemente la vede allo stesso modo. E il tema ritorna. “In direzione lunedì sull’Italicum voteremo contro”, assicura Stumpo. E poi dice la sua sulla reale volontà del premier di andare avanti sulle riforme costituzionali: “Se non vuole andare a Palazzo Madama con l’Italicum per non rischiare, perché dovrebbe andarci con le riforme? Anche su quelle i voti sono a rischio. Evidentemente non le vuole fare”.

I renziani nel frattempo smentiscono categoricamente qualsiasi offerta. “Figuriamoci se Renzi promette una cosa del genere. Figuriamoci se 30 posti glieli dà”, la battuta. Polpette avvelenate, trabocchetti, promesse pronte ad essere smentite dai fatti? Dopo il voto di lunedì la minoranza non avrà molta scelta: o adeguarsi e votare la legge elettorale, sancendo la propria dissoluzione finale nel renzismo. O dire di no. Rischiando le conseguenze, a partire dalle dimissioni dai posti di rilievo, come quelle che lo stesso Speranza adombrava ieri da capogruppo a Montecitorio in un’intervista a Repubblica. O andarsene.

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