martedì 31 marzo 2015

«Vuoi le urne, dillo», «Peggio del Nord Corea». La sinistra non vota

da il manifesto
POLITICA

«Vuoi le urne, dillo», «Peggio del Nord Corea». La sinistra non vota

Democrack. La minaccia della minoranza: «Al senato le riforme su un binario morto». La direzione Pd inizia con un applauso a Ingrao, padre del dissenso, e finisce con il dissenso spianato e un voto bulgaro
Alfredo D'Attorre, deputato Pd
Ini­zia con un lungo applauso ai cento anni di Pie­tro Ingrao la dire­zione in cui Renzi chiede su di sé «un voto di fidu­cia» sull’Italicum. Quell’Ingrao che nel ’66 seppe dis­sen­tire dinanzi al segre­ta­rio Luigi Longo all’XIesimo con­gresso del Pci. Cinquant’anni dopo, la dire­zione Pd è un ring, e alli­neati e dis­si­denti se le suo­nano di santa ragione. Fini­sce con un voto all’unanimità sulla rela­zione del segre­ta­rio, un voto bul­garo per così dire: le mino­ranze com­pat­ta­mente non par­te­ci­pano. Unite per ora, in aula si vedrà. Sulla loro divi­sione Renzi scom­mette aper­ta­mente: nella rela­zione fa l’elenco dei dis­si­denti buoni e di quelli cat­tivi. I buoni sono quelli che sull’Italicum chie­dono «un ritocco alla Camera, è un’esigenza poli­tica», i cat­tivi sono invece «la parte mino­ri­ta­ria, quelli che «o fai così o c’è il voto segreto. È un ricatto e al ricatto non si risponde» . Il cat­tivo, anzi cat­ti­vis­simo, sarebbe Alfredo D’Attorre, reo di aver spie­gato sul Cor­riere della sera che una spac­ca­tura del Pd «può avviarci verso esiti impre­vi­sti». In ogni caso agli uni e agli altri Renzi risponde no: nes­suna modi­fica alla legge elettorale.
A niente serve l’appello acco­rato di Roberto Spe­ranza, ber­sa­niano mode­rato ma anche capo­gruppo alla camera che ha disci­pli­na­ta­mente chie­sto per conto di Renzi l’anticipo del voto in aula. Chiede di tro­vare un’intesa nel Pd: «Rischiamo la spac­ca­tura», «se usciamo di qui senza una parte del Pd, usciamo non con riforme più deboli. Per que­sto «mette a dispo­si­zione» il suo ruolo di capo­gruppo. Mar­gine di trat­tiva non c’è. E lo dimo­stra il fatto che Renzi non ha pre­vi­sto la replica finale. Sta­volta non finge nean­che di fare la sin­tesi: la posi­zione del Pd è quella del segretario-premier, pren­dere o lasciare. Si uni­sce all’appello Gianni Cuperlo: chiede solo «un incre­mento dei col­legi», non le vitu­pe­rate pre­fe­renze, non si arrende «all’idea che su un tema così deci­sivo la prima fon­da­men­tale unità non si possa cer­care all’interno della nostra comu­nità». Ma annun­cia che se l’Italicum resterà quello di oggi, alla camera non voterà.
Il dibat­tito si scalda parec­chio. La «vec­chia guar­dia» non inter­viene. Ber­sani resta per lo più fuori dalla sala e va via prima della fine. Mas­simo D’Alema, nella gior­na­tac­cia del suo nome uscito nelle inter­cet­ta­zioni dell’inchiesta sulle tan­genti a Ischia (lui si dichiara «offeso, indi­gnato ed estra­neo») non c’è per pre­ce­denti impe­gni. Il più cat­tivo del giorno è uno della nuova gene­ra­zione, D’Attorre. Il suo, dice, è un «dis­senso pro­fondo» su una legge «incom­pa­ti­bile con il sistema par­la­men­tare». Nes­sun ricatto, piut­to­sto la minac­cia di un voto di fidu­cia sulla legge elet­to­rale, che Renzi ha lasciato sci­vo­lare nella rela­zione, sarebbe «un vul­nus inso­ste­ni­bile poli­tico e rego­la­men­tare». Quanto all’altra minac­cia, velata — nean­che troppo — quella del voto anti­ci­pato, D’Attorre chiede prima un con­gresso: «Dicia­molo e orga­niz­ziamo un con­fronto interno che con­senta di arri­vare all’obiettivo avendo misu­rato gli argo­menti di fronte a nostri iscritti e mili­tanti». Non è finita, D’Attorre annun­cia anche che con una spac­ca­tura nel Pd «le riforme al senato fini­ranno su un bina­rio morto». Una dichia­ra­zione di guerra, non c’è che dire. «Un ricatto», lo defi­nirà il ren­ziano Mat­teo Richetti.
Anche Ste­fano Fas­sina, altro volto dei ber­sa­niani intran­si­genti, va giù duro: «State minando i fon­da­menti della demo­cra­zia», «stiamo cam­biando la forma di governo in un pre­si­den­zia­li­smo di fatto ma senza con­trap­pesi», «cosa suc­ce­derà non alle pros­sime ele­zioni, quando il Pd con il 40 per cento pren­derà il pre­mio, ma con un par­tito che ha un con­senso ristret­tis­simo e prende il pre­mio?». Poi il depu­tato esplode anche sul diritto al dis­senso e invita a «inter­venti liberi»: «Evi­tiamo un tasso di con­for­mi­smo para­go­na­bile al par­tito comu­ni­sta nor­d­co­reano». La pla­tea rumo­reg­gia. Di lì in avanti sfi­lano al micro­fono tutti «liberi pen­sa­tori» libe­ra­mente alli­nea­tis­simi, ren­ziani della prima seconda e terza ora, fino a un Gen­naro Migliore, ultimo arri­vato in mag­gio­ranza diret­ta­mente da Sel, che spiega come «difen­dere certa tra­di­zione della sini­stra sia un tra­di­mento». Il vice­pre­si­dente della camera Gia­chetti fa uno show: bac­chetta Ber­sani per non aver votato il Mat­ta­rel­lum quando poteva farlo, anzi­ché chie­derlo ora. E se la prende con Fas­sina e gli altri, per i quali «il voto in dire­zione per voi è utile solo quando la mag­gio­ranza ce l’avete voi». Per ora la mino­ranza tiene. Renzi, con buona dose di rea­li­smo, è sicuro che sul voto finale si spac­cherà. Ma prima ci sarà la guer­ri­glia di Mon­te­ci­to­rio: in prima com­mis­sione, dove oggi ini­zia l’iter, la mino­ranza conta 12 com­po­nenti su 23 (fra loro ci sono anche Ber­sani, Bindi, Cuperlo e D’Attorre). Per ora la dire­zione sep­pel­li­sce con un 120 a zero l’applauso ini­ziale a Ingrao, mae­stro del dissenso.

Nessun commento:

Posta un commento