giovedì 16 aprile 2015

G8, il pentimento dell’agente “Quella sera ci fu tortura e adesso si accerti la verità Mi vergogno di quel post”

G8, il pentimento dell’agente “Quella sera ci fu tortura e adesso si accerti la verità Mi vergogno di quel post” (CARLO BONINI)

Le frasiL’intervista.
Tortosa parla dopo le polemiche: “Fu uno scempio ma il mio reparto non c’entra. Nella scuola c’erano centinaia di poliziotti”. Rimosso il dirigente del “like” su Facebook.

ROMA – La casa dell’assistente capo della Polizia di Stato Fabio Tortosa guarda il mare di Ostia. Un appartamento al secondo piano di una palazzina di recente costruzione, «ipotecato da un mutuo che si estinguerà tra 27 anni». Quelli che aveva la notte del 21 luglio 2001, quando fece irruzione nella Diaz con il VII Nucleo. Il thread della collera e della vergogna — «In quella scuola rientrerei mille e mille volte»; «Spero che Carlo Giuliani faccia schifo anche ai vermi» — è stato scritto tra queste mura. E ne ha già pagato le conseguenze Antonio Adornato, comandante del Reparto mobile di Cagliari, il primo ad aggiungere il suo “like”, rimosso dal comando con effetto immediato e trasferito all’ufficio ispettivo di Roma.
Il pc ora è spento ed è su un mobile basso, sotto un grande televisore a muro incorniciato da vetrinette.
In un angolo del salotto, i cesti con i giochi delle figlie, 3 e 5 anni. «Sono a scuola e stamattina non le ho viste perché ero di turno di notte al Reparto Mobile. Meglio. Comunque non avrei chiuso occhio». Il cellulare non smette di squillare di telefonate di “solidarietà” di decine di poliziotti. Tortosa, 42 anni, pantaloni della tuta e una felpa dei “Lazio Marines”, la squadra di football americano «che è l’altro pezzo della mia vita» e di cui è vicepresidente — «Ho letto che saremmo dei nazisti, mentre tra i miei, ci sono ragazzi ebrei e di colore» — sistema nel lavello della cucina le tazze della colazione delle figlie, infila in uno scaffale il barattolo di Nesquik.
Visto che lei è anche un padre oltre che un poliziotto, come si fa a concepire quel che ha scritto di Carlo Giuliani?
«Quello che ho scritto di Giuliani non è da uomo e non è da me. Me ne vergogno. Per quel che può servire, chiedo scusa ai suoi genitori. E chiedo scusa a mia madre, che ha 78 anni, perché ha conosciuto la tragedia di sopravvivere alla morte di un figlio. Uno dei miei due fratelli. Aveva 15 anni. Spero mi perdoni da dov’è anche mio padre, che era un meccanico dell’Atac, e che per quello che mi ha insegnato nella vita si vergognerebbe. Il mio sbaglio è stato troppo grande da non dire anche un’altra cosa. Mai più si dovrà dire di Giuliani “si certo è morto, ma…”. Non so cosa mi sia successo. O forse lo so. Ero furioso».
Per la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo? Per quella parola usata, “tortura”?
«Io non sono un torturatore. Non lo siamo stati noi del VII Nucleo. E solo per questo motivo ho scritto che sarei tornato alla Diaz. Perché non ho nulla di cui chiedere scusa per quanto feci quella notte».
Un commento di un suo collega al suo post inneggiava ai «torturatori con le palle».
«Avrei dovuto avere la lucidità di capire a quel punto che la discussione era fuori controllo. E interromperla. Purtroppo non l’ho avuta».
Ma, a suo giudizio, la violenza alla Diaz fu tortura o no?
«Chi fa violenza su un inerme, commette un atto di tortura. Dunque, alla Diaz fu tortura. Ma io, in 22 anni di polizia, non ho mai torturato nessuno. Per questo ho gridato dopo quella sentenza».
Che giudizio dà di quella notte?
«Fu uno scempio. Che fece 159 vittime. I 79 nella scuola che vennero massacrati nel corpo e nella testa, e gli 80 di noi del VII, perfetti capri espiatori di quanto era accaduto».
Ci sono delle sentenze della magistratura passate in giudicato. E lei, da poliziotto, dovrebbe rispettarle. Si legge invece nel suo thread di indagini condotte dal pm «Zucca e dai suoi sgherri».
«Io non voglio mancare di rispetto a nessuno. E se potessi tornare indietro farei quello che non feci 14 anni fa quando mi avvalsi della facoltà di non rispondere e non andai all’interrogatorio fissato dai pm».
Perché non andò?
«Perché questa fu la scelta che ci venne comunicata dai nostri avvocati e a quella scelta si attenne l’intero reparto. Fu un errore».
Cosa avrebbe detto ai pm?
Quale “altra verità”?
«Quello che i processi hanno per altro accertato. Che quella notte, io e il mio reparto restammo nella scuola 5 minuti. E che mentre raggiungevamo i piani alti, decine, centinaia di colleghi con le pettorine e in borghese si accanirono su chi era nella palestra. Una delle vittime lo ha raccontato. Era stata fermata dal nostro sovrintendente Ledoti e venne trascinata via da due poliziotti che poi la massacrarono. Le dico di più. Quella notte, usciti dalla scuola, l’allora vicecapo della Polizia Andreassi ci raggiunse alle Caravelle per dirci che era fiero di noi. Che in quarant’anni di Polizia non aveva mai visto un Reparto comportarsi come noi. Lo avrebbe detto di un manipolo di torturatori psicopatici?».
Lei riconobbe qualcuno di questi suoi colleghi?
«No. Ma perché sia chiaro quello che penso, le dico che, in questi 14 anni, l’infamia cui mi ribello, che mi ha fatto finire dove sono e di cui sono stati due volte vittime anche gli innocenti della Diaz, ha anche il volto di chi è stato responsabile di quel pestaggio e non ha avuto il coraggio di fare un passo avanti. Ha il volto di chi doveva identificare gli autori del pestaggio e non lo ha fatto. Purtroppo, gli uni e gli altri portano la mia stessa divisa».
In Parlamento c’è chi chiede una commissione parlamentare di inchiesta.
«Ne sarei felice. Sarebbe l’unico modo per uscire dalla logica del capro espiatorio. Io non ne ho paura. Su altri non potrei scommettere ».
Altri chi?
«Se lo sapessi lo direi».
Nella sua storia c’è una militanza giovanile nel Fuan, nella destra sociale e anni di sindacato di destra. Oggi lei è un dirigente del Consap.
«Ho militato nel Fuan ma alle ultime elezioni ho votato Pd. Non vedo la contraddizione. Mia moglie, che è la persona che amo, è una donna di sinistra da sempre».
E quel linguaggio da gioventù del Littorio? “Onore”, “vigoria giovanile”? O da fascismo di strada, “zecche”?
«L’ho detto prima. La discussione si è infilata nella logica amico- nemico. “Poliziotto fascista”, “antagonista zecca”. Non serve a niente. Ma capisco anche che dirlo ora può sembrare solo una giustificazione tardiva Quanto a “onore”, “gioventù”, “lealtà”, “fratellanza”, sono termini che accomunano tutte le comunità di uomini che sono uniti da un vincolo di lealtà a dei valori, a un’idea ».
Lei però ha giurato sulla Costituzione. E la Costituzione non è il Corano, libero all’interpretazione dei fedeli.
«Sono d’accordo con lei. E proprio perché ho giurato sulla Costituzione sono pronto ad assumermi tutte le responsabilità di quel che ho detto. Mi difenderò nel procedimento disciplinare. Ma una cosa so. Che se pensano che per chiudere la ferita della Diaz e venire a capo dei sentimenti che l’hanno attraversata in questi anni sia sufficiente liberarsi del sottoscritto e di qualche altro collega, si sbagliano».
Da La Repubblica del 16/04/2015.

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