giovedì 30 aprile 2015

IL DESTINO DI UN PARTITO


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IL DESTINO DI UN PARTITO (di Claudio Tito)

Nel Dna della sinistra e del centrosinistra c’è evidentemente un gene che nemmeno l’evoluzione subita in questi anni riesce a modificare. È una particolare specie di tara che porta quasi ineluttabilmente alla divisione. E ancora più spesso all’autolesionismo. Il voto di fiducia ne è l’ultima espressione. Perché gli effetti di questa ennesima spaccatura non possono essere valutati nel brevissimo periodo. In gioco non c’è solo una legge, seppure importante, come quella elettorale.
Ma È la natura stessa del Pd, il suo destino prossimo futuro. E le conseguenze ricadranno sulla effettiva sopravvivenza di un’area politica e culturale, quella della minoranza dem, e sulla tenuta del governo guidato da Matteo Renzi. L’esecutivo rischia di essere indebolito da una guerra intestina. E la sinistra del Pd è ormai sconquassata da questa sfida, con un gruppo dirigente vocato all’autorottamazione.
Basta leggere i numeri che si sono materializzati ieri nell’aula della Camera per capire che nessuno ci guadagnerà. La sinistra interna è certo ridimensionata ma cristallizzata su una posizione antigovernativa. A Montecitorio, dove pure la maggioranza è blindata, Palazzo Chigi dovrà sistematicamente fare i conti con la pattuglia dei dissidenti. Al Senato la situazione è perfino più accidentata: il margine dell’esecutivo si basa su 7 senatori. I potenziali “ribelli” dem vengono conteggiati in una dozzina. Come farà Renzi a far approvare la riforma costituzionale proprio a Palazzo Madama con quei numeri? Come farà digerire in autunno la legge di Stabilità probabilmente piena di corposi tagli alla spesa pubblica? Con la stampella degli ex M5S o con il soccorso dei forzisti in libera uscita?
Sono queste le incognite connesse alla scelta di porre la fiducia. Si tratta di insidie che possono essere superate in un solo modo: recuperare il Pd come soggetto riformatore unitario. Il leader democratico è riuscito in questo anno a rendere il suo partito centrale nella vita politica anche attraverso quel 40,8% conquistato alle europee del maggio scorso. I democratici sono diventati per la prima volta nella loro storia il player imprescindibile nello scacchiere della politica. Come per tutti i soggetti sottoposti al vaglio del consenso, però, esistono degli elementi di fragilità di cui Renzi deve tenere conto. Non può decidere in solitudine e poi dire come De Gaulle: «L’intendenza seguirà». La forza della persuasione e la capacità di cambiare quando le condizioni lo richiedono costituiscono il nucleo di una leadership in una grande partito. E se davvero il premier aspira a trasformare il Pd nel Partito della Nazione, allora ci riuscirà solo se al suo interno ci sarà anche la storia e le direttrici della sinistra. Altrimenti si configurerà semplicemente come una nuova formazione centrista.
Ma i contraccolpi di questi due giorni sono forse ancora più pesanti per la minoranza democratica. Si sono spaccati almeno in tre parti. Erano un centinaio e si sono ritrovati in 38. Come è accaduto in questi venti anni i “padri nobili” hanno ammazzato politicamente i potenziali successori. In una sorta di delirio autodistruttivo la classe dirigente più anziana e in via d’uscita ha divorato i suoi “figli”, a cominciare da Cuperlo e Speranza, dissipando le loro chance di leadership. Per di più Bersani che aveva “nominato” nel 2013 gli attuali gruppi parlamentari si è trovato a capitanare solo un gruppuscolo di fedelissimi. Le critiche manifestate nel merito della riforma elettorale sono state spesso confuse e contraddittorie. Soprattutto evidenziavano un obiettivo occulto: colpire il governo Renzi per indebolirlo. Per poi scoprire — come è accaduto ad esempio al lettiano Boccia — che la base del partito, la loro base, non voleva quello scontro frontale e anzi si schierava per il sì alla legge.

Un contesto talmente sfibrato da rendere ancora più marcato l’errore del governo di porre la fiducia. La sinistra dem probabilmente si sarebbe spaccata anche nel voto segreto e Palazzo Chigi si sarebbe risparmiato una inutile lesione politica delle procedure Il premier ora sarà costretto a trovare una formula per tentare di ricucire un dialogo a sinistra. Non basterà mettere in campo i provvedimenti che più solleticano l’opinione pubblica progressista. Dovrà coinvolgerla nelle scelte e nella definizione di quel che sarà il Pd nei prossimi dieci anni. Però, la sua linea politica dovrà in primo luogo affrontare il test delle prossime elezioni regionali. Se il voto del 31 maggio sarà positivo per il centrosinistra, allora sarà più agevole imboccare la strada di una riedificazione dei rapporti a sinistra. Altrimenti quella che porta alle elezioni anticipate potrebbe diventare la via maestra.

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