giovedì 2 aprile 2015

Incubo a Palazzo Chigi: «E se avessimo sbagliato i conti?»

da il manifesto
LAVORO

Incubo a Palazzo Chigi: «E se avessimo sbagliato i conti?»

Incubi governativi. Il taglio della cassa in deroga possibile causa del calo dell’occupazione femminile. La strano caso dei dati propagandati da Renzi e Poletti: il raffronto col 2014 è «anomalo»

Una protesta di lavoratori per chiedere ammortizzatori sociali 
Pro­pa­ganda e sot­to­va­lu­ta­zione. I dati di feb­braio sulla disoc­cu­pa­zione per il governo sono stati real­mente un colpo duris­simo. Il muti­smo del pre­mier twit­ta­tore è la con­se­guenza più evidente.
Un colpo che oggi sta diven­tando un tarlo nella mente di buona parte dei tec­nici di palazzo Chigi e del mini­stero del lavoro. «E se l’aumento della disoc­cu­pa­zione derivi dai licen­zia­menti per fine cassa in deroga?», è la logo­rante domanda. Un pen­siero che fa ancora più paura: se così fosse, l’effetto dei licen­zia­menti potrebbe avere un boom da qui a mag­gio, annul­lando l’aumento di con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato deri­vante dagli 8 mila euro l’anno di sgravi alle imprese che assu­mono a tempo inde­ter­mi­nato — tutele crescenti.
Il tarlo si ingran­di­sce se si ana­liz­zano i dati dell’Istat. Il calo di 42mila donne occu­pate in meno a feb­braio rispetto al mese pre­ce­dente ha come spie­ga­zione prin­ci­pale i licen­zia­menti nei set­tori dei ser­vizi: in pri­mis com­mer­cio, call cen­ter e coo­pe­ra­tive sociali. Sono que­sti i campi in cui opera la cassa in deroga, quella inven­tata da Tre­monti e Sac­coni per alle­viare gli effetti della crisi del 2009 e che difatti hanno a lungo cal­mie­rato il livello di disoccupazione.
Ma, si sa, la cig in deroga costa. E a pagare è lo Stato — a dif­fe­renza di quella ordi­na­ria e straor­di­na­ria, finan­ziata da imprese e lavo­ra­tori. Fin dai tempi della riforma For­nero si è deciso di abo­lirla — dal 2017 — e ogni governo ha cer­cato di spen­dere meno.
Il primo ago­sto scorso il mini­stro Poletti ha ema­nato un decreto inter­mi­ni­ste­riale molto restrit­tivo che ridu­ceva i tempi di coper­tura a soli 11 mesi nel bien­nio 2014–2015 e a soli 5 mesi per il 2015.
Gli effetti si vedono soprat­tutto ora. Al netto dei ritardi nei paga­menti — la gran parte dei lavo­ra­tori coin­volti deve ancora vedere i soldi del secondo seme­stre 2014 — mol­tis­sime imprese hanno usato tutti gli 11 — o 12 — mesi nel 2014 e ora non pos­sono più fare domanda. La con­se­guenza è che i lavo­ra­tori — in gran parte donne — di que­ste aziende ven­gono licen­ziate andando ad ingros­sare l’oceano dei senza lavoro.
«Ogget­ti­va­mente quel decreto qual­che pro­blema l’ha deter­mi­nato — spiega Gian­franco Simon­cini, coor­di­na­tore toscano degli asses­sori regio­nali al lavoro -. Le imprese o hanno finito le coper­ture o sono sco­rag­giate a fare domanda per i ritardi nei paga­menti. In più lo stesso decreto ha ristretto i cri­teri della con­ces­sione della mobi­lità in deroga che era ancora usa­tis­sima nelle regioni del Sud come forma di ammor­tiz­za­tore sociale a quat­tro o cin­que anni».
Le per­sone licen­ziate ad oggi potreb­bero fare richie­sta del nuovo ammor­tiz­za­tore sociale, la Naspi. Ma que­sta entrerà in vigore solo da mag­gio. E per que­sto il governo sta pen­sando di cor­rere ai ripari. «Il fondo per i nuovi ammor­tiz­za­tori sociali — 1,7 miliardi — per il 2015 non è total­mente esau­rito», fanno sapere dal mini­stero. Pos­si­bile dun­que che Poletti decida di uti­liz­zare parte di que­ste risorse per rial­lar­gare i paletti della cassa in deroga per quest’anno, ren­dendo pos­si­bile una coper­tura anche per chi ha finito i mesi nel 2014.
Inol­tre più di un esperto in mate­ria con­ti­nua a non capa­ci­tarsi dei numeri annun­ciati dal mini­stro Poletti sui nuovi con­tratti. In pri­mis quei dati sono sem­pre stati comu­ni­cati a tre mesi di distanza — e quindi in que­sto caso si sarebbe dovuto aspet­tare maggio.
In più a «non tor­nare» è il fatto che il dato sugli avvia­menti di solito è tri­me­strale. Ma il mini­stero ha deciso di for­nire dati men­sili. E allora il dub­bio che viene è che i rife­ri­menti presi sul 2014 siano stati in qual­che modo sud­di­visi in modo arbitrario.

«Dai dati for­niti ora emer­gono ano­ma­lie su marzo 2014. Ci sareb­bero stati 1,142 milioni di avvia­menti: più del dop­pio rispetto a feb­braio e poco meno del dop­pio rispetto a gen­naio. Gli avvia­menti a tempo inde­ter­mi­nato a marzo 2014 sareb­bero stati, ela­bo­rando i dati espressi a voce dal mini­stro, 193mila: il dop­pio di feb­braio 2014 — rileva Guglielmo Loy, segre­ta­rio con­fe­de­rale della Uil -. Se non ci sarà un picco altret­tanto ano­malo a marzo 2015, il raf­fronto sul tri­me­stre sarà molto negativo».

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