mercoledì 29 aprile 2015

ITALICUM: LA COLPA E' DELLA POLTRONA CHE NON SI STACCA


Più che il coraggio della coerenza e votare contro ‘’l’ Italicum’’ può il potere del sedere di restare incollato allo scranno di parlamentare.
Non si spiega che così la retromarcia di 50 dem, oppositori interni, i quali fino ad ieri avevano abbaiato che non avrebbero votato la riforma elettorale perché non rispettava la volontà degli elettori di poter scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.
I 50 fanno parte dell’ Area riformista che si è spaccata. I 50 deputati hanno firmato un documento in cui annunciano la loro decisione di votare sì all'Italicum per una questione di "responsabilità politica", pur considerando la fiducia posta dal premier "un errore".
"Almeno cinquanta deputati di Area riformista voteranno la fiducia" pur considerando "un errore" da parte del premier averla posta sull'Italicum, spiega Matteo Mauri, dopo che in mattinata è stato preparato un documento per spiegare questa scelta, all'indomani della riunione di ieri sera della corrente.
"Nel momento in cui c'è una fiducia politica chi si riconosce nel Pd la vota. Noi sosteniamo il governo, ci sentiamo pienamente nel partito", ha spiegato Mauri ai giornalisti a Montecitorio. "Aver messo la fiducia alla legge elettorale è stato un errore che si poteva evitare. Nel momento in cui questa fiducia è stata messa riteniamo di fare pienamente il nostro dovere", aggiunge l'esponente di Area riformista.
"Nel momento in cui la fiducia non passa cade il governo e se questi cinquanta non votassero la fiducia, il governo non avrebbe i numeri", continua Mauri. 
I 50 deputati hanno deciso di votare ‘’sì’’ nonostante il disprezzo di chi ha investito tutto il potere conquistato in pochi mesi nel ridurli a un esercito di nominati e di servi sciocchi.
La loro decisione è stata una torbida reazione di paura, un istinto conservatore di proteggere scricchiolanti poltrone. Per pararsi il di  dietro hanno scelto di  dire ‘’sì’’ a un governo  non sorretto da una visione alternativa coerente, incapace di articolare, di tradurre in una visione politica i desideri e le insoddisfazioni degli italiani.
Votare contro è invece una scelta positiva: la scelta della scelta stessa; il rifiuto del ricatto operato dal premier . Il no è la decisione positiva di dare avvio a un reale dibattito politico rispetto a quale Italia si vuole veramente.
L’ Italicum è la morte della democrazia, è la morte del politico attraverso la ‘’mercificazione’’ della politica. La posta in gioco non è il modo in cui i politici sono confezionati e venduti come merce alle elezioni; un problema molto più profondo,  come sostiene Slavoj Zizek, è che le elezioni sono concepite alla stregua dell’ acquisto di merci (il potere in questo caso): esse implicano una competizione tra differenti partiti-merci e i voti sono come il denaro che compra il governo che vogliamo. L’ Italicum, le riforme, la continua fiducia fanno perdere, in questa concezione della politica come uno dei tanti servizi che compriamo, la poltica come dibattito pubblico  condiviso su questioni e decisioni che riguardano tutti.

‘’ Si è svolto oggi alla Camera , scrive Sandra Bonsanti, presidente di ‘’Libertà e Giustizia, il primo atto di quella storia che nel prossimo futuro chiuderà la nostra Repubblica parlamentare.
Lo è stata per settant’anni, secondo i 139 articoli della Costituzione, che sarà presto, a suon di strappi e di fiducie, ridotta anch’essa. La rappresentanza dei cittadini italiani evapora come per un gran solleone, ma forse il paragone che più si presta in queste ore è con quella massa di neve e ghiaccio e rocce che scuote l’Everest.
Un vero e proprio terremoto istituzionale, auspice un presidente della Repubblica, ora ex, che non lascia un millimetro di spazio al suo successore che pure un giorno, speriamo abbastanza presto, dovrà dirci se davvero secondo lui questo terremoto faccia parte della democrazia’’.
‘’Dunque, afferma Sandra Bonsanti, la Repubblica parlamentare è durata un tempo abbastanza lungo, che gli italiani non hanno saputo apprezzare. Se lo avessero fatto, oggi sarebbero in piazza. Invece, solo firme di denuncia, solo testimonianze che lasciano l’amaro in bocca nel momento stesso in cui le riteniamo inevitabili. Firme e appelli: noi di Libertà e Giustizia per primi, subendo nei mesi tutte le ritorsioni e le vendette degli affamati di potere.
Abbiamo cercato con pazienza di mostrare tutti i rischi di chi ci affida a un domani senza valori e idee per le quali sia giusto battersi. Abbiamo fatto proposte sagge e importanti di alternative a queste riforme. Silenzio e irrisione.
Renzi non avrebbe lanciato la sua sfida al Parlamento se non fosse convinto di avere con sé la maggioranza dei deputati. Li abbiamo visti, giorno dopo giorno, abbassare il capo, unirsi al gregge, dire addio alla dignità e all’autonomia.
Li abbiamo guardati “ruere in servitium”, come dice Tacito sul Senato romano di fronte a Tiberio. Avvertivano, i senatori, un invincibile impulso a correre al servizio del nuovo imperatore. A Roma, dietro l’angolo, circa duemila anni fa’’.


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