mercoledì 1 aprile 2015

LA FONDAZIONE, I SERVIZI SEGRETI E I TELEFONI DI MATTEO RENZI


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LA FONDAZIONE, I SERVIZI SEGRETI E I TELEFONI DI MATTEO RENZI (Davide Vecchi)

Il telefono cellulare in uso a Matteo Renzi è intestato alla Fondazione Open. L’ente che ha finanziato la sua ascesa politica dal 2012 ed è oggi guidato dall’avvocato e consigliere di Enel Alberto Bianchi, assieme al fidato fundraiser Marco Carrai, al ministro Maria Elena Boschi e al sottosegretario Luca Lotti. Renzi usa ancora oggi quel telefono, nonostante da più di un anno sia presidente del Consiglio e abbia a disposizione anche un altro cellulare fornitogli dall’Aisi (Agenzia per le informazioni e sicurezza interna, l’ex Sisde) e potrebbe utilizzare un telefonino di Palazzo Chigi. Invece, come conferma lui stesso al Fatto Quotidiano, il suo principale numero è rimasto quello della Open. Numero che è finito intercettato mentre il premier conversava con il generale della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi. I due si conoscono da tempo. Adinolfi ha guidato il comando interregionale del centro Italia con sede a Firenze fino al 18 marzo scorso, negli anni in cui Renzi era sindaco del capoluogo toscano.
Così, proprio mentre Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, invoca una legge che imponga la massima trasparenza alle fondazioni riconducibili a politici, emerge che il cellulare del premier è pagato da una fondazione della quale solo in parte si conoscono i finanziatori. Dopo la casa fiorentina pagata per tre anni da Carrai all’allora sindaco, chi copre oggi le spese telefoniche di Renzi? E soprattutto: è corretto che il presidente del Consiglio ricorra a un telefono che sfugge alla anche più minima trasparenza di Palazzo Chigi? Uno dei temi più battuti durante le campagne elettorali negli ultimi anni da Renzi è proprio la necessità di rendere i costi dell’attività politica controllabile da parte dei cittadini. E con estrema frequenza l’esempio portato dal premier è quello degli Stati Uniti. Ma i fatti non aiutano Renzi. Nelle ultime settimane proprio oltreoceano è diventato un caso l’uso della posta elettronica privata da parte di Hillary Clinton quando era segretario di Stato. Il New York Times l’ha battezzato “email-gate” e l’ex first lady è stata costretta a un pubblico mea culpa: “Avrei fatto meglio a non usare il mio account personale”, ha dichiarato. Motivo di tanto scandalo? Per la legge statunitense i rappresentanti governativi non possono nascondere nulla al dipartimento di Stato. Clinton ha consegnato 55 mila email che ora saranno selezionate e tutte quelle ritenute di interesse pubblico saranno pubblicate on line. Leggibili a tutti. Di interesse pubblico: non serve un’indagine della magistratura. Un altro mondo. L’abisso tra il sistema Renzi e il suo modello americano era già emerso quando pochi mesi fa si scoprì per puro caso che il premier era solito usare l’elicottero di Stato senza darne comunicazione. Ebbene: nel sito della Casa Bianca l’agenda di Obama è pubblica e viene aggiornata in tempo reale sugli spostamenti, i mezzi usati e i costi sostenuti dall’amministrazione per Mr President.

In Italia è diverso. Le uniche informazioni che si hanno sul telefonino che usa il premier si trovano nel bilancio della fondazione Open. Solo un dato, in realtà, è rintracciabile: l’ammontare del costo sostenuto nel corso del 2013 per la telefonia, fissa e mobile. Il totale è 78 mila euro, più che quadruplicato rispetto all’anno precedente quando si fermò a 19 mila euro. Non è dato sapere altro. Solamente la magistratura potrebbe, nel caso di una indagine sulle fondazioni riconducibili all’ex rottamatore (che sono quattro, dal 2007: Link, Festina Lente, Big Bang e Open), acquisire informazioni sulla contabilità dettagliata della cassaforte renziana. Dati a disposizione anche di Bianchi e Carrai, uomini di fiducia di Renzi, per carità, ma le informazioni che riguardano il presidente del Consiglio possono essere in mani esclusive di due uomini estranei allo Stato e non invece allo Stato stesso?

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