giovedì 2 aprile 2015

La malapasqua di Bersani. Orfini attacca, i suoi pure

da il manifesto
POLITICA

La malapasqua di Bersani. Orfini attacca, i suoi pure

Democrack. Italicum, l’ex leader a Renzi: vuoi dividere il partito. Parte la contraerea del premier. Nel Pd siamo al tutti contro tutti. In attesa del voto dell'aula, e cioè dell'ora della verità, almeno per la minoranza

Pier Luigi Bersani
Altro che «lasciare posare la pol­vere», come aveva chie­sto il ’dia­lo­gante’ Roberto Spe­ranza offrendo un disarmo uni­la­te­rale della mino­ranza Pd per tro­vare un accordo in extre­mis sull’Italicum. Dalla mag­gio­ranza fin qui nes­sun segnale diplo­ma­tico. Dalla mino­ranza invece parte un nuovo attacco di Ber­sani. Ieri l’ex segre­ta­rio in uno sfogo su Repub­blica accusa Renzi di voler «abo­lire la rap­pre­sen­tanza» a favore di «un pre­si­den­zia­li­smo di fatto, una demo­cra­zia ple­bi­sci­ta­ria». E sul Pd evoca il rischio della scis­sione: «Vediamo se si fa carico del pro­blema. Noi abbiamo detto: con­cor­diamo alcune modi­fi­che e poi votiamo l’Italicum tutti insieme sia alla Camera sia al Senato. E lui che dice? Non mi fido», «ma se non ti fidi del tuo par­tito, è la fine». È la prima volta che l’ex segre­ta­rio parla così espli­ci­ta­mente del rischio di scis­sione, sia pure per sca­ri­carlo sulle spalle di Renzi. Ber­sani è pas­sato in pochis­simi giorni dalla gra­ni­tica «lealtà alla ditta» al voto secondo coscienza sull’Italicum. E que­sto dopo aver tirato su gene­ra­zioni di gio­vani diri­genti sul prin­ci­pio della disci­plina di partito.
Il pre­si­dente Mat­teo Orfini, che oggi sta con Renzi ma che all’epoca era nella segre­te­ria di Ber­sani, risponde con lo stesso cali­bro: «Imma­gi­nare che si possa spac­care il Pd su una richie­sta di modi­fi­che mar­gi­nali all’Italicum, dopo che anche su sol­le­ci­ta­zione di Ber­sani è stato com­ple­ta­mente riscritto, lo trovo incre­di­bile e incom­pren­si­bile. Non vor­rei che per ragioni stru­men­tali si creasse ten­sione nel Pd». Lo spet­tro della scis­sione, sep­pel­lito sotto ton­nel­late di dinie­ghi, ras­si­cu­ra­zioni e giu­ra­menti, torna in auge. E sta­volta per ini­zia­tiva del ’padre’ poli­tico della minoranza.
Dai ren­ziani parte il fuoco di fila, un attacco con­cen­trico, che fa pen­sare a una regia dall’alto. Roberto Gia­chetti accusa l’ex lea­der di «avere le idee con­fuse» e di rilan­ciare oggi il Mat­ta­rel­lum con­tro Renzi quando non lo aveva voluto votare a suo tempo, e cioè nel mag­gio 2013, quando lui — Gia­chetti — lo aveva pro­po­sto. Erano i tempi delle lar­ghe intese di Letta, il Pdl temeva che il Pd cer­casse una mag­gio­ranza alter­na­tiva. La mozione era una mina per il governo ed infatti era stata fir­mata anche dai ren­zia­nis­simi Bonafé, Boschi, Faraone, Lotti e Nar­della. Alla fine la vota­rono sì i 5 stelle, Sel e del Pd solo Gia­chetti. «Ci avete obbli­gato al no», rin­ghia oggi il vice­pre­si­dente della Camera. Con­tro­re­plica Alfredo D’Attorre: «La sua fu una mozione farsa per met­ter in dif­fi­coltà il governo Letta, lo sanno anche i bam­bini». Ma Ber­sani resta per tutto il giorno nel mirino dell’artiglieria ren­ziana: «Cambi disco» (Dario Par­rini), «Il risen­ti­mento è sem­pre un cat­tivo mae­stro» (Andrea Mar­cucci). «Ha torto» per­sino per il mite Fabri­zio Barca, che fin qui era vicino a Civati. Attacca anche il fran­ce­schi­niano Anto­nello Gia­co­melli: «Ber­sani parla di ’legge truffa’. Fa impres­sione, nel 2015, risen­tire gli slo­gan dei comu­ni­sti anni 50. E fa pen­sare». Gia­co­melli è un ex dc e quindi, se ne avesse avuto l’età, nel caso la legge truffa l’avrebbe votata.
La difesa di Ber­sani è spro­por­zio­nata. Le sue parole hanno messo di malu­more anche molti dei suoi, quei tanti (un’ottantina) non dispo­sti a seguirlo sul non voto dell’Italicum. Non Fas­sina, che pure a Ber­sani negli scorsi giorni aveva chie­sto un passo indie­tro: «Invece di attac­chi scom­po­sti e ner­vosi a Ber­sani, cer­chiamo di pre­pa­rare, dopo l’inutile dire­zione di lunedì scorso, una discus­sione seria per il gruppo par­la­men­tare la pros­sima set­ti­mana». Lo difen­dono anche i suoi più ’dia­lo­ganti’. «Ho la netta sen­sa­zione che il Pd non sia più una comu­nità poli­tica ma un tutti con­tro tutti», dice Fran­ce­sco Boc­cia, «basta con bul­li­smo poli­tico. Se fini­sce lo spi­rito di comu­nità, fini­sce il Pd». E il cau­tis­simo capo­gruppo Spe­ranza: «Vedo molta, troppa inge­ne­ro­sità nei con­fronti di Bersani».

Nel Pd ormai siamo all’ora della verità, tanto che ormai a nes­suno importa come andranno le sedute della com­mis­sione, in cui la mino­ranza Pd è net­ta­mente in forze. «La vera par­tita sarà in aula», pre­vede D’Attorre. Ora bocce ferme per le feste. Il 14 o il 15 aprile la parola pas­serà all’assemblea dei depu­tati. Per quei giorni la «pol­vere» si sarà depo­si­tata. Ma dif­fi­cile che que­sto cambi qualcosa.

Nessun commento:

Posta un commento