mercoledì 1 aprile 2015

La questione umorale

La questione umorale (Marco Travaglio)

D'AlemaCi risiamo. Basta che il nome di qualche Vip non indagato venga citato in un provvedimento giudiziario per scatenare la solita canea.L’altro giorno è toccato a Lupi, ora tocca a D’Alema. E tutti, sempre, a strillare contro la barbarie della giustizia che disturba tanta brava gente. E i giornali di sinistra che invocano una legge che proibisca loro di conoscere le intercettazioni penalmente irrilevanti, dopo aver gridato al bavaglio quando la stessa cosa la voleva Berlusconi. E i giornali di destra che rinfacciano alla sinistra i suoi silenzi quando c’era di mezzo Berlusconi (peraltro quasi sempre indagato), ma contemporaneamente denunciano il culetto sporco dei “compagni” e delle coop rosse e le misteriose “manine” che passerebbero le intercettazioni ai giornali (se stessi compresi) secondo un fantomatico “metodo Woodcock” che non si sa bene che cosa sia.WoodcockononWoodcock, è bene che si sappia che ciò che è accaduto a Lupi e poi a D’Alema è normale in tutto il mondo.
Nel 2008, un mese dopo l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, fu arrestato il suo amico ex governatore dell’Illinois Rod Blagojevich, intercettato per giorni e giorni mentre metteva all’asta il seggio senatoriale liberato proprio dal nuovo presidente.   La stampa americana riportò regolarmente le intercettazioni in piena inchiesta, essendo contenuteinunattoufficialedellaProcura inoltrato al Tribunale federale di Chicago e poi integrate con altro materiale depositato alla difesa, dunque pubbliche, quindi pubblicabili. Comprese quelle in cui Blagojevich parlava con due big non indagati, Jesse Jackson jr. (figlio del noto reverendo) e Rahm Emanuel, braccio destro di Obama. Nessuno, men che meno la Casa Bianca, polemizzò con i giudici, né con i giornalisti. L’unico a finire nei guai fu Blagojevich, che chiese perdono ai cittadini elettori (“ho sbagliato, mi scuso”), mentre Obama prendeva le distanze da lui e gli altri personaggi casualmente coinvolti diedero le dovute spiegazioni all’opinione pubblica delle proprie telefonate. L’ex governatore fu poi condannato a 14 anni per corruzione. Sono pazzi questi americani: anziché con le guardie e con la stampa, se la prendono con i ladri. Sorge il dubbio che, quando disse “ho sbagliato”, Blagojevich intendesse: ho sbagliato paese. In Italia, la notizia del suo arresto sarebbe stata oscurata dagli alti lai dei non indagati contro i pm. Tipo quelli di Lupi l’altroieri e di D’Alema oggi. Secondo quest’ultimo, la vicenda dell’inchiesta sulle mazzette della coop al sindaco ex forzista e dunque pidino di Ischia è “scandalosa” non per quello che emerge dagli atti.
Ma perché “è incredibile diffondere intercettazioni che nulla hanno a che vedere con l’indagine” per colpire “chi non è indiziato di reato e viene perseguitato al solo scopo di ferirne l’onorabilità”. Minaccia addirittura querele, poi fa una domanda interessante: “Di cosa devo rispondere? Della mia vita personale? Cosa c’entra chi conosco o non conosco?”. Il Conte Max è troppo intelligente per pensare che qualcuno ci caschi davvero. Si presenta come un “pensionato” e segnala giustamente la differenza fra sé – ex parlamentare – e un ministro che assegna appalti, ma tutti sanno che è uno degli esponenti più influenti della minoranza Pd. Per questo la sua fondazione Italianieuropei viene finanziata direttamente o tramite pubblicità alla rivista da importanti imprese pubbliche e private. Che mai butterebbero soldi per aiutare un pensionato a tirare avanti.   I magistrati ritengono che il potere della Cpl Concordia (quanti naufragi con quel nome maledetto!) presso le pubbliche amministrazioni derivasse anche dal rapporto privilegiato con lui. Perciò hanno inserito quegli elementi negli atti dell’indagine. Che non sono più segreti, dunque ormai noti agli avvocati e doverosamente riportati dai giornali, senza bisogno di “manine” tanto misteriose quanto inesistenti. Essendo D’Alema un ex, i giudici non devono neppure chiedere il permesso alle Camere per utilizzare quei nastri (il che vale anche per l’intercettazioni sul cellulare di Renzi intestato alla fondazione Big Bang, visto che il premier non s’è mai fatto eleggere e dunque non gode di alcuna guarentigia).   Se poi la coop e/o la fondazione acquistavano centinaia di copie del suo libro e/o di migliaia di bottiglie del suo vino, questa non è vita privata: i suoi diritti d’autore di scrittore e i suoi introiti di viticoltore lievitavano artificialmente anche con quei sistemi. È un reato? Forse no (infatti D’Alema non è indagato). È un fatto molto discutibile che i cittadini hanno il diritto di conoscere e i giornali il dovere di raccontare? Certo che sì. Soprattutto perché la sua fondazione, come tutte quelle create dai politici, non dichiara i nomi e i contributi dei finanziatori trincerandosi dietro un’improbabile esigenza di privacy. Ora naturalmente la Casta coglierà l’ennesimo pretesto per tentare una legge bavaglio che impedisca ai giudici di inserire negli atti intercettazioni su non indagati, in modo che nelle ordinanze i giornali non trovino più nulla. Ma è fatica sprecata: se l’indagato telefona a un non indagato, che si fa? Si cancella una frase sì e una no? E se due non indagati parlano dei reati di un indagato che si fa, si finge di non sentirli?   Fare politica non è una penitenza imposta dal confessore e nemmeno una prescrizione del medico curante: chi sceglie quella strada ha molti onori e privilegi, ma anche qualche onere: compreso quello di stare attento a ciò che fa e dice. Se non vi è portato, cambi mestiere. E soprattutto eviti di raccontare che una coop rossa gli compra 2 mila bottiglie perché “è noto a tutti che la mia famiglia produce un ottimo vino”. Se il vino di un politico è buono o cattivo, lo decidono i cittadini. Non l’oste.
Da Il Fatto Quotidiano del 01/04/2015.

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