giovedì 16 aprile 2015

La Speranza è finita: la minoranza Pd arriva al capolinea

La Speranza è finita: la minoranza Pd arriva al capolinea (Wanda Marra)

Speranza
Basta toni da Armageddon. La vita del governo e la legge elettorale sono strettamente collegati”. Matteo Renzi va avanti come un treno. L’aveva detto e l’ha fatto. E sulla sua strada, ieri sera travolge il capogruppo a Montecitorio, Roberto Speranza. “Non sono nelle condizioni di guidare questa barca. Rimetto all’assemblea il mio mandato”, dice lui, intervenendo subito dopo. Scelto (anzi praticamente imposto) da Pier Luigi Bersani era stato confermato da Renzi. Ed era diventato l’ufficiale di collegamento tra lui e le minoranze. L’uomo del compromesso, con il compito di portare al segretario-premier voti e deputati necessari. Con le sue dimissioni, la minoranza si divide, anzi si frantuma sempre di più. NESSUNA mediazione sull’Italicum, ancora una volta. Nessuna richiesta di modifica accettata, nessuna mediazione.
Né nei toni, né nei contenuti. Ieri sera davanti al gruppo del Pd riunito a Montecitorio Renzi ha ribadito la sua posizione. Senza se e senza ma. Solo una promessa al futuro: “Possibili modifiche in Senato sulla riforma costituzionale”. A nulla sono servite le lettere, gli appelli. “Il governo precedente non è stato mandato a casa da un golpe: il Pd ha fatto una scelta in conseguenza del fatto che quel governo sulle riforme era bloccato”, ha ricordato il premier. A nulla è servita neanche la telefonata con Speranza ieri pomeriggio. L’ormai ex capogruppo a Montecitorio, portando avanti le ragioni di Areariformista, aveva chiesto qualche apertura. Altrimenti, andava dicendo da giorni, la minoranza bersaniana avrebbe votato no. In assemblea, però. Pronta a dire di sì in Aula, come lo stesso Speranza andava assicurando al segretario premier. Ma la posizione non era compatta neanche tra i suoi. Ieri per tutto il giorno Speranza e Nico Stumpo hanno cercato di portare sul fronte del no i deputati della loro corrente: non ci sono riusciti. Ha vinto l’area del non voto. E allora a Speranza non è rimasto altro che rimettere il mandato, diventato minoranza della minoranza. “Quando siamo partiti c’era tutta la maggioranza e Forza Italia, oggi siamo solo noi. Per questo Renzi avrebbe dovuto ascoltare di più il partito”. Le dimissioni sono definitive? Si vedrà. Intanto, ieri alla minoranza che chiedeva di interrompere la riunione per questo, Renzi ha chiesto di andarearavanti. La posizione di Speranza sarà valutata in un’altra assemblea. Gli oppositori hanno minacciato di lasciare la sala. Ma l’hanno fatto solo alcuni. Poi è intervenuto Bersani. Sull’Italicum, adesso, la partita passa in Aula. Renzi ha minacciato il voto di fiducia. Scenario estremo, ma l’unico che potrebbe “costringere” la minoranza a dire di sì, ostentando cause di forza maggiore. Ed evitare sorprese nel vo-to segreto, che porterebbe a modifiche insostenibili. In particolare, il premio di lista, sostituito dal premio di coalizione magari con un’imbo – scata della minoranza Pd insieme a Forza Italia. Oppure sulla questione degli apparentamenti tra forze politiche per il secondo turno. Questioni più delicate di quella dei capilista tanto sbandierata. Per evitare il voto segreto, Renzi deve mettere non una, ma quattro fiducie, su tutti gli articoli, in modo da far decadere voti segreti ed emendamenti. Dopo i voti di fiducia (da regolamento della Camera) ci sarebbe il voto sul provvedimento: che può essere segreto. Ma a quel punto, nessuno scommette su troppi no. SULLO SFONDO, resta l’om – bra delle elezioni. Perché se Renzi dice e fa dire ai suoi che basta un solo incidente sull’Italicum perché salti tutto, un “combattente” della minoranza ieri nel cortile di Montecitorio la metteva così: “Non è il caso né per il Pd, né per l’Italia di votare. Ma se proprio accadesse, con il Consultellum, Renzi fa tutte le liste? Vuoi che la mia direzione regionale non mi candidi?”. Una sfida. Anche perché che il segretario-premier non controlli il partito locale è storia quotidiana. Non a caso ieri ha annunciato una direzione per il 27 aprile proprio su questo.
Da Il Fatto Quotidiano del 16/04/2015.

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