mercoledì 1 aprile 2015

Landini non è Ingroia (se non fa un partito)

da il manifesto
COMMENTI

Landini non è Ingroia (se non fa un partito)

Sinistra. Il progetto della Fiom è molto interessante. Perfino necessario. Ma l’unico antidoto al minoritarismo è il Pd

Si può apprez­zare l’idea della coa­li­zione sociale, pro­mossa da Mau­ri­zio Lan­dini, ma non con­di­vi­dere le parole dello stesso Lan­dini su Mat­teo Renzi? In par­ti­co­lare quando dice che quest’ultimo sarebbe «peg­gio di Ber­lu­sconi»? Ecco il punto: penso che quel giu­di­zio sull’attuale pre­mier sia una scioc­chezza da comi­zio (anche nobile e cer­ta­mente effi­cace come molte delle scioc­chezze che si dicono nei comizi), ma ritengo allo stesso tempo che quello pro­mosso dal segre­ta­rio della Fiom costi­tui­sca un pro­getto importante.
E lo dico pren­dendo alla let­tera le parole dello stesso Lan­dini, in par­ti­co­lare su due punti essen­ziali. Ovvero:
1.      non si va verso un nuovo par­tito politico;
2.    si va verso l’organizzazione e il coor­di­na­mento di movi­menti, sin­da­cati, asso­cia­zioni e comi­tati, attivi sulle grandi tema­ti­che del lavoro, dell’inclusione sociale e dei diritti di libertà.
Tengo molto al punto 1), innan­zi­tutto per­ché per­so­nal­mente non mi sento in alcun modo attratto dalla pro­spet­tiva di un nuovo par­tito e, poi, per­ché ne temo l’esito pres­so­ché fatale.
Lan­dini rischia di essere desti­nato a rap­pre­sen­tare — nel caso che si vada verso un nuovo par­tito — l’icona finale di una mici­diale sequenza di aspet­ta­tive e fru­stra­zioni e di illu­sioni e fal­li­menti, che ha scan­dito l’ultimo quarto di secolo della sini­stra non tradizionale.
In altre parole, il segre­ta­rio della Fiom sarebbe una ulte­riore figura inten­sa­mente espres­siva di una suc­ces­sione di lea­der imma­gi­nari, che prese le mosse nei primi anni Novanta e che, via via, si è incar­nata in una serie di capi istan­ta­nei e tran­si­tori. Desti­na­tari, tutti, di grandi inve­sti­menti emo­tivi e irre­spon­sa­bili dis­si­pa­tori degli stessi. Ecco un elenco par­ziale: Leo­luca Orlando, Fau­sto Ber­ti­notti, Anto­nio Di Pie­tro, Luigi De Magi­stris, Beppe Grillo, Anto­nio Ingroia, Bar­bara Spi­nelli. E ora?
Ora, Mau­ri­zio Lan­dini, il più appea­ling di tutti: dotato di una sua con­sti­tuencypiut­to­sto robu­sta (i lavo­ra­tori metal­mec­ca­nici) e di una forza media­tica supe­riore a quella di Di Pie­tro e pari solo a quella di Bertinotti.
Per­so­nal­mente, lo ritengo un ottimo sin­da­ca­li­sta, se posso dire «all’americana»: ovvero molto attento alle pro­ble­ma­ti­che di mestiere, di com­parto e di distretto e sapien­te­mente «con­trat­tua­li­sta» (e al con­tra­rio di quanto ha detto inge­ne­ro­sa­mente il pre­mier, fir­ma­ta­rio di buoni recenti accordi sin­da­cali). D’altra parte, solo gra­zie a que­sto — alla soli­dità della base sociale di rife­ri­mento — ha potuto valo­riz­zare la poli­ti­cità dell’azione della Fiom e il senso ovvia­mente altret­tanto poli­tico del pro­getto di coa­li­zione sociale.
Per i let­tori del mani­fe­sto è del tutto ovvio che quella poli­ti­cità non cor­ri­sponde neces­sa­ria­mente alla costi­tu­zione di un nuovo par­tito. Ma quella stessa poli­ti­cità può risul­tare molto utile in un qua­dro sociale pro­fon­da­mente logo­rato, dove ten­dono a esau­rirsi le vec­chie appar­te­nenze e le tra­di­zio­nali forme di aggre­ga­zione; e dove la mobi­li­ta­zione col­let­tiva stenta a tro­vare forme uni­ta­rie e tende, piut­to­sto a espri­mersi in mille rivoli e a mani­fe­starsi in mille ver­tenze e mille conflitti.
Rispetto a ciò, un «movi­mento dei movi­menti», affi­dato a un corpo cen­trale come il sin­da­cato dei metal­mec­ca­nici, e capace di coor­di­nare ini­zia­tive diverse, pro­mosse da sog­getti diversi, può essere una risorsa assai preziosa.
A molti sem­brerà un’ipotesi del tutto insuf­fi­ciente. E tale appa­rirà, in par­ti­co­lare, a quel milione circa di cit­ta­dini che, come si diceva, da ven­ti­cin­que anni inve­stono le pro­prie spe­ranze e il pro­prio voto in una ipo­tesi di orga­niz­za­zione alter­na­tiva al par­tito mag­gio­ri­ta­rio della sini­stra. E in un lea­der che in quel momento ne incarni la promessa.
Io, a quella pro­messa, ho cre­duto per più decenni, a par­tire da quando, sedi­cenne, lasciai la Fgci per un fugace pas­sag­gio nello Psiup. Da allora, la mia vita poli­tica si è svolta inte­ra­mente den­tro il mino­ri­ta­ri­smo di sini­stra: fino al 2005, quando ade­rii ai Ds. Da quel momento ho adot­tato il para­digma diciamo così «trotzkista».
Per ragioni di spa­zio, mi trovo costretto a un’estrema sem­pli­fi­ca­zione: così defi­ni­sco, con quel para­digma, il ruolo gio­cato, ad esem­pio, dalla sini­stra (com­presa quella estrema) all’interno del Labour Party in Inghil­terra. Lì la sini­stra, anche quando scon­fitta, e magari espulsa, mai ha rinun­ciato alla lotta per influen­zare il par­tito e per potervi con­qui­stare spazi e ruoli. Al punto che, nel 2000, la sini­stra sostiene la can­di­da­tura a sin­daco di Lon­dra di Ken Living­stone, in alter­na­tiva al can­di­dato labu­ri­sta uffi­ciale. Living­stone e i suoi soste­ni­tori ven­gono espulsi, ma si guar­dano bene dal fon­dare un nuovo par­tito. Living­stone pre­varrà e verrà eletto: così che, nel gen­naio del 2004, sarà riam­messo nel par­tito e pre­sen­tato come can­di­dato uffi­ciale labu­ri­sta alle ele­zioni del giu­gno suc­ces­sivo, quando otterrà il suo secondo mandato.

Come si vede, entrambe le alter­na­tive — quella dell’opposizione interna e quella della seces­sione — sono estre­ma­mente fati­cose e tutt’altro che age­voli da per­cor­rere. Ma l’idea che si debba fare una guerra ato­mica al fine di supe­rare la soglia del 3% alle pros­sime ele­zioni mi sem­bra piut­to­sto deprimente.

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