venerdì 3 aprile 2015

Levategli il vino

Levategli il vino (Marco Travaglio)

MannelliSiccome le critiche vanno fatte ai vivi, è imbarazzante occuparsi di Massimo D’Alema alla memoria. Ma il video che immortala il suo ultimo battibecco con un cronista è un imperdibile reperto d’epoca. Il Conte Max è nell’aula magna dell’Università di Bari, dove ha presentato un libro con l’ambasciatore russo, e accetta magnanimo di incontrare i giornalisti. Pensa, evidentemente, che siano ansiosi di conoscere il suo pensiero sul best-seller in questione, magari sulle relazioni Italia-Russia o su un altro argomento a piacere dello scibile umano. Da quando è stato rottamato da Renzi, apostrofa chiunque incontri con parole così: “Io non mi occupo delle miserie della politica italiana, sono un alto esponente del Partito socialista europeo e tengo conferenze in tutto il mondo, e mi pagano anche bene, diciamo”.
Purtroppo due giorni fa i cronisti volevano sapere solo dei suoi libri e dei suoi vini acquistati dalla coop Cpl Concordia (un nome, una garanzia di disastro). Il primo a porgli una domanda è il civilissimo inviato di Virus, Filippo Barone: “Lei ha detto che il suo vino va a ruba. Ci sono molte coop tra i suoi clienti?”. D’Alema fa la faccetta da D’Alema: “Ci sono molti cittadini che lo comprano, moltissimi”. Sottinteso: diciamo.   Barone insiste, sempre con molta urbanità: “Qualcuno ha ritenuto inopportuno unire l’immagine di una convention del Pd con una vendita di vini…”. Con l’aria di Giobbe armato di santa pazienza e costretto ad abbassarsi a livelli così infimi, la Volpe del Tavoliere concede un’altra risposta: “Quegli acquisti sono avvenuti nel corso di due anni, non in una convention del Pd, come risulta dalle fatture. Lei dice cose sciocche perché quegli acquisti sono stati regolarmente fatturati, avvenuti in prossimità delle festività, evidentemente per fare regali come fanno molte imprese, e sono stati fatturati a un contrattamento di favore, diciamo, con fatture a quattro mesi… Siccome sto denunciando diversi giornali, denuncio anche lei, con l’occasione”. Diciamo. Alla terza domanda sull’attinenza della sua fondazione Italianieuropei con il suo vino, non risponde. “Allora? Veniamo a noi”, dice agli altri giornalisti, convinto di poter finalmente spaziare nelle praterie della geopolitica. Purtroppo nessuno è interessato all’articolo. Lui, deluso, saluta sarcastico (“perfetto!”) e si allontana. Ma poi ci ripensa e torna da Barone: “Lei ha detto che ho venduto il vino durante una convention del Pd, eh? Come si chiama lei? Devo trasmettere al mio avvocato queste informazioni, la prego di mandare questa registrazione: lei avrà una denuncia”. Diciamo.
La scena ricorda quella di B. nel corridoio del Tribunale di Milano per uno dei suoi numerosi processi, quando Piero Ricca gli gridò “Buffone, fatti processare!” e lui si voltò di scatto tutto paonazzo, intimando ai carabinieri lì presenti: “Identificatelo!”. La differenza è che Ricca non era un giornalista accreditato, ma un cittadino incazzato che inveiva contro di lui, mentre Barone è un cronista che faceva il suo mestiere di porre domande, e che il Caimano era lì in veste di imputato, mentre D’Alema non è indagato. Ma la deriva è la stessa: quella del “non sa chi sono io”, del “non finisce qui”, del “conosco gente molto in alto”. Purtroppo per Silvio & Max, è il momento di rassegnarsi al “lei non sa chi ero io”, al “finisce qui”, al “conoscevo gente molto in alto”, anzi “una volta stavo molto in alto e ora non più, infatti sono ridotto a minacciare la gente che passa per strada, come uno stalker o una gattara qualsiasi”. Perché poi Max se la prenda tanto per la storia delle 2 mila bottiglie e dei 500 libri acquistati dalla coop resta un mistero: fosse un politico che ha fatto dell’illibatezza la sua ragione di vita, si capirebbe. Ma avendo sempre posato da cittadino al di sotto di ogni sospetto, è curioso. Chi accettò un finanziamento in nero di 20 milioni di lire a metà anni 80 dal re delle cliniche baresi Francesco Cavallari, legato alla sacra Corona unita? Lui. Chi si recò in pellegrinaggio a Mediaset per definirla “una grande risorsa per il Paese”, rassicurando B., Confalonieri e il Gabibbo? Lui. Chi si inventò la Bicamerale resuscitando il Caimano appena spianato da Prodi? Lui. Chi prese il posto di Prodi senza passare per le urne dopo aver giurato che mai sarebbe andato a Palazzo Chigi senza passare per le urne? Lui. Chi portò l’Italia in guerra per la prima volta dal 1945 bombardando l’ex Jugoslavia? Lui. Chi consegnò la Telecom a un’orda di avventurieri nobilitati come “capitani coraggiosi”? Lui. Chi fece dire a Guido Rossi, ai tempi del suo governo, “Palazzo Chigi è una merchant bank dove non si parla inglese”? Lui. Chi nominò il trust di cervelli che nel 2000 fece colare a picco l’Unità dopo 70 anni di onorato servizio? Lui. Chi tifò per la scalata illegale di Unipol a Bnl con l’ausilio degli ottimi Ricucci, Fiorani e Coppola, incitando l’amico Consorte col celebre “Evvai Gianni! Facci sognare!”, per poi ottenere dal Parlamento europeo il diniego alla richiesta dei giudici milanesi di usare le intercettazioni? Sempre lui.   Chi spedì gli sherpa Fassino e Latorre a chiedere i voti di Forza Italia per farsi eleggere presidente della Repubblica nel 2005, ottenendo i prestigiosi consensi di Dell’Utri, Confalonieri, Ferrara, Cossiga, Pomicino e Farina, ma naturalmente non quelli del Parlamento? Lui. Chi si è circondato di strani personaggi che continuamente emergono dagli scandali, tipo De Santis, De Bustis e Bargone? Lui. E, ora che il suo astro si spegne, nemmeno si accorge della sua mutazione antropologica mentre partecipa alle fiere vinicole e discetta di “contratta-menti” e fatturazioni a quattro mesi come un qualunque uomo d’affari. Però si scandalizza dello scandalo per i vini. Lui che ha collezionato più fiaschi di una cantina sociale.
Da Il Fatto Quotidiano del 03/04/2015.

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