lunedì 20 aprile 2015

L’orrore negli occhi del sopravvissuto “Donne e bimbi chiusi nella stiva eravamo 950, il mare ci ha inghiottiti”

L’orrore negli occhi del sopravvissuto “Donne e bimbi chiusi nella stiva eravamo 950, il mare ci ha inghiottiti” (FRANCESCO VIVIANO E ALESSANDRA ZINITI)

MigrantiBarcone carico di migranti si ribalta davanti alle coste libiche, si salvano solo in 28 “Gli scafisti hanno sbarrato i portelloni, chi era là sotto non ha avuto scampo”.

CATANIA – «Eravamo 950, quaranta o cinquanta bambini, 200 donne e gli altri tutti uomini. Io ed altri ci siamo salvati perché eravamo in coperta gli altri sono annegati ma molti altri sono rimasti prigionieri nelle stive del barcone perché i trafficanti avevano chiuso i portelloni per impedirgli di uscire e sono finiti in fondo al mare». Adesso l’unico superstite arrivato ieri a Catania con un elicottero della Guardia costiera è ricoverato all’ospedale Cannizzarro del capoluogo etneo. È sveglio ma ha un trauma toracico, avrà tra i 20 ed 25 anni, è del Bangladesh e chiede notizie di un altro suo connazionale che per fortuna è anche lui vivo a bordo della nave “Goretti” della Guardia Costiera, che oggi lo riporterà insieme agli altri superstiti nel porto di Catania. Lo sorvegliano a vista due agenti della Polizia di Stato che allontanano subito il cronista di Repubblica.
Quella di ieri è una tragedia senza precedenti, un orrore senza limiti. Per tutto il giorno si è parlato di almeno 700 morti. Ma secondo il racconto dell’unico testimone che fino a ora ha parlato sarebbero molti di più: oltre 900. Una strage che supera i due drammatici naufragi di Lampedusa e Malta dell’ottobre del 2012. E quello che si è presentato ieri ai primi soccorritori era come un girone dell’inferno dantesco.
Un ragazzino, 10 anni, o forse 15, a faccia in giù, il viso immerso in una enorme chiazza di petrolio. Lì sotto, ormai a 400 metri di profondità, il relitto di un peschereccio che si è portato in fondo al Canale di Sicilia i corpi di centinaia di persone. È l’immagine che resterà impressa di quello che si profila come il più grande naufragio di tutti i tempi della storia dell’immigrazione. La costa libica è a 70 miglia, Lampedusa a 180, Malta a 160. Un triangolo maledetto nel quale nella notte tra sabato e domenica, traditi dall’entusiasmo per i soccorsi ormai a poche centinaia di metri, hanno perso la vita uomini, donne, probabilmente anche moltissimi bambini, tutti provenienti dai paesi del centro Africa, tutti nelle mani delle organizzazioni di trafficanti senza scrupoli che controllano un business milionario.
Partiti dall’Egitto, avrebbero fatto una tappa in Libia, a 50 chilometri da Tripoli, per imbarcare altre persone su una vecchia carretta di 30 metri che si è rovesciata per l’agitazione con la quale i migranti avevano appena salutato l’arrivo del mercantile portoghese King Jacob che la Guardia costiera aveva inviato in loro soccorso. Più di 700 vittime, 28 sopravvissuti, solo 24 corpi recuperati il pesantissimo bilancio ancora tutto da definire. Il ragazzo del Bangladesh, che ha un trauma toracico ma non è in gravi condizioni, probabilmente oggi sarà interrogato dal procuratore di Catania Salvi.
L’ALLARME : SIAMO TROPPI
«Help, help, we are too many on the boat… help». La telefonata concitata da un satellitare era arrivata alla sala operativa del centro nazionale di soccorso della Guardia costiera sabato pomeriggio. Non ci avevano messo molto i mezzi aerei in ricognizione a trovare il barcone da cui era partita la richiesta di aiuto, una vecchia carretta del mare, un peschereccio di trenta metri straripante di uomini, donne, bambini, intere famiglie. Stipati come sardine sulla coperta, aggrappati in precario equilibrio sui corrimano, appollaiati sulla torretta e, quasi certamente, ammassati — come tante altre volte è successo — nella stiva, fin dentro il vano motore, con i meno fortunati a contendersi un refolo d’aria per non morire avvelenati dalle esalazioni del carburante. Ecco perché, intorno a mezzanotte, quando già dalla telefonata di soccorso erano passate vanamente diverse ore, all’avvicinarsi delle luci di bordo della grande sagoma scura di un mercantile, a bordo di quella vecchia carretta è successo il finimondo: braccia che si agitavano, grida che si levavano, uomini e donne che si muovevano scompostamente nel disperato tentativo di attirare l’attenzione di quei soccorritori che sembravano finalmente a portata di mano.
LE MANI PROTESE NELL’ACQUA
E poi improvvisamente la tragedia: centinaia di corpi che si muovono in una sola direzione, che cadono gli uni sugli altri sporgendosi verso il bordo, il peschereccio che ondeggia paurosamente, che si inclina su un fianco. Non c’è più tempo per ritrovare il baricentro: uomini, donne, ragazzi, bambini scivolano giù inesorabilmente inghiottiti dal buio di una notte calda e calma, il manto nero del Canale di Sicilia che si richiude su migliaia di mani che si tendono verso l’alto mentre i fari del mercantile portoghese King Jacob, dirottato sul posto dalla sala operativa della Guardia costiera, illuminano la scena più orribile della storia dell’immigrazione. Il vecchio motopesca ormai rovesciato, una decina di uomini riusciti con la forza della disperazione a risalire sulla chiglia ancora galleggiante, un’altra decina aggrappati a pezzi di legno, bidoni, qualche giubbino salvagente. E centinaia e centinaia di corpi che vanno giù e poi risalgono, ormai senza vita.
Ci sono tante donne, tanti bambini, intere famiglie che guardano per l’ultima volta il cielo del Cana-le di Sicilia tenendosi per mano. Quelli che sono rinchiusi dentro la stiva non hanno neanche il tempo di capire cosa sta succedendo: il loro mondo si capovolge all’improvviso prima che l’acqua invada la gabbia in cui sono rinchiusi da un giorno e una notte e li sommerga. Dice il comandante del mercantile portoghese: «Appena ci hanno visto, si sono agitati e il barcone si è capovolto. Non li abbiamo urtati noi».
IL SILENZIO DI CHI CE L’HA FATTA
Per gli uomini dell’equipaggio del King Jacob, un mercantile lungo 150 metri, non è facile prestare i soccorsi: l’imbarcazione è alta, non può accostarsi, i marinai si sbracciano, si tirano giù funi, scialuppe, chi ce la fa si aggrappa. Alla fine di una notte che sembra non passare mai, quando finalmente albeggia si contano i superstiti: sono 28, somali, eritrei, maliani, senegalesi, ivoriani, ghanesi, della Sierra Leone, persino del Bangladesh e del Suriname. Hanno gli occhi allagati di terrore e dolore, le bocche che non riescono ad aprirsi se non per sussurrare una preghiera o una silenziosa domanda sulla sorte di mogli, figli, mariti, fratelli, sorelle che erano con loro in quel peschereccio stipato così tanto all’inverosimile da annunciarsi già come una tomba a cielo aperto nel suo ultimo viaggio.
LA CATENA DI SOLIDARIETÀ
Poi arrivano altre 17 unità della Guardia costiera, della Marina, della Guardia di finanza, della Marina maltese, arrivano mercantili e pescherecci siciliani impegnati in battute di pesca. Una grande catena di solidarietà nella speranza di ripescare ancora qualcuno in vita perché il tempo è bello e il mare non è freddo: 17 gradi. Però non basta perché chi sale su quelle carrette quasi mai sa nuotare e dunque, a meno di trovare qualcosa a cui aggrapparsi, non è in grado di sopravvivere in acqua. E infatti quando è ormai giorno un solo profugo ancora in vita viene ripescato dai soccorritori ormai impegnati in una corsa contro il tempo per recuperare i corpi senza vita prima che vadano giù è che il Mediterraneo diventi la loro tomba. Perché il mare in quel tratto, a parte una secca dove i pescatori vanno a tirare le reti, è molto profondo, almeno quattrocento metri. Impossibile, dunque, così come accadde in occasione del naufragio di Lampedusa a un miglio dall’isola dei Conigli, pensare di mandare i sommozzatori giù a recuperare i cadaveri. Ci vorrebbe un sottomarino o un robot e l’impresa, estremamente difficile, costerebbe soldi che in questo momento nessuno ha.
I CADAVERI PORTATI A MALTA
Alle otto e mezza del mattino le salme dei 24 cadaveri recuperati sono già allineati, chiusi nei sacchiblu, su uno dei ponti della nave Gregoretti lontano dagli occhi dei sopravvissuti che scrutano atterriti il mare per cercare i loro cari. Loro stanno bene, tirati fuori dall’acqua in tempo e soccorsi, scaldati e rifocillati, sono soltanto sotto shock. Non hanno voglia di parlare, di raccontare. Piangono silenziosamente, ringraziano di essere vivi. Oggi arriveranno a Catania dove, protetti in una struttura, dovranno ricostruire le terribili fasi del naufragio ai magistrati della procura guidata da Giovanni Salvi che ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di omicidio plurimo, disastro colposo e traffico di esseri umani. Le salme, invece, almeno per il momento andranno a Malta.
Da La Repubblica del 20/04/2015.

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