venerdì 17 aprile 2015

Opposizione rinviata causa maltempo

Opposizione rinviata causa maltempo (Marco Travaglio)

Minoranza
Prima o poi qualche specialista bravo dovrà studiare i cervelli della presunta “opposizione interna” al Pd. Quella che nei talk show, sui giornali e nei convegni si batte come un leone, anzi un giaguaro, contro l’Italicum e la riforma del Senato, poi quando va in aula si scioglie come ghiacciolo al sole e vota Sì a tutto. Oppure, se proprio ha mangiato bistecca di tigre, esce dall’aula per non votare No. Un anno fa Libertà e Giustizia lancia un appello contro la “svolta autoritaria” insita nel combinato disposto delle due schiforme. L’appello è firmato dai migliori costituzionalisti italiani, da Zagrebelsky a Pace a Rodotà a tanti altri, e viene subito ripreso dal Fatto e da Micromega e ignorato dagli altri giornali, almeno finché Renzi e la Boschi – dall’alto delle loro cattedre di ripetenti – non provvedono a insultare i giuristi come gufi, professoroni, soloni e rosiconi.
Il Fatto raccoglie 350 mila firme contro la doppia porcata e a favore di una riforma democratica del bicameralismo e della legge elettorale. Dalla “minoranza Pd”, nemmeno un plissè . Tant’è che a marzo 2014 vota come un sol uomo l’Italicum in prima lettura alla Camera. Però annuncia che bisognerà cambiarla al Senato, sennò sono guai; e, soprattutto, che darà battaglia sulla riforma costituzionale che approda a Palazzo Madama ad agosto 2014. Battaglia si fa per dire, a parte quella dei 5Stelle e di Sel contro i canguri e gli altri marchingegni architettati da Renzi e Grasso per strozzare il dibattito e andare presto in ferie. Bersaniani, cuperliani e fassiniani (nel senso di Fassina) votano Sì anche al nuovo Senato, ma giurano: “Tranquilli, è solo la prima lettura, al prossimo giro cambiamo la riforma. Intanto la nostra vera battaglia è sull’Ita – licum”. Infatti a gennaio 2015 l’Italicum passa al Senato con il Sì dei bersaniani. Però, beninteso, andrà cambiato la prossima volta. E poi la vera battaglia è sul nuovo Senato. Ecco dunque la falange bersanian- cuperliana pronta alla pugna a Montecitorio in vista della seconda lettura della riforma costituzionale, prevista per marzo 2015. Il 26 febbraio Bersani carica le truppe con una forsennata intervista ad Avvenire : “Il combinato disposto tra norme costituzionali e legge elettorale rompe l’equilibrio democratico. Che viene prima di tutto, anche della lealtà alla ditta. Non lo voterò mai”. Strano: finora l’aveva votato sempre. Però dai, c’è sempre una prima volta. Anzi, se dice che la democrazia è in pericolo, non gli basterà votare No in aula: salirà sulle montagne col fazzoletto rosso al collo a difenderla armi in pugno. Il 10 marzo è il gran giorno: gli impavidi “oppositori interni” gettano il cuore oltre l’ostacolo e votano Sì. Però assicurano che han sofferto molto e il loro Sì è diverso dal Sì dei renziani: un Sì che è più No che Sì. Per differenziarsi, fanno le faccette malmostose, tipo “tenetemi, sennò faccio un macello”. Votare su un piede solo? Fare le corna dietro la schiena così non vale? Cinquanta sfumature di Sì. E giurano che daranno battaglia la prossima volta sull’Italicum. Bersani vota Sì, poi fa il duro: “Se non ci saranno modifiche a Italicum e ddl costituzionale, d’ora in poi non voterò più Sì”. Anche i terribili Cuperlo, Bindi e D’Attorre votano Sì, ma subito dopo le cantano chiare: “È il nostro ultimo atto di responsabilità per non interrompere il percorso riformatore. Se il governo rifiuta di riaprire il confronto sulle ipotesi di miglioramento, ciascuno si assumerà le proprie responsabilità”. Ecco, non si interrompe un percorso: anche se antidemocratico. E poi di quali “miglioramenti” vaneggiano, visto che in terza lettura il nuovo Senato sarà blindato e inemendabile? “La rivoluzione – diceva Flaiano – è rinviata a data da destinarsi a causa del cattivo tempo”. Però gli oppositori del giorno dopo partoriscono un documento durissimo contro la legge che hanno appena votato: “Siamo davanti a uno slittamento del potere legislativo dal Parlamento all’esecutivo in assenza di contrappesi e con una spinta verso un presidenzialismo che non ha eguali in Europa”. Renzi trema: la prossima volta, sul nuovo Senato alla Camera, sono cavoli amari. Il solito penultimatum. Qui lo voto e qui lo nego. L’altroieri inizia la madre di tutte le battaglie, in vista dell’ultimo voto sull’Italicum alla Camera. L’invincibile armata bersaniana ritma sui tamburi di guerra. Stavolta votano No? Piano con le parole. In direzione Pd, Renzi li minaccia con la pistola ad acqua: o l’Italicum passa così o cade il governo e si vota. Basta andare a vedere le sue carte e si scopre il bluff: se non passa l’Italicum, si vota con il Consutellum, cioè con il proporzionale puro, e lui per raggiungere il 51% deve rimettersi con B., e forse non gli basta. Ma soprattutto niente capilista bloccati, dunque non potrà nominarsi i futuri deputati. Invece il ricatto a salve va a segno per palese idiozia dei ricattati. Il capogruppo Speranza, noto statista di Metaponto, se la squaglia. Gli altri si squagliano: qualcuno esce, gli altri restano ma non partecipano al voto. A Montecitorio, al momento della pugna, lasceranno l’aula per non votare No. Che volpi: così abbasseranno il quorum e i renziani, più le frattaglie alfaniane e casiniane, si approveranno l’Italicum soli soletti. Però i bersaniani precisano che sul nuovo Senato gli faranno un mazzo così. La prossima volta. Il solito armiamoci e partite. Vai avanti tu che mi vien da ridere. Diceva Longanesi: “I nostri rivoluzionari pretendono di fare le barricate con i mobili degli altri”. In fondo i bersaniani non sono poi così contrari al Parlamento dei nominati: purché qualcuno nomini anche loro. Il loro motto è: “Se avanzo seguitemi, se indietreggio nominatemi”.
Da Il Fatto Quotidiano del 17/04/2015.

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