mercoledì 1 aprile 2015

Rai in parlamento

da il manifesto
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Rai in parlamento

Ri-Mediamo. La rubrica settimanale di Vincenzo Vita

''E' l' uomo per me…« (dif­fi­cile che sia una donna, il gen­der pesa dove si decide per dav­vero) avrà forse pen­sato – Mina docet — il pre­si­dente del con­si­glio all’atto di pre­sen­tare il suo semi­la­vo­rato sulla Rai, fina­liz­zato ad intro­durre la figura del capo-azienda.
Ha per­sino ragione Mau­ri­zio Gasparri a riven­di­care la con­ti­nuità con la sua legge del 2004, in effetti appena scal­fita. L’articolo 20, quello che disci­plina l’assetto del ser­vi­zio pub­blico, è un po’ novel­lato – una sfu­ma­tura di gri­gio — men­tre l’inquietante spi­rito ber­lu­sco­niano della l.112, come e più della vec­chia legge Mammì dell’agosto ’90, vive e lotta insieme a noi. Ha ben detto Enrico Men­tana: da Renzi –cam­pione pre­sunto dell’innovazione– era lecito atten­dersi qual­cosa di meglio. Con­flitto di inte­ressi, anti­trust, poli­ti­che di svi­luppo della pro­du­zione ita­liana ed euro­pea sono assenti. Forse non fanno share e audience come il ritor­nello fari­saico del «via i par­titi» o non rispon­dono al culto dell’Autorità (da non con­fon­dersi con l’Agcom) di moda in quest’epoca: buia anche a mezzogiorno.
La man­canza di atten­zione alla mis­sione edi­to­riale è, pure, un altro bel pec­cato del testo gover­na­tivo. Ne ha detto con effi­ca­cia Gio­vanni Minoli. E non solo. Per una volta le gesta ren­ziane non hanno tro­vato sover­chi con­sensi, bensì cri­ti­che e qual­che com­mento vago o imba­raz­zato. Come si dice, la prova del budino non ha fun­zio­nato. Per non dire del docu­mento di accom­pa­gno su cui, con rispetto par­lando, chissà quale medio­logo ha messo le mani. «La Rai non è una muni­ci­pa­liz­zata di pro­vin­cia…» si scrive. Accidenti.
Rimane il mistero sul per­ché –dopo tanto con­ver­sare– ci si sia ridotti a que­sta pezza a colori. A meno che ci siano scelte sot­tese al momento ignote.
Tut­ta­via, siamo ancora in una Repub­blica par­la­men­tare e, se si par­tisse dai pro­getti depo­si­tati nel frat­tempo alla Camera e al Senato, il futuro sarebbe meno plum­beo. A parte la n.420 pre­sen­tata dalla Lega Nord nel marzo del 2013 tesa a ripro­porre il tra­di­zio­nale item padano (?) sulla pri­va­tiz­za­zione dell’azienda, le altre pro­po­ste sono assai meglio di ciò che ha anti­ci­pato il Governo. Gli arti­co­lati di Fra­to­ianni e Civati (n.2931 alla Camera, gemella di De Petris e Lo Giu­dice, atto n. 1823 al Senato) e quelli di Fico e 5Stelle; non­ché di Buemi (A.S. 1570), di For­naro, Mar­tini e Gotor sem­pre al Senato; il ddl n.2924 di Maraz­ziti o il n.2846 Anzaldi (Camera) sono, nelle loro diver­sità, mate­riali comun­que con­ti­gui. Impor­tanti fram­menti di un discorso riformatore.
Senza dub­bio, quindi, è pra­ti­ca­bile un fat­tivo incon­tro par­la­men­tare. Per esem­pio, si regi­stra una posi­tiva con­ver­genza su moda­lità rigo­rose di scelta dei ver­tici del ser­vi­zio pub­blico, con l’introduzione di un modello «duale»: vale a dire lo stacco tra la gover­nance e la gestione diretta; ovvero una meti­co­losa sele­zione di merito.
I lavori pre­pa­ra­tori che por­ta­rono alla legge n.103 del 1975 dimo­strano che il dibat­tito argo­men­tato ed appro­fon­dito è in grado di tro­vare una sin­tesi. Altret­tanto va ten­tato oggi. Anche per­ché da Palazzo Chigi non è ancora arri­vato un dos­sier preciso.
Se si comin­cia, si evi­te­rebbe vero­si­mil­mente il grot­te­sco esito di rie­leg­gere il con­si­glio di ammi­ni­stra­zione –in sca­denza a giu­gno– con la lex di regime in vigore. Tra l’altro, la revi­sione dei cri­teri di nomina non risol­ve­rebbe ancora la que­stione deli­cata pros­sima ven­tura: nel mag­gio del 2016 andrà rin­no­vata la Con­ven­zione con lo Stato, stru­mento essen­ziale per defi­nire ruoli e stra­te­gie di un ser­vi­zio pub­blico: forte o debole.

O pro­prio lì sta il busillis?

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