domenica 31 maggio 2015

Regionali 2015: De Luca impresentabile? A Renzi bastava non candidarlo

Regionali 2015: De Luca impresentabile? A Renzi bastava non candidarlo (Peter Gomez)

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Non ci volevano né Rosy Bindi, né la Commissione Antimafia per dire che è impresentabile chi, come Vincenzo De Luca, è imputato di concussione, truffa e associazione per delinquere, avendo per giunta accumulato una condanna in primo grado a un anno per abuso d’ufficio. In Italia, però, a essere rivoluzionaria ormai non è più la verità. Per far scandalo bastano le banali ovvietà. Per questo vale la pena di spendersi in qualche considerazione sui diritti e i doveri di coloro i quali pretendono di amministrare la cosa pubblica nel Paese più corrotto d’Europa.
Fare politica non è un obbligo. È solo una scelta che ciascun cittadino può fare sapendo che dal quel momento in poi andrà in contro a onori e oneri maggiori rispetto a quelli dei suoi connazionali.
Il garantismo deve valere sempre nelle aule di tribunale, dove l’imputato va considerato non colpevole fino a sentenza definitiva. In politica, invece, devono prevalere criteri di normale prudenza: tra chi è specchiato e chi ha addosso una macchia, candido il primo e non il secondo. Dire di un amministratore locale o nazionale “però lo hanno votato”, come è accaduto con De Luca dopo le primarie, non ha senso. La selezione andava fatta prima, dalle segreterie nazionali e locali, dalle sezioni e dai circoli. Escludere dalle liste un imputato, un prescritto, un condannato non definitivo, o anche chi senza essere nemmeno sotto inchiesta ha frequentazioni abituali con esponenti della criminalità organizzata, non è una decisione giustizialista che va a ledere un diritto del candidato. È una libera scelta della politica che serve per mettere la collettività al riparo dal rischio di ritrovarsi un delinquente conclamato in una posizione di comando.
Ovviamente se questa esclusione non è prevista dalla legge (ma nel caso di De Luca la legge che rende la sua presenza in lista inopportuna c’è e si chiama Severino) criteri simili posso essere adottati dai partiti solo su base volontaria. E questo è proprio quello che è accaduto il 24 settembre dello scorso anno, quando la Commissione Antimafia ha votato all’unanimità un codice etico di autoregolamentazione con cui le varie formazioni si impegnavano a non candidare chi fosse stato rinviato a giudizio anche per reati come la concussione e la corruzione (ma non l’abuso di ufficio).
Potevano i partiti non approvare quel documento? Certamente. Ma visto che lo hanno fatto, il minimo che si può pretendere da loro è lacoerenza. Il rispetto della parola data.
E invece in gennaio i vertici del Pd hanno permesso a De Luca di partecipare alle primarie sebbene fosse sotto processo da tempo per concussione e altri gravi reati (il fatto che abbia rinunciato all’eventuale prescrizione non cambia di una virgola la questione). E nessuno ha pensato di depennarlo anche quando è arrivata la condanna a un anno per abuso, circostanza che da sola basterà per far scattare la sua sospensione dal Consiglio regionale.
Ecco allora perché i fedelissimi di Matteo Renzi hanno torto quando definiscono “barbarie” la lista di impresentabili stilata dall’Antimafia. L’Italia, come ha ben compreso il presidente Sergio Mattarella, se vuole davvero “cambiare verso” deve ripartire dallaquestione morale. Le leggi e i giudici da soli non bastano. C’è bisogno di una politica che dia il buon esempio, anche a costo di far uscire momentaneamente di scena chi poi al termine dei processi verrà forse assolto. Amministrare la cosa pubblica, lo dicevamo, non è un obbligo. Non è una prescrizione medica. È un onore. Sarebbe il caso che chi lo fa si sforzi finalmente di dimostrare di esserne degno.
Da ilfattoquotidiano.it

Caso De Luca, scenari post elettorali: ecco cosa accadrà dopo l’apertura delle urne

Caso De Luca, scenari post elettorali: ecco cosa accadrà dopo l’apertura delle urne (Antonio Pitoni e Giorgio Velardi)

renzi-de-lucaSospensione automatica. Sia che vinca sia che perda. Lo dice l’avvocato Pellegrino: “L’ex sindaco di Salerno incompatibile tanto come governatore quanto come semplice consigliere. Dilatare i tempi esporrebbe il premier Matteo Renzi al rischio di commettere un abuso d’ufficio”. Ma c’è una via d’uscita: “Un intervento legislativo che affidi al consigliere più anziano della maggioranza la guida della giunta”.

Per Vincenzo De Luca non sembra esserci scampo. Le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione, del resto, parlano chiaro: la sospensione prevista dalla legge Severino scatta automaticamente senza lasciare «alla pubblica amministrazione alcuna discrezionalità» circa l’adozione del relativo provvedimento. Sia nel caso l’ex sindaco di Salerno dovesse vincere le regionali di domenica sia nel caso in cui, invece, dovesse uscire sconfitto. Due scenari opposti, ma con la stessa conseguenza: la sospensione. Ne è certo l’avvocato Gianluigi Pellegrino che, per conto del Movimento difesa del cittadino, ha presentato e vinto il ricorso in Cassazione contro la decisione del Tar che ha sospeso l’applicazione della Legge Severino consentendo al sindaco di Napoli Luigi De Magistris di restare al suo posto.
DE LUCA VINCE Primo scenario: il candidato del Pd viene eletto governatore. «In questo caso – spiega Pellegrino – deve essere immediatamente sospeso dal presidente del Consiglio dei ministri su relazione del Prefetto, sentiti i ministri degli Interni e degli Affari regionali». Insomma, una situazione quanto meno imbarazzante per il premier Matteo Renzi che, in pratica, dovrebbe decretare la sospensione di De Luca dopo averlo sostenuto in campagna elettorale. Non solo. Dal momento che la sede del dicastero degli Affari regionali è vacante dalle dimissioni del ministro Maria Carmela Lanzetta, avendone assunto l’interim, Renzi sarebbe doppiamente coinvolto nell’espletamento della procedura. Quanto al parere del Viminale, Angelino Alfano lo ha di fatto già anticipato: «C’è una legge e sarà applicata». Secondo Pellegrino, quindi, non ci sono margini di manovra per il governo: «La soluzione a cui si sta furbescamente pensando, quella cioè di far nominare all’ex sindaco di Salerno, qualora eletto, la giunta regionale e un vice presidente prima che venga sospeso è clamorosamente impraticabile – prosegue il legale – Perché il combinato disposto della legge Severino e dello statuto della Regione Campania esclude chiaramente questa opzione e consentire un atto del genere sarebbe contrario all’ordinamento». Risultato: l’inevitabile ritorno alle urne.
Da ilfattoquotidiano.it

E ora il segretario teme un nuovo ribaltone “In Campania e in Liguria può succedere di tutto”

E ora il segretario teme un nuovo ribaltone “In Campania e in Liguria può succedere di tutto” (GOFFREDO DE MARCHIS)

Speranza e i sondaggi
ROMA – Misurare il consenso rispetto alle riforme dell’ultimo anno, dal Jobs Act alla legge elettorale, dai dati sull’economia alla prima manovra finanziaria del suo governo. Pesare il dato del Pd, al netto della rottura ormai conclamata seppure non esplosa definitivamente con la sinistra. Alla fine Matteo Renzi dice che non è un referendum sulla sua persona, ma in questa dichiarazione ci sono anche i mille dubbi che improvvisamente oscurano le certezze del premier. «Sono preoccupato », confessa ai suoi collaboratori. Non esclude affatto il contraccolpo dopo la diffusione della lista degli impresentabili da parte della commissione Antimafia che può fare danni ben oltre la Campania, anzi incide più sulle previsioni di altre regioni coinvolte dal voto. Eppoi c’è la Liguria, che sta diventando un po’ l’Ohio italiano, il posto dove si valutano i pesi degli schieramenti in campo. In questo caso, la sfida è tutta interna al Pd. Renzi cerca di dimostrare l’irrilevanza del dissenso più irriducibile.
La sinistra vuole mostrare la sua forza numerica. «Ma le cose stanno cambiando», ripete il capo del governo alla vigilia del voto. Un pessimismo che si basa sugli sondaggi ricevuti da Palazzo Chigi e meno confortanti rispetto a quelli precedenti.
Campania e Liguria sono dunque gli snodi delle elezioni di oggi. E se non lo saranno sul governo avranno sicuramente un effetto sul Partito democratico, sui suoi assetti e sulla convivenza tra minoranza e maggioranza. Lorenzo Guerini è destinato ad abbandonare la poltrona di vicesegretario per trasferirsi alla Camera come capogruppo di una pattuglia di 310 deputati. È un esito ormai scontato, Guerini, superrenziano, potrà però sfruttare alcuni buoni rapporti personali con i ribelli in modo da arrivare a superare il quorum d’elezione. Ettore Rosato, che era il favorito per la presidenza del gruppo, a sorpresa potrebbe diventare il vicesegretario del Pd insieme con la Serracchiani. Ma a lui toccherebbe il ruolo di vero plenipotenziario per tutte le partite in periferia. Un ruolo molto delicato come si è visto nel caso De Luca. Rosato è molto legato al sottosegretario Luca Lotti e ha dato prova di tenuta durante il voto sull’Italicum, portando a una “scissione” nel fronte dei dissidenti. Resta per il momento una suggestione l’idea di affidare a Maria Elena Boschi la delega di vicesegretario unico con conseguente uscita dal governo. Se però finisse così, la sinistra coglierebbe un segnale. «Boschi rimane al ministero se Matteo pensa di andare fino in fondo sulla riforma costituzionale ipotizza Alfredo D’Attorre -. Ma per arrivare al traguardo il premier o fa un accordo con noi della minoranza o con un pezzo di Forza Italia. Se invece va a Largo del Nazareno significa che la riforma finisce su un binario morto e Renzi si prepara alle elezioni molto presto».
Sono comunque scenari che non possono prescindere dal voto di oggi. «Francamente non sono un test politico sul governo dice Renzi -. Potevano esserlo le elezioni europee, lettura che anche in quel caso non condivide- vo. Ma le elezioni locali servono per le elezioni locali. Non c’è nessuna conseguenza». Parole solo in parte vere. Sia per l’esecutivo sia per il partito. La sinistra è convinta che finiranno 6 a 1, che le bandierine saranno decisamente a favore del premier-segretario. Quindi, Renzi andrà avanti puntando al 2018. Ma con quale tipo di dialogo dentro il Pd? Lo scontro dopo la pubblicazione dei nomi dell’Antimafia dimostra che i rapporti sono ai minimi termini. Persino la dichiarazione distensiva del leader in pectore dei dissidenti va letta in due modi. «Conosco bene De Luca – dice Roberto Speranza all’Ansa – e vedere il suo nome accostato all’Antimafia è in totale contraddizione con il suo impegno e con la sua storia che sono stati sempre rivolti al servizio esclusivo della comunità ». Un assist contro la Bindi e a favore di Renzi? Non solo. È anche la dichiarazione che avrebbe dovuto fare un segretario di partito in piena campagna elettorale e a 48 ore dal voto. «Rispettosa delle istituzioni e di sostegno al proprio candidato senza esitazioni», recita un bersaniano. Insomma, una lezione di stile che potrebbe tornare utile nel caso di una futura resa dei conti post elettorale. Del resto Speranza ha fatto campagna elettorale a tappeto per i candidati del Pd. È stato a Napoli con De Luca e ha guidato un appuntamento di Raffaella Paita in Liguria. Come dire: non si esce dal Pd, si cerca il suo successo. Poi arriverà il momento del confronto. Se il partito dovesse scendere dal 40,8 per cento a percentuali più vicine al 30, la minoranza è convinta che si dovrà riflettere sui voti persi a sinistra, dopo gli scontri con il sindacato, il Jobs act, la contestata riforma della scuola e in ultimo la legge elettorale con la fiducia messa in aula.
Non sarà un test, ma nelle urne delle 7 regioni si giocano molte partite e Renzi ha bisogno di una vittoria netta almeno vicina a quella del 40 per cento. Perché il consenso è il vero motore del suo governo.
Da La Repubblica del 31/05/2015.

Matteo Renzi, la sua specialità? L’autointervista

Matteo Renzi, la sua specialità? L’autointervista (Andrea Scanzi)

Renzi
Non è mai granché entusiasmante dare ragione a Matteo Salvini, ma a volte ci azzecca. Martedì scorso, in collegamento su La7 con Giovanni Floris, mentre si divertiva a zimbellare con imbarazzante facilità la droide renzina Puglisi (più garbata delle varie Picierno, ma ahimé analogamente debolissima), il leader felpato della Lega ha avuto buon gioco a dire che il Presidente del Consiglio rifiuta il confronto televisivo. Anche in questo somiglia a Berlusconi: nell’intolleranza al dissenso. Salvini, se non altro, non pone veti quando va in tivù: se ne frega di chi è ospite con lui. Sarebbe una prassi normale, ma l’Italia normale non è.
Qualcuno potrebbe chiedersi perché, se c’è Renzi in tivù, non c’è quasi mai un giornalista (troppo) “critico”. Il motivo è semplice: è Renzi a imporlo. E così la Boschi, un’altra terrorizzata all’idea che qualcuno possa metterla in difficoltà (cosa peraltro elementare, al punto che spesso riesce a farlo lei da sola). Proprio in queste pagine, Carlo Tecce ha raccontato il potere che esercita sull’informazione italiana un personaggio come Filippo Sensi, portavoce di Renzi dal passato oltremodo rutilante (era vicedirettore di un giornale, Europa, con più pagine che lettori).
Funziona così: Renzi va in tivù solo se, quasi sempre, si intervista da solo. Accade in particolare da quando è Presidente del Consiglio, riverito come nessuno prima di lui. Una delle leggende metropolitane vuole Renzi “bravissimo mediaticamente”. È vero in parte: in qualsiasi bar toscano trovi personaggi più simpatici di lui, ma è evidente che – se sei tu a decidere le regole del gioco – tutti possono apparire efficaci. Ma proprio tutti. Persino Renzi. Anche in questo, nella propensione monologante e nella concezione dispotica (“O con me o contro di me”), Renzi è analogo a Berlusconi. Il quale, prima di essere lacontrofigura di se stesso, era se non altro un genio (del male) della comunicazione.
Renzi neanche questo: è un epigono, un personaggio marginale divenuto dominante grazie alla pochezza degli avversari (quasi tutti) e alla compiacenza del giornalismo (quasi tutto). Se lo faceva Berlusconi era inaccettabile, se lo fa Renzi è normale. Se lo diceva la Carfagna era inaccettabile, se lo dice la Boschi è manna dal cielo.
Funziona così, e funziona male. Così male che, in una taleanomalia vivificata qua e là da eccezioni (c’è un abisso traOtto e mezzo e Quinta Colonna), anche Salvini passa per democratico. Negli ultimi giorni Renzi ha puntualmente invaso, quasi sempre indisturbato, le tivù italiane. Lo ha fatto sfruttando un enorme potere contrattuale: non è più in grado di drogare gli ascolti come un tempo, e le sue supercazzole suonano già stantie, ma è pur sempre il Presidente del Consiglio. Naturale che qualsiasi talk show lotti per averlo. Lui se ne approfitta, punendo i programmi a lui sgraditi e frequentando la concorrenza.
Formigli gli sta antipatico? Lui va da Del DebbioSantoro non lo sopporta? Lui va da PorroParagone è poco filogovernativo? E lui fa il pallone in Champions League (non è vero, ma potrebbe esserlo). Al massimo, nei contesti “infedeli”, spedisce al massacro irenziani minori (Bonafè, Rotta) o i piddini che detesta (Fassina). Quando poi in tivù lui non c’è, niente paura: ecco i sempiterni Rondolino e le Meli a difendere il fortino renziano. Due sere fa Renzi era da Nicola Porro. È stata un’intervista davvero puntuta, tale da riecheggiare quella di Frost con Nixon. Non stupisce che Porro, uno che da grande vorrebbe essere Del Debbio, sia salito come tanti sul carro del renzismo: abituato com’era al berlusconismo, per lui cambia poco. Anzi nulla. Il problema non riguarda Virus, l’alluce valgo dei talk show italiani, ma l’informazione televisiva (e non solo televisiva) nel suo insieme: è accettabile che un Presidente del Consiglio decida dove andare e dove no, scelga gli ospiti e magari (in alcuni casi) pure le domande?
O è piuttosto una stortura terrificante, che molti reputano tollerabile perché Renzi ha la patente dell’uomo di sinistra (come no)? Un simile stato delle cose ha generato un’informazione persino più filogovernativa del solito. Come ha riassuntoCarlo Freccero, noto gufo disfattista: “C’è un servilismo nei confronti di Renzi che è insopportabile, al confronto Berlusconi era sempre attaccato. Una cosa vergognosa. Se fosse successo con Berlusconi saremmo andati in piazza tutti”. Arduo dargli torto.
Da ilfattoquotidiano.it

La botte di ferro

La botte di ferro (Giannelli)

Giannelli

Lei lo sa chi sono io

da contro*corrente

Lei lo sa chi sono io (Marco Travaglio 31/05/2015)

6699ooppSe fosse vera la teoria secondo cui nulla accade mai per caso, neppure le gaffe, questo finale di campagna elettorale entrerebbe di diritto nel mondo del paranormale, alla voce “premonizioni”. L’altra sera intorno alle ore 23 Silvio Berlusconi, non si sa bene portato da chi, si materializza a una festa in piazza per giovani organizzata da una delle liste in lizza alle elezioni comunali di Segrate. Scende dall’auto blindata e – seguito dalla scorta – gironzola per gli stand, privi di qualsiasi simbolo di partito. Ai giovani che gli si avvicinano, chiede il nome del candidato sindaco e, una volta appreso che si chiama Paolo Micheli, gli impartisce la sua solenne benedizione dinanzi a centinaia di presenti: “Allora mi raccomando andate a votare, trovate un’ora domenica per votare Paolo. Mi raccomando, votate per Paolo”. Attimi di imbarazzo, gelo generale, stupore collettivo, qualche risolino ironico, alcuni ne approfittano per scattarsi qualche selfie con l’ex Caimano (del resto, quando mai gli ricapita). Poi un’anima pia dello staff gli sussurra all’orecchio: “Dottore, mi sa che abbiamo sbagliato festa, anche perché il nostro candidato sindaco di Segrate è una donna, Tecla Fraschini”. Invece Paolo Micheli è in tutta evidenza maschio. A quel punto B. ha salutato i presenti e, senza tradire il minimo imbarazzo, è risalito in auto in direzione PalaSegrate, dov’era in corso la convention della Fraschini, e lì ha invitato gli astanti a trovare un’ora, domenica, per votare Tecla, mi raccomando: Tecla. Ed è già un miracolo che non l’abbia chiamata Isotta.
“Dopo l’endorsement del Cavaliere – ha postato Micheli su Facebook – posso dire che è fatta”. Una gaffe dovuta alla stanchezza per la maratona televisiva degli ultimi giorni (dov’è riuscito persino a chiamare “dottor Fede” Bruno Vespa, facendo incazzare entrambi)? Oppure un lapsus freudiano causato dall’inconfessabile nostalgia per il Patto del Nazareno con Matteuccio suo? Ah saperlo. Ma la presenza dell’anziano Zelig brianzolo in partibus infidelium non ha sorpreso più di tanto i ragazzi della festa democratica, anche per via delle notizie da Roma sulla lista degli impresentabili bipartisan e sulle reazioni infuriate dei pidini che parlano come i berluscones dei bei tempi andati.
Dalla Lombardia a Napoli, eccoci al bar Gambrinus, già sede di tanti moniti napolitani. Qui il leader di Ncd nonché ministro dell’Interno, Angelino Alfano, pensa di dover incontrare gli eventuali simpatizzanti suoi e dell’assessore regionale Pasquale Sommese. Alle 17 in punto Angelino Jolie, noto frequentatore di se stesso, fa il suo ingresso trionfale nello storico locale. E si guarda intorno, alla ricerca degli elettori ansiosi di abbracciarlo, farsi una foto, congratularsi per la sua meravigliosa attività ministeriale così pregna di successi, nazionali e internazionali. Niente, nessuno. Un gentile cameriere gli fa gentilmente osservare, allargando le braccia, che “oggi al Gambrinus non è previsto nessun incontro e i tavoli sono tutti occupati”. Manca poco che aggiunga: “Anzi, per la precisione, lei chi sarebbe? Alfano chi? Per che cos’era? No, guardi, qui non ci risulta nessun Alfano, ripassi un’altra volta e si ricordi di prenotare”. Non male, per l’aspirante condottiero dell’Invincibile Armata Moderata, che da un po’ di tempo porta a spasso il suo monumento equestre con tanto di piedistallo, credendosi la reincarnazione del generale De Gaulle. L’imperdibile raduno degli alfanidi – che, data l’infima rilevanza dell’ospite, si erano comprensibilmente scordati di prenotare una sala – si è così trasferito alla spicciolata nella buvette dell’antistante teatro San Carlo, dove un barista misericordioso ha dato ospitalità ai quattro gatti che seguivano il cosiddetto ministro, domandandosi perché non avessero scelto una cabina telefonica. La scena ricorda il famoso monologo di Giorgio Gaber sulla democrazia: “È nata così la ‘democrazia rappresentativa’ che, dopo alcune geniali modifiche, fa sì che tu deleghi un partito che sceglie una coalizione che sceglie un candidato che tu non sai chi è, e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni, e che se lo incontri per la strada ti dice giustamente: ‘Lei non sa chi sono io!’…”.Quel che Gaber non poteva sapere è l’ultima geniale modifica: quella che fa sì che almeno alcuni candidati si sappia chi sono. Gli impresentabili. Questi capibastone sono decisivi per fare eleggere o trombare qualcuno, dunque sono più preziosi dell’oro. Ma non lavorano gratis: vogliono cadreghe.
Renzi, per battere alle primarie i suoi rivali interni al Pd che li usavano dalla notte dei tempi, riuscì a soffiarne loro un discreto numero. Poi questi gentiluomini gli presentarono il conto: il più furbo, tale Don Vincenzo, pretese di concorrere a governatore, e Renzi lo lasciò fare, trascurando il dettaglio che il soggetto è ineleggibile; i più fessi si accontentarono di un ruolo di ascaro nelle liste di appoggio, che al momento opportuno furono misconosciute come funghi spuntati per caso all’insaputa del leader. Il quale però, dopo aver fatto un po’ lo schizzinoso, fu costretto a recarsi nelle loro tane a fare campagna per loro. E a chiedere voti come segretario del Pd per i supporter di un candidato che lui stesso, lunedì, da presidente del Consiglio, dovrà per legge dichiarare decaduto. Se non lo farà, rischierà un’incriminazione per abuso d’ufficio, cioè per lo stesso reato per cui De Luca s’è buscato la condanna che ne comporta l’automatica decadenza. Per sua somma sventura, in extremis , se n’è accorta anche la commissione Antimafia. Così De Luca & C., se diranno mai a qualcuno “lei non sa chi sono io”, si sentiranno rispondere: “Guardi che lo so benissimo: lei è un impresentabile. A proposito, perché si presenta?”.

REGIONALI Affluenza ore 12 al 15%... e le top news di POLITICA in PRIMO PIANO ANSA 31 maggio 2015

REGIONILE SFIDE
VENETO
Luca Zaia
-
Centrodestra
Alessandra Moretti
-
Centrosinistra
Jacopo Berti
-
M5S
Flavio Tosi
-
Lista Tosi
LIGURIA
Raffaella Paita
-
Centrosinistra
Giovanni Toti
-
Centrodestra
Alice Salvatore
-
M5S
Luca Pastorino
-
Sinistra
MARCHE
Gian Mario Spacca
-
Centrodestra
Luca Ceriscioli
-
Centrosinistra
Francesco Acquaroli
-
Destra
Gianni Maggi
-
M5S
TOSCANA
Enrico Rossi
-
Centrosinistra
Claudio Borghi
-
Centrodestra
Giacomo Giannarelli
-
M5S
Tommaso Fattori
-
Sinistra
UMBRIA
Catiuscia Marini
-
Centrosinistra
Claudio Ricci
-
Centrodestra
Andrea Liberati
-
M5S
Michele Vecchietti
-
Sinistra
CAMPANIA
Stefano Caldoro
-
Centrodestra
Vincenzo De Luca
-
Centrosinistra
Valeria Ciarambino
-
M5S
Salvatore Vozza
-
Sinistra
PUGLIA
Michele Emiliano
-
Centrosinistra
Adriana Poli Bortone
-
Centrodestra
Antonella Laricchia
-
M5S
Francesco Schittulli
-
Centrodestra

Renzi e gli altri big al voto

Speciali.
Dal premier con la moglie Agnese a Pontassieve, a De Luca con i figli a Salerno, Fitto a Maglie
Renzi e la moglie Agnese al voto. Foto ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI (ANSA)Renzi e la moglie Agnese al voto. Foto ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Renzi: le elezioni non sono un test su di me

Il  presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al Festival dell'Economia presso l'auditorium Santa Chiara  di Trento. Foto Ufficio stampa Palazzo Chigi/ Tiberio Barchielli (ANSA)Speciali.
Il sindaco di Salerno: 'Posso interpretare la rabbia cittadini contro la politica politicante'. LO SPECIALE:Come si vota - Il confronto con il voto precedente - Idiversi sistemi elettorali.

Berlusconi sbaglia e va alla festa del candidato di sinistra

Lombardia.
Si è presentato ad una festa in piazza organizzata dalla lista civica di centrosinistra che corre per le elezioni al Comune di Segrate  ed è rimasto là per circa cinque minuti "prima di accorgersi che aveva sbagliato manifestazione".
 (ANSA)