domenica 3 maggio 2015

A RENZI SERVE UN “TESORONE”: DEVE 8 MILIARDI AI PENSIONATI

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A RENZI SERVE UN “TESORONE”: DEVE 8 MILIARDI AI PENSIONATI (di Marco Palombi)

Ufficialmente i danni cominceranno a contarli domani, lunedì mattina. Non si parla di Milano e dei suoi casseurs nerovestiti, ma del ministero del Tesoro e della sentenza con cui la Corte costituzionale ha bocciato il blocco delle pensioni per il 2012 e 2013 deciso dal governo Monti. L’ufficialità e la verità, però, sono due cose diverse, perché un po’ di conti su quanto lo Stato dovrà restituire ai pensionati sono già stati fatti: tra gli 8 e i 9,5 miliardi per il pregresso, più una cifra che può arrivare a 3 miliardi a regime, dal 2016 in poi, di minori risparmi già messi a bilancio. Questi numeri, ovviamente, sono al lordo delle maggiori tasse che l’erario incasserà.
Il primo effetto è questo: le stime sui conti pubblici contenute nel Documento di economia e finanza sono da riscrivere. Non solo: adesso a Matteo Renzi serve davvero un “tesoretto” e mica solo di carta come quello che s’è venduto finora.
Partiamo da un breve riassunto delle puntate precedenti. Siamo a fine 2011, il governo tecnico di Mario Monti si è appena insediato e deve salvare l’Italia o almeno così dicono tutti, Giorgio Napolitano in testa. Il professore produce dunque la manovra detta “Salva Italia”, un decreto che in realtà ha soprattutto assicurato alla suddetta Italia tre anni di recessione quasi consecutiva, influendo circa zero sullo spread (era ancora attorno a 500 quando intervenne Mario Draghi, l’estate successiva, dicendo “faremo tutto quel che serve per salvare l’euro” e facendolo abbassare davvero).
Ecco, dentro quel decreto c’era pure il blocco dell’indicizzazione delle pensioni superiore a tre volte il minimo Inps. Tradotto: da un assegno pari a 1.400 euro lordi in su, la pensione non veniva aggiornata all’inflazione per due anni. Nota bene: l’indicizzazione è un obbligo di legge. Il perché è intuitivo: se uno stipendio rimane bloccato a mille euro per 10 anni, ad esempio, formalmente è sempre lo stesso, ma nella realtà è calato parecchio visto che il suo potere d’acquisto è molto, molto inferiore.
Ora la Consulta ha stabilito che un prelievo di questo genere, applicato a pensioni così basse e senza alcuna progressività, è contro la Costituzione: “L’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio”. Insomma, il Salva Italia era pure scritto coi piedi. Lo scippo – secondo stime ancora approssimative del governo – riguarda circa 4,5 milioni di pensionati per un monte previdenziale all’ingrosso di 140 miliardi: il maltolto che lo Stato dovrà rifondere in una o più rate si aggira tra gli 8 e i 9,5 miliardi (la grandezza del numero dipende da quando lo farà e come). Sarà la Ragioneria generale dello Stato a dare i numeri definitivi.
Solo che non c’è solo il pregresso, pure così pesante: il governo dovrà fare i conti anche con un aumento di spesa per pensioni in futuro. Il motivo è semplice. Il danno inflitto da Monti ai “ricchi” pensionati da 1.400 euro lordi sarebbe stato, infatti, perpetuo. Facciamo un esempio: l’inflazione all’epoca si aggirava attorno al 3%, il che vuol dire che un assegno che nel 2011 era di 1.500 euro lordi, l’anno dopo sarebbe stato di 1.545 euro e nel 2013 di 1.591 e spiccioli. L’adeguamento all’inflazione va calcolato nella progressione normale, mentre nel 2014 – quando si è ripresa una (parziale) indicizzazione – i 100 euro in più al mese del nostro esempio erano scomparsi per sempre: si è ripartiti da 1.500 euro e basta.
Pure questo è un problema con cui il governo Renzi dovrà fare i conti: quel capitolo – sempre secondo i primi calcoli – dovrebbe far crescere la spesa previdenziale di 3-4 miliardi l’anno (sempre al lordo delle maggiori entrate). Quanto peserà sul 2015, ovviamente, dipende da quando sarà restituito il bottino.

L’effetto sui conti pubblici, infine, è difficilmente calcolabile. Se il saldo da finanziare, infatti, riguarda il 2015, a livello contabile l’esborso da 8-9 miliardi dovrebbe pesare sul 2012, 2013 e 2014 con effetti sui vincoli europei (tipo il 3% di deficit) davvero poco chiari. Quanto al futuro, l’aumento di spesa per pensioni vale già da solo due “tesoretti” dal 2016 in poi e quest’anno ci siamo già giocati il jolly dell’aumento del deficit previsto (ora sarebbe al 2,5% invece dell’1,8 promesso dal Def del 2014). Padoan e Renzi stavolta dovranno sudare parecchio per far tornare i conti.

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