domenica 24 maggio 2015

AGRIGENTO, LA BEFFA DELL’ACQUA PAZZA: “BOLLETTE DA CAPOGIRO MA RUBINETTI A SECCO”

acqua

AGRIGENTO, LA BEFFA DELL’ACQUA PAZZA: “BOLLETTE DA CAPOGIRO MA RUBINETTI A SECCO” (di Attilio Bolzoni)

Il signor Cimino l’abbiamo conosciuto quindici anni fa che vendeva acqua ad Agrigento e l’abbiamo ritrovato quindici anni dopo che vende ancora acqua ad Agrigento. Tutto passa ma il signor Cimino resta. Fa parte del paesaggio urbano come i palazzoni in bilico sull’argilla, sembra eterno come i templi greci sulla rupe. La fortuna di Domenico Cimino è un pozzo ereditato dal padre Gioacchino e che andrà in lascito al figlio Gioacchino, commercianti d’acqua di contrabbando da tre generazioni sono in moto perpetuo con le loro «bonze » — così chiamano le cisterne — per svuotarle di qua e di là assicurandosi sostentamento e guadagnandosi la riconoscenza di una popolazione assetata per destino infame.
Da una vita qui parlano con molto sapere di tubi, di fontane e fontanieri, di vasche, bidoni, allacci, di litri al secondo di un’acqua che c’è e non c’è, che appare e scompare, di un’acqua che può portare alla felicità o alla disperazione più profonda. È l’acqua pazza di Agrigento che scatena guerre che non finiscono mai. Si scannano anche sui numeri, citando fonti e report. È l’acqua più cara d’Italia (Osservatorio di Cittadinanzattiva), tariffa media annuale 419 euro per una famiglia di tre persone, quattro volte più che a Milano. È al 29° posto (Centro Ricerche di Federconsumatori), prezzi di poco superiori alla media nazionale. Euro veri e acqua sempre virtuale. Dai rubinetti ne esce poca, a volte anche niente.
In una Sicilia spaccata in due per i ponti che crollano, che mortifica se stessa mostrandosi lercia sul palcoscenico internazionale dell’Expo, che affoga nei debiti e nella molesta retorica del suo governatore Crocetta, c’è ancora una città (e una provincia) che ogni due o tre giorni aspetta con il fiato sospeso un rumore lontano, pressione e bolle d’aria, l’annuncio che sta arrivando. Il mercoledì e il sabato, il giovedì o il venerdì, un paio d’ore nel centro storico e appena qualche minuto in più in contrade meno sventurate. Maledizione di Agrigento.
Con una trentina di sindaci in rivolta contro il signorotto che si è garantito dal 2007 la gestione privata del servizio idrico — un’altra quindicina si sono rifiutati di consegnare a lui le reti comunali — è battaglia legale e rissa ripetuta. Con forti sospetti di mafiosità, bollette da capogiro, contatori staccati per morosità, 007 a caccia di ladri d’acqua, proteste di piazza, aggressioni, infarti, inseguimenti. E sete, sempre sete.
Sabato mattina 9 maggio, ore 10, villaggio Mosè. Davanti alla casa di Giovanni De Castro, pensionato di ri- torno dal Queens dove aveva un piccolo supermercato, l’asfalto che è una sfoglia improvvisamente si apre e la «bonza » del signor Cimino precipita in una voragine. I diecimila litri d’acqua che attendeva il pensionato — una quarantina di euro, De Castro è affezionato cliente — si disperdono sulla strada. Peccato mortale ad Agrigento. Il signor Cimino si avvilisce per la sua autocisterna trainata dalla gru, Giovanni De Castro sa che non avrà acqua per almeno altre ventiquattro ore. Gliel’hanno tagliata: non vuole pagare i 17 mila (diciassettemila) euro conteggiati per il consumo degli ultimi tre anni. «Sono ladri autorizzati, com’è possibile venderla a così tanto?», si chiede consolato da tutto il vicinato. «Sono mafiosi», gridano gli altri. E mostrano ingiunzioni di pagamento, contatori sigillati, denunce, ricorsi, petizioni. Ogni giorno è sommossa. Al Villaggio Mosè e su a Porta di Mare, nel cortile Sciascia sotto la curia vescovile, a Zingarello, a Fontanelle e a Bibbirria, a Poggio Muscello. E tutti costretti a comprare l’acqua del signor Cimino che serve solo per «strapazziare», termine letteralmente intraducibile ma significa che con quell’acqua ci puoi fare tutto tranne che berla.
«Bonza», «strapazziare », «perdita occulta», «testa dell’espurgo», c’è un vocabolario molto speciale per la sete degli agrigentini. Il glossario della sete. Loro straparlano di acqua tutto il giorno e — fatto assai curioso — nemmeno uno dei candidati sindaci delle elezioni del 30 maggio cavalca l’insurrezione. Lontani i tempi dell’assessore regionale ai Lavori Pubblici Totino Sciangula, un amico di Giulio Andreotti che nelle infuocate campagne elettorali degli anni ‘80 si faceva intervistare sulle tivù locali chiedendo voti in cambio di qualche litro in più. Per le vie di Agrigento si aggirano rabbiosi gli assetati e anche tante, tantissime — 140 — auto bianche e azzurre della «Girgenti Acque Spa», la società privata che gestisce il servizio idrico in 27 comuni su 43 servendo (sulla carta) 359 mila abitanti su 480 mila. La gara di affidamento l’ha vinta facile: era l’unica partecipante.
Perché gli agrigentini vi odiano tanto? «Perché facciamo pagare le bollette che prima non pagavano, perché prima di noi nessuno aveva mai gestito il servizio idrico», risponde Marco Campione, presidente di un’azienda che è sotto tiro poliziesco e giudiziario ed è esposta al rancore popolare. Il suo quartiere generale è al centro di una spettrale area industriale dove in mezzo a palazzi sventrati ecco un’elegante costruzione circondata da palme, impiegate in divisa con tanto di fiocco, uffici climatizzati e profumati, pasticcini e biscottini, manager e ingegneri come nella sede di una multinazionale di Zurigo. Il presidente, condannato in via definitiva per falso e truffa — al momento non è a conoscenza nemmeno se gli abbiano rilasciato il certificato antimafia — difende la sua azienda, dice che danno più acqua di quanto ne sia stata mai data prima, accusa il Comune per la decomposizione delle reti idriche cittadine. E giura: «Io non sono collegato a nessun politico: per questo mi attaccano». In pochi ci credono.
La Girgenti Acque ha 330 dipendenti («È un assumificio», ha denunciato il procuratore aggiunto Ignazio Fonzo ascoltato a marzo dalla commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti ambientali), selezionati uno per uno — versione della direzione — attraverso colloqui rigidissimi, ha un customer satisfaction, ha uno staff di psicologi a sostegno dei dipendenti («Per l’autostima») che si prendono sputi e insulti ogni volta che entrano in contatto con gli utenti. E soprattutto dispone di una pattuglia di 007.
Sono sguinzagliati per «mappare» il territorio strada dopo strada, controllare consumi troppo modesti o troppo esagerati, investigano su deviazioni di condutture. Nei tubi sono state inserite 80 micro telecamere, «vedono» come si attivano i contatori e come i furbi attaccano i bypass. Nella guerra ai ladri d’acqua è scesa in campo l’ «intelligence».
Ma cos’è veramente questa Girgenti Acque? Cosa si nasconde sotto questa crosta di modernità e di efficientismo? La città di Agrigento è una grande stanza degli specchi — pensate, in questa campagna elettorale Legambiente con un voltafaccia sostiene lo storico nemico che voleva il rigassificatore — dove è difficile rintracciare frammenti di verità. Bisogna affidarsi alle carte ufficiali. Un corposo dossier di polizia, carabinieri, Dia e Finanza che descrive nel dettaglio i legami di mafia di Marco Campione. Vecchi e nuovi. Nella testimonianza alla commissione parlamentare, quando il procuratore Fonzo ha cominciato a parlare di Campione e della sua società è calato il silenzio. Omissis. Omissis. Omissis. L’acqua di Agrigento è stata secretata.

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