martedì 5 maggio 2015

Ai prof più poveri non basta la passione

Ai prof più poveri non basta la passione (Lorenzo Tosa)

Scuola

LA SITUAZIONE.

La “buona scuola” sono facce. Milioni di volti che ti passano accanto la mattina presto nel traffico, una cartella portata in spalla da una mamma. È il liceo Colombo di Genova – quello di Mazzini e De Andrè
– a mezzanotte, stracolmo di ex studenti venuti ad ascoltare il loro vecchio professore che declama il Notturno di Alcmane. Ma all’alba ce n’è un’altra molto più prosaica, fatta di graduatorie, tetti che crollano, conti in rosso. E numeri. In chiaroscuro.
Un milione di studenti in più
Sono lontani i tempi della “scuola-carrozzone” affollata di insegnanti (malpagati) e povera di studenti. Oggi gli stipendi sono rimasti al palo, ma gli alunni crescono sempre di più: sono 7 milioni e 900mila quelli censiti nell’ultimo anno scolastico, tra scuole dell’infanzia, primarie e secondarie (1 milione in più rispetto al 2007-08), mentre nello stesso periodo i docenti di ruolo sono calati dagli 840.000 di 7 anni fa agli attuali 600.839.
Un dato, questo, che non subisce più variazioni dal 2011, congelato da una norma di legge dell’allora ministro Tremonti che obbliga il MIUR a non “sforare” il numero di posti dell’anno scolastico 2011-12, per adeguarsi ai parametri europei. Risultato? Il rapporto docenti-alunni è progressivamente salito fino a circa 1 a 11 (in linea con la media UE di 1 a 12). In realtà – come spiega Gianluigi Dotti, responsabile del Centro Studi di Gilda, il sindacato nazionale degli insegnanti – le cifre raccontano solo una parte della storia, in un Paese dove le difformità restano enormi. “Siamo di fronte al paradosso del pollo di Trilussa. Non è il dato in sé che preoccupa, ma l’enorme frammentazione del territorio: mentre nei paesini di montagna e dell’entroterra si fa fatica a mantenere un presidio, le città esplodono con classi-pollaio da 30-35 alunni”.
Gli insegnanti più poveri d’Europa
È in queste condizioni che docenti, dirigenti e operatori scolastici si ritrovano a lavorare tutti i giorni, tra continui tagli alle risorse e gli stipendi fermi ormai al 2009. “Ma già allora eravamo in ritardo di due anni – ricorda Rino Di Meglio, segretario nazionale di Gilda – Dieci, quindici anni fa le risorse per intervenire c’erano e non sono state usate. Con la crisi, la situazione è precipitata e oggi gli insegnanti sono definitivamente usciti dal ceto medio”. Il confronto con l’Europa è impietoso. Una volta entrato in ruolo, un maestro elementare italiano percepisce un reddito lordo di 23.048 euro, contro i 27.993 del collega spagnolo, i 34.286 degli svedesi e addirittura i 40.142 dei tedeschi. Ma è a fine carriera che la forbice si divarica del tutto. Se la busta paga d’ingresso in Italia e in Francia è più o meno in linea, 40 anni dopo il maestro transalpino avrà staccato il nostro di oltre 11.000 euro (rapporto Eurydice 2013). Non va meglio ai professori di medie e superiori, il cui potere d’acquisto negli ultimi sei anni si è ridotto addirittura del 15%. “Dopo 28 anni di servizio, una laurea, un TFA (Il Tirocinio Formativo Attivo) e un concorso alle spalle, il mio stipendio è fermo a 1.800 euro” racconta un professore di liceo, mentre in ingresso oggi non si supera i 1.300 euro. Un’emorragia che non risparmia neppure i bidelli. Ogni anno, nei licei e negli istituti superiori, il personale ausiliario perde per strada oltre 10.000 unità, a fronte di 30.000 nuovi studenti iscritti (dati Anief). E i nuovi tagli sulla scuola nascosti nella Legge di Stabilità appena approvata dal governo rischiano di veder cancellati altri 2.020 posti di lavoro ATA, pari a una riduzione nella spesa di personale intorno ai 50 milioni di euro, a partire dall’anno scolastico 2015/16. “In alcune scuole chiamano imprese di pulizie esterne, perché lo Stato non ha risorse per assumere” racconta Franca, operatrice scolastica, il cui ultimo scatto d’anzianità risale al 2005. “La retribuzione di un bidello oggi in alcuni casi non arriva ai 1.000 euro – precisa Di Meglio – Siamo a livello di sussidio di disoccupazione”.
“La vecchia scuola”
Di fronte a dati del genere, l’opinione pubblica si è spesso divisa. Per alcuni, i lavoratori della scuola sono stati abbandonati dallo Stato. C’è chi, invece, non ha dubbi: “Giusto così, lavorano troppo poco”. Eppure, a guardar bene, l’orario settimanale di un professore di liceo (le classiche 18 ore) in Europa è inferiore solo a Ungheria (20), Danimarca e Spagna (19) e di gran lunga superiore alle 16,3 di media nell’area UE. Lo spread si allarga nelle scuole primarie: in Italia sono 22 le ore di lezioni frontali previste, contro le 19,6 medie europee (fonte Eurydice). Le statistiche non tengono, ovviamente, in considerazione le ore spese dal corpo insegnanti in attività didattiche parallele, tra correzione dei compiti, preparazione di esami e lezioni, colloqui con le famiglie, scrutini, programmazione e impegni collegiali vari. Secondo un calcolo dell’Istituto Comprensivo Quintino di Vona di Milano, l’attività reale sfiora le 40 ore settimanali, per un totale annuo di 1.759 ore. Crescono le ore e cresce anche l’età media dei docenti, oggi intorno ai 50-51 anni, la più in alta in Europa. Al nostro Paese tocca un altro primato decisamente poco invidiabile. Secondo il rapporto “Educational at a Glance 2013”, la scuola italiana ha il 62% di insegnanti over 50: più del doppio rispetto a Regno Unito (28%) e Spagna (30%) e nettamente sopra la media Ocse (36%). È lo scontrino più salato del blocco alle assunzioni, ma anche della riforma Fornero che ha innalzato l’età pensionabile, arrestando di fatto il turn-over tra pensionati e neo-assunti.
Quell’esercito
di 400mila precari
La coperta è troppo corta. E, alla fine, a farne le spese – come spesso capita – è chi ancora attende di entrare: l’esercito dei 400mila precari della scuola. Di questi, poco meno della metà sono stabilmente occupati ma privi di un contratto a tempo indeterminato e relative tutele. Ogni anno, il 30 giugno, la scuola li licenzia, per poi riassumerli il settembre successivo. “Puoi andare avanti così anche dieci, vent’anni, una vita intera, senza mai essere assunta” si sfoga Livia, mamma e maestra elementare precaria. Una dei 150mila docenti “di fatto” che il ministro dell’Istruzione Giannini ha promesso di assumere entro il 2015. In attesa dell’annunciata stabilizzazione, la scuola fa i conti con i tagli orizzontali alle risorse che negli ultimi anni hanno spolpato l’istruzione pubblica. A cominciare dalla Riforma Gelmini del 2010. “Una non riforma – la definisce Di Meglio – Si è limitata a tagliare orari e organici, ma di azioni concrete neanche l’ombra”. E il governo Renzi si prepara a seguire il solco tracciato: si calcola che i tagli alla scuola contenuti nell’ultima Legge di Stabilità abbiano superato i 600 milioni di euro, a fronte di investimenti scarsi o assenti. A tenere in piedi la scuola sono, soprattutto, i genitori che pagano di tasca propria le funzioni minime primarie che lo Stato non riesce a garantire: carta igienica, gessetti, ma oramai anche attrezzature, laboratori, corsi di recupero. “All’inizio era nato come contributo volontario – sottolinea Fabrizio Azzolini, presdidente dell’AGE (Associazione Italiana Genitori) – Oggi è diventata una tassa, senza la quale la scuola chiuderebbe domani”. La crisi la scopri ancora una volta nei numeri. “Per una scuola di 2.000 studenti, da Roma arrivano circa 50.000 euro all’anno, mentre le famiglie ne investono almeno 6 volte tanto” calcola il prof. Dotti di Gilda. E aggiunge. “In certi istituti alberghieri i genitori sono arrivati persino a comprare il cibo per le ricette”.
Metafora perfetta di una scuola su cui per anni hanno mangiato in tanti. E ora sono rimaste le briciole.
Da Il Fatto Quotidiano del 04/05/2015.

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