lunedì 25 maggio 2015

Atene sul baratro:“Abbiamo finito i soldi” L’Europa trema per lo spettro del default

Atene sul baratro:“Abbiamo finito i soldi” L’Europa trema per lo spettro del default (ETTORE LIVINI)

Cosa succede

Il governo ellenico: “Non stiamo bleffando la liquidità in cassa è terminata e senza accordo non paghiamo 1,6 miliardi al Fondo monetario” Schaeuble:“Tsipras rispetti gli impegni al 100%”.

MILANO – Rien ne va plus. I soldi sono finiti. E la Grecia, per la seconda volta in pochi giorni, ribadisce che a giugno non sarà in grado di rimborsare il Fondo Monetario Internazionale.
«Non vogliamo il default e non stiamo bluffando — ha detto il ministro agli Interni, Nikos Voutsis — . Il problema è che di liquidità in cassa non ce n’è più. E senza un intesa con i creditori che ci dia un po’ d’ossigeno, non potremo pagare gli 1,6 miliardi che dobbiamo restituire al Fondo monetario il prossimo mese ». La prima rata da 305 milioni è in scadenza il 5 giugno. Se Atene non onorerà i suoi debiti, scatterà una procedura che entro un mese potrebbe portare alla dichiarazione di insolvenza, precipitando il Paese (e forse tutta l’area euro) nel caos. Grande preoccupazione per l’apertura dei mercati, stamattina.
I nodi, insomma, sono arrivati al pettine e come prevedibile — con il tempo ormai agli sgoccioli — tutti tendono a drammatizzare la situazione. Alexis Tsipras, reduce dal summit con Angela Merkel e Francois Hollande resta ottimista: «Un compromesso onorevole è vicino», ha ribadito.
I negoziati tecnici hanno avvicinato le posizioni su privatizzazioni, Iva e riforma della pubblica amministrazione. Le parti però restano lontanissime sui temi più spinosi (lavoro e pensioni). E nessuno pare disposto a fare un passo indietro.
«Noi abbiamo colmato i tre quarti della distanza che ci separavano dai creditori, ora tocca a loro venirci incontro», ha ribadito il ministro alle finanze ellenico, Yanis Varoufakis. Peccato che, allo stato, Bce, Ue e Fmi non abbiano nessuna intenzione di farlo. «La Grecia deve onorare al cento per cento gli impegni che ha preso lo scorso 20 febbraio e proprio per questo ha davanti ancora tanto lavoro da fare», ha dichiarato, inflessibile, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble.
Cosa succederà ora? I negoziati, in teoria, ripartono domani in sede tecnica per provare a limare le differenze. E’ chiaro però che a questo punto serve una svolta in tempi rapidi, coinvolgendo la politica ai massimi livelli. E non a caso Tsipras, Merkel e Juncker tengono aperto in queste ore un canale di collegamento diretto per evitare pericolosissimi corto circuiti. Le speranze di arrivare nelle prossime settimane a un’intesa a 360 gradi che comprenda pure l’impegno a ridiscutere il debito ellenico (come chiede Atene) sono ridotte al lumicino.
La partita, dicono in molti, si avvicina piuttosto al momento cruciale del “prendere o lasciare”. L’allarme liquidità di Voutsis e le ultime uscite di Tsipras («non toccheremo le pensioni e non accetteremo umiliazioni») sono già un passo in questa direzione. Atene è convinta che l’Europa non possa permettersi di lasciar uscire il Partenone dalla moneta unica per i timori di un effetto contagio — «sarebbe un disastro per tutti», ha ribadito Varoufakis — e per le possibili implicazioni geopolitiche di un suo slittamento verso la sfera d’influenza russa.
Gli accordi raggiunti fino ad oggi, dicono i fautori di questa teoria, sono più che sufficienti per sborsare almeno una prima parte dell’ultima tranche di aiuti da 7,2 miliardi. E Merkel, sono certi, si farà carico di convincere i falchi, rinviando all’autunno il braccio di ferro sugli argomenti più delicati delle trattative.
Succederà davvero? Possibile, ma non molto probabile. Il fronte del rigore in Europa è convinto che l’uscita dalla Grecia dall’euro sia oggi più gestibile del 2012. E fare concessioni a Tsipras significherebbe dare ossigeno al crescente fronte anti-austerity nel vecchio continente. Più facile a questo punto che Ue, Bce e Fmi — per sbloccare l’impasse — prendano il toro per le corna mettendo a loro volta Atene di fronte all’aut-aut: accettare un piano di riforme pre-confezionato da sottoscrivere a scatola chiusa accompagnato da nuovi aiuti o la rottura delle trattative. Tsipras direbbe quasi sicuramente di no. Sia i suoi partner di governo di Anel che l’ala massimalista di Syriza sono sul piede di guerra contro possibili compromessi al ribasso e ben difficilmente accetterebbero ultimatum di questo tipo. «Non è detto che l’uscita dall’euro sia poi un disastro», ha detto Panagiotis Lafazanis, leader dell’opposizione interna del partito del premier.
Bruxelles l’ha messo in conto, ma spera che a quel punto Atene sottoponga il progetto a referendum dove i greci (il 71% di loro vuole rimanere nell’euro) potrebbero dire di sì. Un percorso comunque ad ostacoli che sarebbe quasi sicuramente accompagnato da misure drastiche come i controlli sui movimenti di capitali.
Da La Repubblica del 25/05/2015.

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