giovedì 14 maggio 2015

BUSSI, LA RIVELAZIONE A TAVOLA “È GIÀ DECISO, TUTTI ASSOLTI”

BUSSI, LA RIVELAZIONE A TAVOLA “È GIÀ DECISO, TUTTI ASSOLTI” (Antonio Massari)

Montedison

LE PARTI CIVILI LO SEPPERO 15 GIORNI PRIMA. “DA CHI? LO DIREMO AI GIUDICI”.

inviato a Bussi sul Tirino (Pescara) – È il 4 dicembre 2014. Al giorno della sentenza mancano ancora due settimane. Le parti civili – sia quelle private, sia quella pubblica, cioè l’Avvocatura dello Stato – sono riunite a Roma per organizzare le repliche in udienza. A cena, però, avviene un dialogo che nella cronologia degli eventi ha una grande rilevanza. Il Fatto Quotidiano ha ricostruito questo episodio incrociando le fonti, che chiedono l’anonimato ma assicurano : “Confermeremo tutto dinanzi al Csm o a giudici che vorranno interrogarci”. “Una persona – raccontano – ci ha detto testualmente: ‘Saranno tutti assolti, è già tutto deciso’”. Chi è questa persona? “Lo riferiremo soltanto ai magistrati competenti”, assicura una delle fonti, “ma un fatto è certo: quell’affermazione fu perentoria”.
Lo scenario del 4 dicembre 2014 è un altro tassello da verificare per scoprire come andò il processo sulla mega-discarica di Bussi, nel quale l’accusa chiedeva la condanna per avvelenamento delle acque e disastroambientale, ma la Corte d’assise assolse i 19 imputati e, derubricando il disastro ambientale da doloso in colposo, non vi fu alcuna condanna per l’intervento della prescrizione. La profezia del “mister x” si avvera. Il Fatto, con questa ricostruzione, non intende accusare nessuno, tanto meno la Corte d’assise, ma semplicemente riportare il clima in cui si è svolto il processo sulla più grande discarica d’Europa. E il dialogo del 4 dicembre, ad appena due settimane dalla sentenza, dimostra che non era un clima sereno.   CHE IL CLIMA fosse teso era già chiaro a febbraio, quando viene ricusato il presidente della corte d’Assise, Geremia Spiniello. Al termine di un’udienza, il giudice viene intervistato e ripreso dalle telecamere, mentre dichiara: “Faremo giustizia per il territorio”. Le difese dei 19 imputati – tutti ex tecnici ed ex dirigenti Montedison – decidono di ricusarlo perché, con quell’affermazione, ha “preordinato un giudizio di colpevolezza”. La Corte d’appello di L’Aquila accoglie l’istanza. Spi-niello abbandona la presidenza della Corte d’assise che deciderà sul processo Bussi. Al suo posto subentra Camillo Romandini. Ma non è finita.   Ad aprile le difese presentano in Cassazione un’istanza di spostamento del processo in altra sede ricusando, di fatto, i giudici popolari. Chiedono che il fascicolo sia spostato in una sede dove “i soggetti giudicanti non siano riconosciuti essere stati ‘contaminati’ ed esposti a pericoli per a loro salute”. Il processo viene sospeso fino alla decisione della Suprema corte che, però, respinge l’istanza delle difese e conferma la sede di Chieti. Passata l’estate, il processo si avvia verso le udienze conclusive e la partita si gioca soprattutto sul “dolo” degli imputati.   È il 25 ottobre quando l’ex ministro Guardasigilli Paola Severino interviene in aula, in qualità di difensore di uno degli imputati, lanciandosi in un’arringa di circa 3 ore rimasta famosa per la sua metafora fiabesca. “Per dare ragione alla Procura – dice Severino, intenzionata a smontare il dolo ipotizzato dall’accusa – avremmo dovuto avere tra gli imputati la strega che prende la mela avvelenata e la dà a Biancaneve”. E invece, secondo l’ex ministro, gli imputati erano ignari dei pericoli. “Gli imputati – aggiunge – sono soltanto dei capri espiatori. Non hanno mai dato la mela volontariamente e non volevano uccidere nessuno”. Il 19 dicembre, con la sentenza, la linea Severino risulterà vincente. Ma qualcuno, già il 4 dicembre, ben due settimane prima della sentenza, profetizza allarmato alle parti civili, inclusa l’Avvocatura dello Stato, che vi saranno le assoluzioni. “Siamo disposti a confermarlo dinanzi ai giudici”, ribadiscono le nostri fonti, “ma soltanto davanti a loro”.   IL 16 DICEMBRE, tre giorni prima della sentenza, alcune delle sei giudici popolari, cenano con il presidente della Corte d’assise, Camillo Romandini, e il giudice a latere, Paolo di Geronimo, in un locale di Pescara. Non è certo una seduta in camera di consiglio. È un incontro conviviale. Tra una portata e l’altra si discute del processo. “Durante la cena dico: per me il dolo c’è”, racconta una delle giudici. “A quella cena c’ero anche io – conferma un’altra giudice – e anche io sostenevo che, per me, il dolo c’era”. “Noi la cena l’abbiamo organizzata proprio perché volevamo discutere del dolo”, riferiscono entrambe, “anche perché non eravamo riusciti a leggere nessun atto, ci era stato spiegato che non potevamo condannare per dolo, ma volevamo capire perché il dolo non c’era…”. E qui arriva il punto più controverso. “Il giudice Romandini ci ha spiegato che, se avessimo condannato per dolo, se poi i condannati si fossero appellati, e avessero vinto la causa, avrebbero potuto citarci personalmente, chiedendoci i danni, e avremmo rischiato di perdere tutto quello che abbiamo…”. “Al momento del giudizio”, concludono le giudici, “non eravamo serene”. È su queste affermazioni – rivelate ieri dal Fatto – che il ministero di Giustizia e il Csm intendono fare chiarezza. Il giudice Romandini non commenta: “Non parlo della camera di consiglio”.
Da Il Fatto Quotidiano del 14/05/2015.

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