domenica 17 maggio 2015

CAPOGRUPPO DOVE SEI? IL CASTING INFINITO DI RENZI

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CAPOGRUPPO DOVE SEI? IL CASTING INFINITO DI RENZI (di Wanda Marra)

Dicevo… presidente dicevo… che questa è una scelta difficile ed era una scelta difficile, ma è coerente con un impegno che noi abbiamo assunto: l’impegno con i cittadini, con gli italiani, di dare una legge elettorale a questo Paese! Finalmente dare una legge elettorale a questo Paese! Quello che sta accadendo in quest’aula è la dimostrazione del clima che noi abbiamo voluto evitare. Questa è la dimostrazione di quello che noi abbiamo voluto evitare!”. Ettore Rosato, vicecapogruppo Pd, interviene in aula per chiedere il voto di fiducia sull’Italicum. Non si sente una parola: i fischi, le proteste e un brusio costante di insofferenza sovrastano le sue parole. Lui è paonazzo, alza il tono di qualche decibel di secondo in secondo, ripete in dieci modi diversi sempre lo stesso concetto. La dichiarazione non è delle più felici. Eppure per il renzismo di governo il momento è solenne. Addirittura epico. Possibile che non si potesse fare di meglio? Possibile. Roberto Speranza, neanche lui un grande oratore, ma almeno il capogruppo titolare, si è dimesso prima delle fasi finali della battaglia sulla legge elettorale. Il nuovo capogruppo? Non c’è, e non si trova.
Mission impossible
Passato l’Italicum, al vaglio di Montecitorio c’è un’altra riforma epocale, nelle intenzioni di Renzi, quella della scuola. E il gruppo è senza guida. Ma come? I deputati democratici non sono 309? Non vuol dire niente. Per un ruolo del genere, nel Pd di Renzi ci vuole la fedeltà assoluta al Capo: prima eseguire e poi pensare. Pensare però è necessario: serve abilità politica e capacità di coinvolgere e convincere le persone (e in un gruppo di litigiosi cronici come i Democratici è un’impresa). E poi, è un ruolo di rappresentanza: bisogna saper parlare in pubblico. In Aula e in tv. Se per di più ci metti che si tratta di un incarico elettivo e che va votato a scrutinio segreto dallo stesso gruppo, la mission diventa pressoché impossibile.
Per Rosato pareva cosa fatta. Ma poi i deputati delle minoranze, dei Giovani Turchi, e anche dei renziani, hanno fatto arrivare un messaggio a Renzi: “Io non lo voto”. I fedelissimi che tengono il pallottoliere aggiornato costantemente hanno fatto i conti: “Mancherebbero 80 voti. E allora, prima delle Regionali non è il caso: daremmo l’idea di un gruppo diviso”. Tutto rimandato? I più dicono che Rosato verrà sistemato al governo, ma che ci sarà un’altra soluzione. Perché lui è “bravissimo a fare il poliziotto”, ma non “abbastanza autorevole”.
Anarchia & disordine

In effetti, il gruppo ha una gestione militare: “Immediata presenza in Aula”; “domani annullare ogni impegno”. Gli sms sono perentori. Ma poi sfugge sempre qualcosa: la presenza in Commissione è spesso un terno al lotto e l’aula è deserta in occasioni fondamentali. Trovare qualcuno per una dichiarazione di voto importante è sempre una tragedia. L’intervento finale sull’Italicum l’ha fatto il vice segretario, Lorenzo Guerini: una dichiarazione densa di contenuti, con qualche inciampo sui termini (invece di “Porcellum” dice “Procellum”, sulla parola “antidoto” si ferma più volte). Nelle retroguardie e nella gestione del potere di numeri ce n’ha d’avanzo, ma come frontman è ancora da costruire. Eppure il suo è un nome che ritorna per il post-Speranza. Potrebbe essere persino lui dopo le Regionali a valutare che di gestire il Pd quasi da solo (è pure il responsabile Organizzazione), con Renzi che fa il premier, e l’altra vice, Debora Serracchiani, la presidente di Regione, non ne può più. Ma poi, chi lo sostituisce? La coperta è corta per un leader che stenta a concedere spazio, visibilità e responsabilità contemporaneamente. Le ipotesi girano. “Uno della minoranza”. Ma chi? S’era fatto il nome di Enzo Amendola, responsabile Esteri dem, ma pure lui si muove meglio nell’ombra. Oppure Matteo Mauri, il tesoriere del gruppo. A proposito di standing, non si sa se ne abbia. E poi, i rapporti interni alle minoranze cambiano in maniera così rapida da rischiare un effetto boomerang. “Il capogruppo dev’essere simpatico”. I requisiti crescono. Ci sarebbe l’emiliano Matteo Richetti, che la politica la conosce ed è pure in grado di reggere sia una dichiarazione di voto, che un dibattito tv. Troppo autonomo, però. E David Ermini, responsabile Giustizia e vicinissimo al premier. Troppo toscano e troppo prezioso per i dossier di cui si occupa. Il problema è insolubile. Le elezioni c’entrano fino a un certo punto. Il Pd di Renzi se non parla Renzi si trova spesso senza voce.

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