martedì 12 maggio 2015

Carta straccia

Carta straccia (Marco Travaglio)

CostituzioneMa perché non la aboliscono una volta per tutte, la Costituzione, invece di continuare a cambiarne un pezzo di qua, un pezzo di là, o a tradirla senza neppure toccarla, o a stracciarsi le vesti perché la Consulta (troppo raramente, purtroppo) la fa rispettare bocciando le leggi che la calpestano? Un bel tratto di penna, e via: via il lavoro dei padri costituenti, via i principi fondamentali, via i diritti e i doveri dei governanti e dei governati, via i pesi e i contrappesi, via tutto. E via anche il Parlamento, la magistratura penale, civile e amministrativa, gli altri organi di controllo (non parliamo della libera stampa, ormai in estinzione). Decide tutto il governo, a botte di decreti e di fiducie. E i cittadini, pardon i sudditi, obbediscono, anzi subiscono. Come dice uno dei nostri magistrati più illuminati, Roberto Scarpinato, la Costituzione è per la classe dirigente italiota una camicia di forza troppo stretta, un lusso eccessivo.
Essa sbocciò dalla mirabile congiunzione astrale di alcune culture democratiche da sempre minoritarie in Italia, che riescono a prendere il sopravvento solo in rare ed eccezionali parentesi temporali, in seguito a eventi traumatici: la Resistenza dopo la guerra fascista, la Primavera di Palermo dopo le stragi, Mani Pulite dopo la lunga Tangentopoli che s’era mangiata l’Italia. Poi le acque del Mar Rosso tornano regolarmente a chiudersi e riprendono piede le culture autoritarie e impunitarie di sempre.   Basta leggere gli attacchi forsennati all’ultima sentenza della Corte contro la famigerata legge Fornero che rapina i pensionati bloccando l’indicizzazione dei loro assegni mensili. Persino Prodi ha scritto che la Consulta “interviene nella discrezionalità della politica”. In realtà è suo preciso dovere farlo ogni qual volta la discrezionalità della politica calpesta un principio o un diritto sancito dalla Carta costituzionale. E meno male che è così: se un rimprovero merita la Consulta, è di non averlo fatto tutte le volte che avrebbe dovuto e potuto. Pensiamo solo alla vergognosa sentenza che rendeva Napolitano intoccabile, infallibile, ineffabile, inascoltabile come neppure il Re Sole, assecondandolo nell’assurda pretesa di far distruggere le intercettazioni legittimamente disposte dai giudici di Palermo sul telefono del privato cittadino Nicola Mancino, pienamente ascoltabile. Ora, anche grazie alla dipartita del Re Sòla, la Corte ha riacquistato un minimo di autonomia e ha ordinato di restituire ai pensionati i soldi sgraffignati dal governo Monti-Fornero.
E la classe politica, dall’alto dei suoi scandalosi vitalizi, si straccia le vesti contro l’“invasione di campo”. Che naturalmente non esiste: se Parlamento e governo legiferassero in armonia con la Costituzione, la Consulta sarebbe disoccupata. Sono questi analfabeti che legiferano coi piedi che la costringono a cassare ogni tanto qualche legge (sempre troppo poche). Intendiamoci: che i politici ambiscano a fare quel che pare a loro senza controlli, è fisiologico. Ciò che preoccupa è che trovino costituzionalisti disposti a dar loro manforte. Andrea Manzella (quello che difendeva le invasioni di campo di Napolitano con la teoria demenziale del “triangolo quadrilatero”) è arrivato a contestare la sentenza sulle pensioni col decisivo argomento che “la Corte è incompleta perché il Parlamento non ha ancora nominato due giudici” (visto che le Camere poltriscono, la Consulta nell’attesa deve avallare le leggi incostituzionali); e che, siccome era spaccata in metà, il voto decisivo del presidente Criscuolo “è legale ma anomalo”. E perché mai il presidente, giudice come tutti gli altri, non dovrebbe votare? Per far piacere a Manzella e al governo?  Augusto Barbera dice che la sentenza è sbagliata perché l’art. 81 della Carta prevede l’equilibrio di bilancio. E allora? Se per riequilibrare il bilancio il governo borseggia i cittadini, si legittima lo scippo? Roba da matti. Quell’altro genio di Giovanni Belardelli del Corriere lacrima come una vite tagliata per “lo svuotamento dell’autonomia di decisione dei governi democratici”: come se non fosse decisiva proprio per definire “democratici” i governi la presenza di un controllo di legittimità dei loro provvedimenti, specie se adottati con la solita tenaglia aggira-Parlamento del decreto e della fiducia. Belardelli contesta “l’idea della magistratura come protettrice dei soggetti deboli che la trasforma nella ‘garante dei diritti e della Costituzione anche contro il potere politico’”. Ma proprio a questo servono i giudici: sono – diceva Vaclav Havel – “il potere dei senza potere”, come il brechtiano “giudice a Berlino” che difende il povero mugnaio di Potsdam dai soprusi del signorotto. O Belardelli preferirebbe il contrario, cioè una giustizia garante del potere politico contro i cittadini più deboli?   Non è un’“idea” nuova: mutatis mutandis,è la stessa dei sostenitori dell’apartheid scolastica in molti Stati americani nei primi anni 50, finché la Corte Suprema stabilì che bianchi e neri dovevano studiare nelle stesse scuole, appellandosi alla Costituzione contro il potere politico dei governatori. I quali infatti strillarono subito all’“invasione di campo”, spalleggiati dagli elettori razzisti. Ma furonota citati da Einsenhower,che aveva nominato il liberal Warren nuovo presidente della Corte al posto del defunto Winston proprio per far pendere la bilancia verso l’eguaglianza fin dai banchi di scuola. Gli Stati Uniti hanno risolto le frizioni fra giustizia e governo con il primato della legge sulla politica almeno 60 anni fa. Noi siamo ancora qui a discutere,grazie a una classe politica e a una classe intellettuale al seguito che ancora non si rassegnano all’idea che il primato della politica non esiste. E che i primi a dover rispettare le leggi sono quelli che le fanno.
Da Il Fatto Quotidiano del 12/05/2015.

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