mercoledì 27 maggio 2015

«Cassa» col bonus-malus e niente reddito minimo

da il manifesto
LAVORO

«Cassa» col bonus-malus e niente reddito minimo

Jobs Act. Decreto ammortizzatori: il governo cambia ciò che funziona: la Cig ordinaria e straordinaria che consentono alle imprese di non licenziare. Le imprese che hanno usato la cig pagheranno di più Ma così s’incentiva a licenziare. Cancellato invece il previsto strumento contro la povertà: non ci sono risorse

 
Un lavoratore di una piccola impresa



Se in Ita­lia la disoc­cu­pa­zione è “solo” al 12 per cento, il merito è tutto della cassa inte­gra­zione. Se c’è uno stru­mento che in Ita­lia fun­ziona e che nel resto d’Europa e del mondo ci hanno invi­diato e copiato è pro­prio la cassa inte­gra­zione: quella ordi­na­ria e quella straor­di­na­ria. Uno stru­mento mutua­li­stico — pagato con una pic­cola ali­quota ogni mese da imprese e lavo­ra­tori — per affron­tare i momenti di crisi e non licenziare.
Ebbene, oggi il governo annun­cerà ai sin­da­cati il decreto delega del Jobs act nel quale la cassa inte­gra­zione diven­terà una sorta di bonus-malus che ne disin­cen­ti­verà l’uso da parte delle imprese. Se ora il mec­ca­ni­smo pre­vede un’aliquota fissa e costante, il governo ha deciso di alzarla alle imprese che l’hanno uti­liz­zata nell’anno pre­ce­dente con l’idea che «più uti­lizza gli ammor­tiz­za­tori, più contribuisce».
La logica con­se­guenza però sarà che le imprese davanti all’alternativa pagare di più la Cig o licen­ziare, sce­glie­ranno la seconda, sfrut­tando anche la pochezza degli inden­nizzi — uno o due men­si­lità l’anno — da pagare in caso di licen­zia­mento per i neo assunti col con­tratto a tutele cre­scenti. Insomma, un vero e pro­prio boo­me­rang che rischia di azze­rare anche il sedi­cente aumento dei con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato. «È come aumen­tare il prezzo delle medi­cine solo ai malati», sin­te­tizza con effi­ca­cia il segre­ta­rio con­fe­de­rale della Uil Guglielmo Loy.
La ratio della nuova nor­ma­tiva, secondo il governo, dovrebbe invece can­cel­lare gli abusi nelle richie­ste di cig di que­sti anni. Una posi­zione che non sta in piedi visto che le richie­ste devono avere il via libera del mini­stero del Lavoro stesso che è stato fin troppo largo, spe­cie con la Fiat (ora Fca).
Il decreto invece non con­terrà — come il governo aveva fatto tra­pe­lare — una forma di red­dito di cit­ta­di­nanza o red­dito minimo. Le risorse per coprire il nuovo stru­mento non ci sono. E così — come al solito — le par­tite Iva e i tan­tis­simi pre­cari che sono fuori dalla scia­rada di nuovi ammor­tiz­za­tori — Naspi, Asdi e Discoll (fra l’altro tutt’ora bloc­cati dall’Inps) — con­ti­nue­ranno a non avere tutela alcuna.
La vera ano­ma­lia del sistema cassa inte­gra­zione sta invece nella cassa inte­gra­zione in deroga. Lo stru­mento intro­dotto — su richie­sta dei sin­da­cati — dal governo Ber­lu­sconi e da Tre­monti all’inizio della crisi, nel 2009, per coprire tutti i set­tori che non ave­vano la cassa inte­gra­zione, limi­tata in pra­tica a quello industriale.
La sua pecu­lia­rità sta nel fatto di essere total­mente a carico del bilan­cio sta­tale, arri­vando ad essere costata anche sopra i 3 miliardi nel 2013. Il suo supe­ra­mento — già pre­vi­sto dalla riforma For­nero — sarà con­fer­mato da ini­zio a 2017, lo stesso ter­mine fis­sato per la can­cel­la­zione della “mobi­lità” — l’anticamera del licen­zia­mento — per cui però i sin­da­cati chie­de­ranno una pro­roga, visto l’uso ancora altis­simo, spe­cie al Sud.
Da que­sto punto di vista la riforma For­nero pre­ve­deva il lan­cio dei cosid­detti Fondi di soli­da­rietà: in ogni set­tore ora sco­perto dalla cig imprese e sin­da­cati dove­vano tro­vare un accordo su come fis­sare l’aliquota e come gestire i fondi per allar­gare in qual­che modo a tutti la cassa inte­gra­zione. Il sostan­ziale fal­li­mento dei fondi ha por­tato il governo a rilan­ciare — modi­fi­can­dolo — il cosid­detto fondo resi­duale: la riforma For­nero pre­ve­deva che nel caso non si arri­vasse alla crea­zione del fondo, le imprese doves­sero comun­que ini­ziare a pagare un’aliquota fissa dello 0,50 per finan­ziare un fondo comune.
Il Jobs act ren­derà più cogente que­sto fondo che diven­terà il Fis — Fondo di inte­gra­zione sala­riale. Un fondo che dovrebbe essere allar­gato anche alle imprese con meno di 15 dipen­denti — ora anch’esse escluse dalla Cig — con una soglia pos­si­bile di 5 dipen­denti che dovranno pagare però un’aliquota più alta. Ai sin­da­cati que­sta solu­zione — da loro cal­deg­giata — non dispia­ce­rebbe: si trat­te­rebbe della cosid­detta seconda gamba degli ammor­tiz­za­tori sociali. Da defi­nire però chi e come gestirà il fondo: l’attuale fondo resi­duale è bloc­cato per la man­cata nomina del con­si­glio di amministrazione.
La norma sarà illu­strata oggi alle 16 dal mini­stro Giu­liano Poletti nella sede di via Giu­lia ad una ven­tina di sigle visto che il governo punta a ridurre ad un solo incon­tro la spie­ga­zione di tutti e quat­tro i decreti man­canti alla delega del Jobs act: oltre agli ammor­tiz­za­tori sociali, agen­zia unica del lavoro, poli­ti­che attive e sem­pli­fi­ca­zioni nor­ma­tive (il famoso “codice del lavoro” tanto caro al pro­fes­sor Pie­tro Ichino).
La solita riu­nione mon­stre in cui il governo rimane sul vago e ascolta senza rispon­dere agli inter­venti delle parti sociali senza con­se­gnare nes­sun testo che anti­cipi il con­te­nuto (come acca­duto per il decreto sulla ridu­zione delle 46 tipo­lo­gie con­trat­tuali rima­ste pra­ti­ca­mente tali). Con la postilla che tutto quanto discusso potrà poi essere com­ple­ta­mente stra­volto dall’intervento di Mat­teo Renzi e dei con­su­lenti di palazzo Chigi.
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